lunedì 27 ottobre 2008

Se tutto deve rimanere com'è, è necessario che tutto cambi.
Giuseppe Tomasi Di Lampedusa, Il Gattopardo

Il colore dei soldi. La campagna di Barack Obama ha raccolto oltre 600 milioni di dollari, eguagliando quasi i fondi raccolti in donazioni private da tutti i candidati di entrambi i maggiori partiti nel 2004.
Da dovete pensate che venga tutta questa grana?
"Molti di questi grandi donatori vengono dalle industrie con interessi su Washington. E' la scoperta di un'analisi del New York Times sui donatori che hanno firmato assegni di 25.000 dollari o più ai comitati di raccolta fondi. Per esempio, la quota maggiore di denaro per entrambi i candidati è venuta dalle industrie di sicurezza ed investimenti, tra cui i dirigenti di varie aziende coinvolte nella recente crisi finanziaria come Bear Stearns, Lehman Brothers e AIG. (...) Oltre 600 donatori hanno contribuito con 25.000 dollari o più [per Obama] nel solo mese di settembre, circa tre volte il numero di quanti hanno fatto lo stesso per il senatore John McCain".
"Sostegni", o "la grande orgia".
Colin Powell, uno dei peggiori criminali di guerra, con le mani sporche del sangue di milioni di persone innocenti, ha sostenuto Barack Obama, il quale, in cambio, ha favorito il criminale di guerra Powell: lunedì Obama ha detto alla NBC che Powell era il benvenuto nel fare campagna per lui e che potrebbe avere un posto nella sua amministrazione. Powell "avrà un ruolo come mio consigliere" e un posto formale nel governo è "qualcosa di cui dovremo discutere". Lo scambio in cui credere.
Tutti gli uomini del Presidente. Tra i padrini di Barrack Obama ci sono: Warren Buffett, l'uomo più ricco del mondo; George Soros, il Buon Samaritano multimiliardario legato al Council on Foreign Relations, l'International Crisis Group, Human Rights Watch, etc; il diabolico Zbigniew Brzezinski; e il famigerato magnate dei media Rupert Murdoch con il suo nefando impero. La lista potrebbe continuare a lungo.
Non c'è dubbio che si saranno dei vantaggi nell'avere un imperatore liberal. Alan Dershowitz spiega:
"La ragione è che penso sia meglio per Israele avere un sostenitore progressista nella Casa Bianca piuttosto che avere un sostenitore conservatore nell'Ufficio Ovale. Le posizioni di Obama su Israele avranno un maggiore impatto sui giovani, sull'Europa, sui media e su altri che tendono ad identificarsi con la prospettiva di sinistra. Sebbene io creda che la sinistra moderata [centrists liberal] tenda a sostenere Israele, riconosco che il sostengno dalla sinistra sembra indebolirsi, mentre il supporto dalla destra si rafforza. Viaggio tra i campus universitari sia negli Stati Uniti che all'estero, e vedo professori radicali che cercano di presentare Israele come il protetto della destra e un nemico della sinistra. In quanto sostenitore di sinistra di Israele, cerco di combattere questa falsa immagine. Nulla potrebbe aiutare di più in questo importante sforzo per puntellare il supporto progressista ad Israele che l'elezione di un presidente di questo schieramento che sostenga fortemente Israele e sia ammirato dai progressisti in tutto il mondo. E' tra le importanti ragioni per cui sostengo Barack Obama come presidente".
Ovviamente Dershowitz ha perfettamente ragione. Per non parlare del vice-Presidente Joseph "Sono un sionista" Biden, l'uomo in carica per l'implementazione di un vecchio sogno sionista, la frantumazione dell'Iraq, e uno dei massimi consiglieri per la politica estera di Obama, o di Madeleine Bloody Albright, moderna Erode che ha orgogliosamente rivendicato la responsabilità per il massacro di mezzo milione di innocenti neonati iracheni.
Gli imperi non eleggono presidenti, ma scelgono imperatori. L'Establishment dell'Impero ha preso uno sconosciuto politico e ne ha fatto una star per salvare se stesso e controllare le masse con lo show della Democrazia Americana. Ha ingaggiato un uomo di colore bello e fascinoso (sì! l'Establishment ha giocato la carta razziale. Ricordate? Se tutto deve rimanere com'è, è necessario che tutto cambi) per mascherare l'orripilante volte di un Impero sanguinario e spietato, i piani della classe dominante per ricostruire l'illusione di una civiltà rispettabile, la mitologia delle stelle e strisce, l'American way. I media - nelle mani di coloro che controllano il processo politico, la stessa gente che controlla l'economia e le nostre vite - hanno giocato magnificamente la partita e quello che è l'ennesima produzione hollywoodiana sta facendo il lavaggio del cervello ai quattro angoli del pianeta.
Uccidere le speranze. Un Politburo auto-compiaciuto con le sue pubblicazioni e i suoi think tank progressisti ben finanziati ha partecipato di nuovo a questo colossale lavoro di riverniciamento e propaganda. Il re è morto. Lunga vita al Re! Ma non sorprende. La Yugoslavia, l'Iraq e l'Afghanistan hanno mostrato il collasso morale ed intellettuale della sinistra occidentale, un fantasma che continua nella sua lunga mercia verso l'irrilevanza.
link

