Cara Achinoam Nini,
ho scelto di rispondere a te e non all'intera destra rabbiosa, perchè credo che il tradimento del campo della pace superi il danno causato dalla destra di migliaia di volte. La facilità con cui il campo della pace si accoda ai ruggiti di guerra ostacola la creazione di un significativo movimento che possa dare una vera resistenza all'occupazione.
Tu ruoti gli occhi,usi le tue parole d'amore al servizio dei tuo popolo conquistatore e chiedi ai paletinesi di arrendersi con voce tenera. Tu dai ad Israele il ruolo di liberatore. Ad Israele - che, per oltre 60 anni, li ha occupati e umiliati. "Io so dove è il vostro cuore! E' proprio dove è il mio, con i miei figli, con la terra, con il cielo, con la musica, con la SPERANZA!" scrivi, ma Achinoam, noi abbiamo preso la loro terra e imprigionati nel ghetto chiamato Gaza. Abbiamo coperto i loro cielo con i jet da combattimento, svettanti come angeli dell'inferno e seminando morte a caso. Di quale speranza stai parlando? Abbiamo distrutto ogni possibilità di moderazione e di vita in comune nel momento in cui abbiamo saccheggiato la loro terra, mentre eravamo seduti con loro al tavolo del negoziato. Possiamo avere parlato di pace, ma li abbiamo derubati anche degli occhi. Essi volevano la terra data loro dal diritto internazionale, e noi abbiamo parlato in nome di dio.
Chi sarebbero i laici di Gaza che si dovrebbero ribellare, quando abbiamo calpestato il diritto internazionale, e quando il resto del mondo illuminato ignora il loro grido? Quando l'illuminismo fallisce e la moderazione è vista come una debolezza, il fanatismo religioso dà un senso di forza. Forse, se pensi alla situazione mentale della popolazione sotto assedio di Masada, potresti capire meglio il senso di ciò che sta accadendo a Gaza. I laici a Gaza trovano difficile parlare contro Hamas quando il loro ghetto è stato bombardato tutto il giorno e tutta la notte. Tu probabilmente diresti che 'non ci sarebbe bisogno di sparare su di loro se loro smettessero di farlo' ma loro sparano perchè stanno combattendo per qualcosa di più del diritto di vivere nella prigione chiamata Gaza. Loro si battono per il diritto di vivere come cittadini liberi in un paese indipendente - proprio come facciamo noi.
"So che nel profondo del vostro cuore VOI DESIDERATE la scomparsa di questa bestia chiamata di Hamas che vi ha terrorizzato e ucciso, che ha trasformato Gaza in un mucchio di immondizia fatto di povertà, malattie e miseria", scrivi.
Ma Hamas non è il mostro, il mia cara Achinoam. È il figlio del mostro . L'occupazione israeliana è il mostro. Essa e solo essa è responsabile per la povertà e la malattia e l'orrore. Siamo stati così spaventati dalla sua leadership laica, che ha minato la nostra visione della Terra di Israele, che abbiamo scelto di finanziare e sostenere Hamas, nella speranza che da una politica di divide et impera avremmo potuto andare avanti con l'occupazione per sempre, ma quando la cosa ci si è ritorta contro, tu scegli di incolpare l'effetto invece della causa.
Tu scrivi: "Io posso solo desiderare per voi che Israele farà il lavoro che tutti noi sapiamo deve essere fatto, e, infine, VI LIBERI da questo cancro, questo virus, questo mostro chiamato fanatismo, e oggi chiamato Hamas. E che questi assassini scoprano quanta compassione possa ancora esistere nei loro cuori e SMETTANO di utilizzare voi e i vostri bambini come scudi umani per la loro viltà e crimini ". Sarebbe lo stesso se la tua sorella palestinese scrivesse: "Speriamo che Hamas faccia il lavoro per voi, e vi liberi della Destra ebraica".
Quindi, forse, invece di ordinare a un popolo al quale abbiamo asportato chirurgicamente ogni barlume di speranza, potresti aiutare i tuoi fratelli e sorelle in Palestina a liberarsi dall'occupazione, dall'oppressione e dall'arrogante colonialismo inflitto dal tuo paese.
Solo allora li puoi invitare a lottare democraticamente e riportare la Palestina allo stato mentale in cui era prima che noi li spingessimo in un angolo del muro che abbiamo costruito.
E se i tuoi fratelli in Palestina scelgono Hamas, devi rispettare la loro scelta, proprio come le nazioni del mondo hanno rispettato Israele quando ha scelto l'omicida Sharon. Hamas lo devono combattere loro, proprio come tu hai combattuto lui. Questa è la democrazia. Solo allora potrete tu e i tuoi fratelli da entrambe le parti diPalestina e Israele condividere - da uguali - la gioia della terra, il cielo e la musica; solo allora riusciremo a combattere insieme per la parità, per ogni uomo e ogni donna che vivono nella nostra terra santa. Amen.
