lunedì 1 dicembre 2008

la clemenza a senso unico di Obama

Fin dai tempi di Tito (imperatore romano, 39-81 d. C.) la forza e la saggezza sono sempre state associate con la clemenza. Barack Obama ha vinto, è forte, sta dando prova di saggezza e di clemenza accogliendo tra le sue braccia gli avversari della campagna elettorale, quelli che lo hanno osteggiato fin dall'inizio, quelli che lo hanno tradito e quelli che sono rimasti a guardare aspettando di salire sul carro del vincitore. Anche in questo il modello è quello romano.
E' stato invece, almeno fin qui, meno generoso con i suoi sostenitori della prima ora, anche quelli che sono stati determinanti per la sua vittoria. John Kerry, che dall'inizio è sceso in campo al suo fianco (anche per antica rivalità con il clan Clinton), non ha ricevuto la sperata nomina a segretario di stato e ancora aspetta un incarico di prestigio. Il clan Kennedy, che ancora conta molto nel partito, ha avuto per il momento solo le briciole di qualche incarico nello staff del comitato per la transizione.
Soprattutto si mostrano nervosi i sindacati, che hanno contribuito con oltre 100 milioni di dollari alla campagna di Obama e il cui appoggio è stato determinante nel portare dalla sua parte milioni di iscritti bianchi e conservatori che, lasciati a se stessi, difficilmente avrebbero votato per un candidato afroamericano, per quanto democratico (nelle primarie infatti stavano con Hillary Clinton).
Si aspettavano che il segretario del lavoro venisse annunciato insieme alle nomine degli altri ministri dell'economia, ed invece è stata una sfilza di tecnocrati, di banchieri e di uomini della finanza, dando l'impressione che i problemi del mondo del lavoro sono di seconda fila. Naturalmente c'è tempo, ma intanto la preoccupazione dei dirigenti della confederazione AFL-CIO aumenta.
Li preoccupa soprattutto la nomina a capo del Consiglio nazionale dell'economia di Larry Summers, già ministro del tesoro di Clinton, dal momento che Summers è un convinto fautore della globalizzazione e del libero mercato, il che non solo va contro gli interessi dei sindacati (che a causa della globalizzazione hanno perso posti di lavoro), ma non è stata neppure la posizione di Obama in campagna elettorale quando doveva ottenere il loro appoggio.
La nomina di Summers ha anche infastidito le donne democratiche che sicuramente ricordano quando, da presidente di Harvard, dichiarò che "le donne sono biologicamente inadatte alla ricerca scientifica", e ne nacque un putiferio che costrinse l'esimio professore alle dimissioni. Del resto Summers non è nuovo alle "provocazioni". In precedenza aveva avuto anche qualche scontro verbale con colleghi neri dell'università, facendo sospettare che pensasse la stessa cosa degli afroamericani.
Come che sia, Obama l'ha perdonato.
Ha naturalmente anche perdonato Hillary Clinton e i clintoniani; non quelli che fin dall'inizio hanno scelto lui, e non hanno quindi bisogno di perdono, ma quelli che sono rimasti con lei nella durissima, a tratti personalmente velenosa, campagna che il campo clintoniano ha condotto contro di lui nelle primarie. Si ricorderà che Hillary Clinton, pur di strappare la nomination, aveva fatto ricorso a tutte le accuse e insinuazioni poi utilizzate dall'avversario repubblicano McCain: Obama è impreparato, forse è mussulmano, è uno che parla bene ma non ha sostanza, ha frequentato gente poco rispettabile (come il bancarottiere Tony Rezko), fa parte di una chiesa nera antiamericana (come quella del pastore Jeremiah Wright), è arrogante, pensa di avere la vittoria in tasca, e chi più ne ha più ne metta. Di fatto Clinton è stata più dura con lui di quanto non lo sia stato John McCain che, pur sollevando la questione dei rapporti di Obama con un ex terrorista (Bill Ayers), ha definto "disonorevole" sfruttare la vicenda della sua appartenenza alla chiesa del pastore Wright.
Da ultimo Obama ha perdonato Joe Lieberman. Chi è Joe Liberman? E' un senatore del Connecticut che due anni fa, dopo essere stato battuto nelle primarie da un altro candidato democratico, si era presentato come indipendente alle elezioni e le aveva vinte. Al senato però era entrato nel gruppo democratico (il suo da sempre) e così aveva potuto conservare la presidenza della importantissima commissione Sicurezza interna e affari di governo (importantissima perché decide come spendere i miliardi di dollari per la sicurezza nazionale). Durante la campagna elettorale si era schierato con John McCain, di cui è vecchio amico, e sembrò addirittura che ne divenisse il candidato alla vicepresidenza. Alla convention fece anche un discorso di durissima critica, con parole di pesante sarcasmo, nei confronti di Obama. Ci si aspettava quindi che, ritornato al senato, venisse radiato dal partito e come minimo privato della "sua" commissione.
E invece no. Il capogruppo al senato, Harry Reid, ha annunciato che Lieberman rimane nel gregge democratico e conserva il suo incarico, facendo capire che la decisione è stata presa con la benedizione di Obama. C'è solo un requisito: l'anziano senatore dovrà presentarsi davanti alle telecamere e fare pubblica ammenda dei suoi errori.
E così Lieberman ha fatto. Ha dichiarato che "la stampa ha riferito male le parole che ho detto; alcune di queste avrei dovuto formularle meglio, ma ce ne sono altre che avrei dovuto non dire, e mi dispiace." A questo punto, fatta l'autocritica in perfetto stile veterocomunista, è stato perdonato e ha ricevuto indietro la sua poltrona.
Claire McCaskill, amica e consigliera di Obama ha chiosato: "Il presidente eletto ha lanciato un preciso messaggio di umiltà, di riconciliazione e di "guarigione". Adesso al lavoro!"
McCain aveva sicuramente torto quando sosteneva che Barack Obama è un "socialista". Però la vicenda Lieberman fa venire il sospetto che in lui, nel profondo, ci sia qualcosa di comunista. O forse invece, da imperatore forte e saggio, è soltanto clemente.
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