Salvare i popoli, non le banche

Viviamo una crisi strutturale del sistema capitalista. Non è il momento di pensare al suo salvataggio, ma di lavorare alla sua trasformazione. I popoli latinoamericani si sono visti obbligati, più di una volta, a soccorrere i banchieri a prezzo di sofferenze proprie. E' ora di cambiare la storia e non ripetere il recupero dei finanzisti. La nostra priorità sono le necessità popolari.

La crisi economica che deriva da quella finanziaria e che è in corso in questi giorni può prolungarsi per molto tempo. Non è possibile stabilire, seriante, il tempo che essa si manterrà né la forma del suo sviluppo, ma quello che si può dire è che è la più grave e profonda dal 1929/30, e che si propaga a una velocità molto maggiore di quella perché possiede un carattere globale.

C'è inoltre da dire che la crisi economico-finanziaria attuale ha luogo all'interno di un contesto di molte altre crisi, come quella degli alimenti, delle materie prime, dell'energia, dell'ambiente e persino di una crisi militare in cui non si scarta l'uso di armi di distruzione di massa.

L'economia nordamericana, a motivo dei suoi tre debiti (privato, pubblico e con l'estero) si trova a rischio di forte instabilità. La sua egemonia economica è indebolita e messa in discussione. La sua egemonia geostrategica sopravvive, sebbene abbia subito significativi rovesci. Per le stesse ragioni, il momento attuale è particolarmente pericoloso per tutta l'umanità, dato che gli USA non rinunciano alla propria egemonia e al proprio dominio unipolare nei vari campi. Questa nazione cerca addirittura di mantenere la sua egemonia ideologica e culturale, che senza dubbio è stata danneggiata dalle contraddizioni che sorgono dalla stessa crisi, a livello interno e con i suoi alleati

A partire dalla crisi, si acutizzerà la contraddizione antagonistica con il capitalismo su scala globale. Si apre un lungo periodo di convulsioni i cui esiti sono aperti. Le classi domininanti cercheranno di ricostituire il sistema con maggiori livelli di sfruttamento dei lavoratori, che dovranno rafforzare le proprie organizzazioni per affontare questa aggressione. L'America Latina è stata il subcontinente che ha opposto maggior resistenza al neoliberismo, ed è stata scenario di grandi ribellioni popolari. L'esperienza sociale e politica accumulata in alcuni dei nostri paesi può marcare un cammino nell'articolazione di questa necessaria risposta.

I governi neoliberisti e social-liberisti della nostra regione, gli ancor chiamati "progressisti", manterranno la propria fede nella logica del capitale, e il loro intervento cercherà di preservare il funzionamento del mercato capitalista e il dominio delle imprese multinazionali che occupano i nostri territori. Permetteranno il fallimento di questa o quella grande impresa speculativa o produttiva, ma interverranno immediatamente a favore di quelle che possono porre a rischio la logica del capitale nell'ambito della loro nazione. Ciò significa che continueranno a permettere e a promuovere la voracità del profitto, richiesta dai menzionati capitali. La crisi di bilancio dello Stato si approfondirà riducendo l'investimento pubblico, la spesa sociale e i sussidi.

Queste politiche incrementanno ancor più la disoccupazione, la precarietà del lavoro, la riducione di salari e pensioni, col che aumenterà la povertà, la miseria e l'escusione sociale.

Tuttavia, vi sono in America Latina governi che, senza necessariamente proporsi una rottura completa con il sistema del capitale, cercano di trovare politiche capaci di gestire in maniera diversa le inevitabili conseguenze della crisi mondiale nelle loro nazioni.

In qualunque di queste circostanze i lavoratori e i movimenti sociali devono concquistare e preservare la propria indipendenza di fronte agli stati e lottare con decisione contro le politiche antipopolari che cercano di trasferire i costi della crisi dal capitale al lavoro, e dai paesi centrali a quelli periferici.

Per questo abbiamo bisogno di definire un percorso della politica economico-sociale all'interno di una strategia di sopravvivenza e resistenza dei settori popolari, in particolare dei lavoratori, per il difficile periodo che si avvicina, accompagnata da un'offensiva ideologica contro il sistema capitalista che mostra con questa crisi la sua assoluta incapacità di attendere alle necessità dei nostri popoli.

Proponiamo dunque questo insieme di misure di politica economica:

  1. E' urgente e indispensabile la custodia del sistema bancario privato, che, dipendendo da ogni paese, può attuarsi per controllo, intervento o nazionalizzazione senza indennizzo, secondo il principio di non statalizzare debiti privati né restituire questi attivi a mano private.
  2. Controllo e blocco dell'uscita dei capitali per evitare la loro fuga.
  3. Centralizzazione e controllo del cambio attraverso politiche di cambi multipli e differenziati.
  4. Moratoria e immediata verifica del debito pubblico, liberando risorse per far fronte a necessità sociali.
  5. Controllo dei prezzi dei prodotti di base.
  6. Mantenimento e recupero dei salari reali dei lavoratori, associato a una politica di imposizione progressiva che colpisca il capitale e soprattutto la speculazione.
  7. Politiche di protezione e incentivo al mercato interno e alle attività economiche ad alta generazione di impiego. A questo fine l'investimento pubblico gioca un ruolo fondamentale.
  8. Indennità di disoccupazione e politiche di protezione sociale dei lavoratori disoccupati e informali.
  9. Rinazionalizzazione delle imprese strategiche. Nazionalizzazione delle grandi imprese private in processo di fallimento. Recupero del controllo nazionale delle risorse naturali.
  10. Promozione di una integrazione regionale al servizio dei popoli e non del capitale.
Queste misure immediate costituiscono una risposta al dramma sociale che la crisi impone, e daranno il via a trasformazioni che, per attuarsi con pienezza, richiedono che si avanzi verso un orizzonte socialista.

Salvare i popoli, non le banche, è questo l'obiettivo della Società latinoamericana di Economia Politica e Pensiero Critico di fronte alla crisi e alle sue conseguenze sociali.

Buenos Aires, 23 ottobre 2008
Giunta Direttiva della SEPLA

link

Veltroni day, a Roma due milioni di persone socialmente pericolose

Lo diciamo subito con amarezza ma anche con chiarezza: la manifestazione di due milioni di persone a Roma, in piazza con il PD, è un giorno molto amaro per la democrazia italiana. Non ci mettiamo a speculare sulle cifre dei partecipanti che ad un riscontro oggettivo, nel calcolo tra dimensioni della piazza e spazio occupato dai manifestanti, dovrebbero essere più basse di quelle lanciate sulle agenzie. Assumiamo invece come reale il dato simbolico di due milioni di persone ieri a Roma con Veltroni.

Questa manifestazione assume quindi il carattere di una spettacolare affermazione di consenso, prodotto in nome della democrazia, ad un leader e a una rete di mandarini che non solo operano in spregio a qualsiasi elementare regola di democrazia, persino nella vita del suo stesso partito, ma che credono fermamente in un ultraliberismo contro il quale la stessa gente di ieri è scesa in piazza. Questo fenomeno, manifestare per un obiettivo dando consenso ad una leadership che pratica l'opposto, non è certo nuovo e fa parte del modo in cui i gruppi dirigenti si legittimano nelle società contemporanee per poter garantire i propri interessi particolari. Risulta però tanto più sconcertante che una classe dirigente come quella del PD carica di sconfitte, di legami clientelari di ogni genere (dalle grandi banche ai peggiori potentati diffusi sul territorio), che ha una tradizione di svendita del patrimonio del paese venga rilegittimata e rimessa in campo da una fiumana di persone bisognose del freddo rito del simulacro della partecipazione democratica. Perchè il problema sociale e politico è questo: la presenza permanente nella società italiana di un fenomemo parareligioso di strati di popolazione desiderosi di freddi riti di massa operati in nome di parole d'ordine di assoggettamento come "legalità", "moralità", "responsabilità", "farsi carico di sacrifici". Questo fenomeno parareligioso, bisogna dirlo, è socialmente pericoloso e proprio per questo va neutralizzato e disgregato. E' parte attiva di quel consenso alle peggiori politiche di questi anni, quelle che hanno permesso al centrosinistra di anticipare o completare le politiche di centrodestra: privatizzazioni, precarizzazione del lavoro, impoverimento delle strutture scolastiche e scientifiche, verticalizzazione della ricchezza.

Intendiamoci, Veltroni è un operoso ed efficace impiegato della tecnica del rovesciamento orwelliano della realtà adattata necessariamente alla subcultura cattolica per il contesto italiano. Ieri sulla scuola è riuscito persino a far capire che la riforma Gelmini si può fare magari solo differendola nel tempo. E' apparso un difensore della scuola. Ha fatto proposte economiche che oltre ad essere neoliberiste, mentre parla ad una platea in piazza perchè falcidiata dal neoliberismo, sono provinciali e superate persino negli Stati Uniti. E' apparso come un coraggioso innovatore mentre al massimo darà più soldi alle imprese che, come ammesso dallo stesso Greenspan, finiscono per alimentare tutto fuorchè l'economia.

Ma il problema vero è la fonte del consenso di questi funzionari del depistaggio: queste adunate di corpi addomesticati, desiderosi di liturgie fredde, con schemi limitati di lettura del reale e in cerca di adesione a un simbolo di comando. Le intenzioni non contano: questa è la seconda fonte di consenso alla destra italiana nello specifico alla sua componente chiamata PD. Le differenze con la destra berlusconiana ci sono: quella legata al cavaliere si nutre identitariamente dei prodotti della tv commerciale. Il consenso alla destra chiamata PD si sviluppa nel senso del masochismo, prodotto della subcultura cattolica, per cui le masse provano piacere solo nel sacrificarsi in nome di obiettivi trascendenti.
E non a caso Repubblica, l'agenzia che ha in appalto la costruzione del consenso per il PD, si è accanita in questi giorni a provare a rompere la catena di trasmissione del sapere generazionale tra questa generazione di studenti e il '68. Il motivo è semplice, con il sapere del '68 le tecniche del rovesciamento orwelliano della realtà vengono smascherate e problema di questi fenomeni parareligiosi di consenso a politiche liberiste emerge collettivamente nella sua chiarezza. Il PD teme che prima o poi la realtà si manifesti. Sarebbe un colpo letale, in effetti.

Un paese di sessanta milioni di persone può tollerare, magari con quel senso di pietà e rispetto dovuto alle
manifestazioni di credulità popolare, l'esistenza due milioni di persone socialmente pericolose. Ma non può tollerare che i virus dell'assoggettamento, dell'immiserimento che questi due milioni di persone naturalmente portano con sè possano espandersi provocando ulteriori danni a questo sinistrato paese.
per Senza Soste, Kenny Dalglish
link

A riconoscimento del buon lavoro svolto da Veltroni, il quotidiano della Fiat gioisce. Finalmente scomparse le bandiere rosse dalle manifestazioni dell'opposizione, recita La Stampa.
Ci attendiamo a questo punto lunghe processioni a Mirafiori "in adorazione di un profitto industriale che Berlusconi non sa apprezzare".
Salva l'Italia, spegni Veltroni.
la stampa

Indignazione e socialismo: la sinistra di fronte alla crisi

Indignazione. Questo è il sentimento, questa è la parola di cui abbiamo bisogno. La stessa che veniva cantata durante la lunga marcia della rivoluzione cinese.
Ci hanno assordato per anni sull'inutilità e sui danni dell'intervento pubblico. La vicenda Alitalia è stata affrontata, con spirito bipartisan, negando la possibilità e l'utilità stessa di un intervento dello Stato per salvarla. Ora, in tutto l'Occidente si spendono, anzi si buttano via, cifre colossali per sostenere con i soldi dei cittadini banche e banchieri. Nasce il socialismo dei ricchi.
A Bruxelles l'industria italiana e quella tedesca chiedono di poter inquinare senza limiti, perché c'è la crisi. In Italia la Confindustria, con la gioiosa complicità di Cisl e Uil, ripropone la sua idea di centralità del lavoro: per andare avanti bisogna ridurre il salario e la contrattazione e accrescere la precarietà e l'orario di lavoro. In fondo, non c'è da stupirsi. Coloro che oggi sfacciatamente eseguono la più trasformista delle giravolte, scoprendo lo stato, le regole, la condanna delle speculazioni e delle cattive intenzioni dei manager, sono gli stessi che ci hanno portato fino a qui. Politici, economisti, imprenditori, giornalisti e intellettuali, tutti appartenenti allo stesso campo del pensiero unico liberista e tutte e tutti ancora lì, nei giornali o in televisione, a sentenziare come sempre.
Come dimostra quel sensibile termometro della realtà degli affari che è la Borsa, la crisi che abbiamo di fronte è strutturale e non sarà certo di facile soluzione. E' inutile disquisire se essa è la crisi estrema del sistema capitalistico o solo quella di una sua fase. La sostanza è che un intero percorso del sistema economico mondiale si è interrotto, e chi governa l'economia e la politica è oggi incapace di farlo riprendere. I paragoni normalmente sono con le due più gravi crisi economiche del secolo scorso. Quella del '29 e quella iniziata negli anni Settanta. In realtà esse furono molto diverse. Quella del '29 veniva al culmine di un'intensa fase di sviluppo capitalistico che si era affermata in Occidente dopo la sconfitta del movimento operaio, che in tutti i paesi industrialmente più avanzati aveva portato la radicalità della rivoluzione russa. Quella degli anni Settanta invece nasceva proprio come risposta all'offensiva dei lavoratori occidentali, dei popoli e dei paesi del terzo mondo, che non accettavano più la quota di ricchezza e di potere che il capitalismo ad essi assegnava. Il liberismo che si affermava progressivamente in tutto il mondo occidentale e poi dilagava ovunque dopo il crollo dell'Urss, era la risposta delle classi dominanti a un'offensiva sociale mondiale. Il capitalismo si liberava dei lacci e lacciuoli che lo vincolavano ai diritti del lavoro e allo stato sociale e da qui rilanciava lo sviluppo. La crisi del '29 invece avveniva ben dopo che gli operai, i movimenti rivoluzionari, erano stati sconfitti. Essa giungeva al culmine di una crescita economica edificata sulle macerie della disfatta operaia. La crisi attuale somiglia pertanto molto di più a quella del '29 che a quella degli anni Settanta. Essa conclude un ciclo iniziato con le presidenze Reagan e Thatcher, con la sconfitta operaia alla Fiat, con l'attacco sistematico ai diritti e ai contratti delle classi operaie occidentali, con il dilagare di quel sistema di super sfruttamento mondiale del lavoro che è stato chiamato globalizzazione.
Il fatto che ci siano voluti trent'anni per la crisi, quando al crollo del '29 si arrivò dopo meno di un decennio di capitalismo selvaggio trionfante, dimostra la solidità e la forza dello sviluppo liberista, alimentate dall'egemonia totale conquistata dall'ideologia del mercato nella politica e nella cultura. Ma anche se ben più solido di quello degli anni Venti, è comunque un intero modello di sviluppo che si sta esaurendo. Per questo tutte le misure finora prese, al di là delle ridicole affermazioni tranquillizzanti dei governanti e di un'informazione in gran parte asservita, hanno la stessa crescente inefficacia. I soldi pubblici che si spendono, le deroghe ambientali, le deroghe contrattuali, le emergenze autoritarie, la xenofobia, l'intolleranza, hanno tutte lo stesso segno. Sono il tentativo disperato di continuare a perpetuare un sistema che è arrivato al suo limite. Si cerca di sostenere la ricchezza accumulata in questi anni con l'ennesima versione della politica dei due tempi, spiegando che se quella ricchezza si salverà, qualcosa toccherà anche a chi non la possiede. Ma proprio qui sta la contraddizione di fondo. Lo scandalo per la leggerezza con cui le banche americane hanno distribuito prestiti è stupido ed ipocrita. In un regime di bassi salari, di riduzione dei diritti e di precarietà del lavoro, l'unico modo per far acquistare l'enorme quantità di merci prodotte dal sistema mondiale, è quello di permettere ai poveri di indebitarsi per comprarle. Si è tentato di trasformare lavoratori, pensionati, disoccupati, in piccoli redditieri a debito, per evitare il crollo della produzione, per impedire quella che Marx avrebbe giustamente chiamato la crisi di sovraproduzione. Oggi è questo meccanismo che va in collasso e tutti i tentativi di restaurarlo non solo non portano a risultati, ma finiscono per sottolineare ancor di più la gravità della situazione. E' falso il presupposto che ci sia una crisi finanziaria che si sta trasferendo nell'economia reale. E' vero l'esatto contrario, e cioè che l'esplosione della bolla finanziaria mondiale nasce da un'economia reale malata, malata di bassi salari, supersfruttamento del lavoro e dell'ambiente, distruzione di risorse e culture pubbliche per favorire il privato. E' questa economia reale malata che ha cercato di sopravvivere gonfiando la bolla speculativa e usandola come una sorta di ammortizzatore sociale mondiale. Ora il crollo della finanza mostra non la salute, ma la malattia profonda del sistema produttivo mondiale.
E' per questo che serve una critica di sistema. Forse serve allo stesso capitalismo, che senza di essa è naturalmente portato all'autodistruzione narcisistica. Oggi molti sostengono che occorra un nuovo compromesso tra stato e mercato, tra politica ed economia, tra capitale e lavoro. Si dimentica però che il compromesso keynesiano travolto dalla reazione degli anni Settanta, non è nato da un progetto costruito a tavolino, né in America, né in Europa, né nel resto del mondo. Esso fu la risultante di lotte e conflitti sociali durissimi, della guerra, della distruzione del fascismo, dei successi, pur tra enormi contraddizioni, del movimento comunista mondiale. Il balbettare attuale delle sinistre di governo, che restano tali anche quando sono all'opposizione, la loro subalternità alle ricette della destra, peraltro anch'esse confuse e inefficaci, è la dimostrazione che non è più tempo di riformismo, ma urge la ricostruzione di un pensiero e di un punto di vista alternativo a quello su cui si fonda il capitalismo. Di fronte al socialismo dei ricchi bisogna prima di tutto ridare legittimità e forza al pensiero e alle rivendicazioni concrete del socialismo dei lavoratori e dei popoli. Anche a questo serve l'indignazione. Con che faccia potranno ancora dirci, quando attaccheranno le pensioni pubbliche, che lo stato non può intervenire e che dobbiamo impegnare le nostre liquidazioni nei fondi pensione privati? Con che faccia ci spiegheranno che sono inevitabili i licenziamenti, la precarietà, il taglio dei salari, i sacrifici, dopo che tutti i conti che ci vengono presentati sono frutto del costo di trent'anni di capitalismo sfrenato e rapace? Con che faccia potranno dirci che la scuola pubblica è inefficiente e che l'istruzione deve diventare ancella dell'impresa, quando è proprio la cultura manageriale che ha governato il mondo a mostrare tutti i suoi limiti di comprensione della realtà e anche di moralità?
Con che faccia potremmo ancora accettare che ci si dica che siamo tutti nella stessa barca? Solo con quella della rassegnazione, solo con la rinuncia a pensare e a lottare. Le riforme e i compromessi verranno, ma solo travolgendo i rapporti di forza, le culture e le classi dirigenti che hanno portato all'attuale disastro.
Quando nel 1989 crollò il muro di Berlino e con esso tutto il sistema sovietico, marcio nelle fondamenta per il dominio sfacciato della burocrazia, Norberto Bobbio lanciò un avviso al capitalismo trionfante. E' vero che la lunga marcia del movimento operaio si era interrotta ma, sottolineava Bobbio, se il capitalismo si fosse fatto di nuovo prendere dalla frenesia di sé stesso, se non fosse stato in grado di limitarsi e criticarsi, la lunga marcia sarebbe ripresa. E' quello che deve accadere.
Liberazione 1

2