Udi Aloni
link
la traduzione è mia che parlo poco inglese, ma ci ho provato perchè meritava. Questa è compassione in senso pieno, ovvero assoluta condivisione del pensiero dell'altro e capacità di comprenderne il pensiero e le pulsioni. Di persone come il figlio di Shulamit Aloni ce ne vorrebbero a milioni in Israele. Ma non solo lì, in tutto il sedicente mondo civilizzato occidentale. Dobbiamo tutti cambiare radicalmente il nostro modo di rapportarci coi paesi più poveri, non c'è futuro senza condivisione delle risorse e delle passioni.
domenica 11 gennaio 2009
"Hamas non è il mostro. E' il figlio del mostro. Il mostro si chiama occupazione"
Pubblicato da
amaryllide
alle
03:24
0
commenti
venerdì 9 gennaio 2009
falsi storici della propaganda angloamericana a copertura dei propri crimini o a invenzione di crimini altrui
Le autorità sudcoreane hanno scoperto nel Paese fosse comuni
contenenti migliaia di resti umani, compresi bambini. Le
documentazioni finora messe insieme proverebbero che almeno 100 mila
civili sono stati massacrati durante la guerra di Corea (1950-1953) da
forze alleate delle Nazioni Unite, perché simpatizzanti comunisti o
presunti tali. In alcuni casi, le forze americane sono state accusate
di essere state presenti durante i massacri e in almeno un caso un
funzionario americano avrebbe autorizzato lo sterminio di un gruppo di
prigionieri. Le ricerche negli archivi degli Stati Uniti hanno
rinvenuto documenti su un colonnello americano che diede la sua
approvazione ad un massacro in cui furono fucilati 3.500 filo-
comunisti. Il professor Kim Dong-Choon ha detto che vi sono stati
almeno quattro casi documentati di bombardamenti americani sui civili.
Gli americani temevano potessero esserci infiltrati tra di loro.
Inoltre, forze USA erano presenti a due importanti massacri di
migliaia di persone: Busan e Daejeon. Anche gli inglesi compaiono nei
rapporti della Commissione, ma solo per sottolineare che essi non
fecero sforzi sufficienti per fermare i massacri o per far pressione
sugli americani, anche se in alcuni casi vi furono anche prese di
posizione ufficiali. Finora era noto che fossero state commesse
atrocità da entrambe le parti ogni volta che il fronte si spostava
avanti e indietro ma i nuovi dati suggeriscono vi sia stato un piano
di liquidazione di coloro che erano sospettati di simpatie comuniste
mentre i nordcoreani avanzavano, e poi di nuovo contro i
collaborazionisti, allorché gli Alleati avanzarono nuovamente verso il
38° parallelo. L'inchiesta, condotta dalla Commissione nazionale
"Verità e Riconciliazione”, è molto controversa, e si teme possa
screditare la politica filo-americana della Corea del Sud.
quasi 1.200 civili a bordo, provocò un tale sdegno nell’opinione
pubblica degli Stati Uniti da favorire l’intervento nella Prima guerra
mondiale di Washington circa due anni più tardi. Così dice la storia,
aggiungendo che il sommergibile tedesco non aveva alcun motivo di
attaccare una nave passeggeri anche se di un paese nemico. Ma ora,
sommozzatori hanno trovato armi nella stiva del Lusitania, indicando
che i tedeschi hanno sempre avuto ragione nel sostenere che la nave
stava trasportando materiale bellico e che quindi era un obbiettivo
militare legittimo. Il vascello, diretto da New York a Liverpool,
venne affondato a sole otto miglia a largo della costa irlandese.
Affermando che il Lusitania era solo una nave passeggeri, gli inglesi
accusarono subito i “pirati unni” di aver massacrato dei civili. Il
disastro venne usato per sobillare l’odio contro i tedeschi,
soprattutto negli Stati Uniti, da dove provenivano 128 delle 1.198
vittime. Robert Lansing, il segretario di Stato USA, scrisse in
seguito che l’affondamento gli diede “la convinzione che alla fine
saremmo diventati l’alleato dell’Inghilterra”. Agli americani venne
persino detto, falsamente, che ai bambini tedeschi era stato concesso
un giorno di vacanza per celebrare l’affondamento del Lusitania. La
squadra di sommozzatori che ha scoperto il carico ritiene che
giacciano nella stiva del Lusitania circa quattro milioni di
proiettili Remington 303 fabbricati negli Stati Uniti. La scoperta può
aiutare a spiegare perché una nave lunga 241 metri come il Lusitania
sia affondata in 18 minuti a causa di un solo siluro tedesco giunto a
colpire il suo scafo. Alcuni dei 764 sopravvissuti riferirono inoltre
di una seconda esplosione che può essere stata provocata dalle
munizioni. Winston Churchill, che fu dapprima Lord dell’Ammiragliato e
che a lungo è stato sospettato di conoscere le circostanze
dell’attacco più di quanto avesse lasciato credere in pubblico,
scrisse in una lettera confidenziale poco dopo l’affondamento: “E’
della massima importanza attrarre le navi neutrali sulle nostre rive,
soprattutto nella speranza di coinvolgere gli Stati Uniti contro la
Germania. Da parte nostra vogliamo il traffico – più ce n’è meglio è -
e se qualcuno finisce nei guai, ancora meglio”.
link
Pubblicato da
amaryllide
alle
18:21
0
commenti
giovedì 8 gennaio 2009
Partigiani e deportati come le truppe di Salò
link
se i signori deputati ebrei della PDL e i capi della comunità ebraica che menano vanto di andare a braccetto con gli Alemanno e i Fini tacciono ora, non osino MAI PIU' accusare chiunque di antisemitismo dopo che in cambio dell'appoggio a Israele consentono ai fascisti di equiparare i carnefici dei loro avi alle vittime
Pubblicato da
amaryllide
alle
15:09
0
commenti
Gaza ora e sempre. Palestina libera, governo israeliano all'Aja
Akiva Eldar: Israele e la logica coloniale a Gaza e nei T.O.
Danilo Zolo : a Gaza stiamo assistendo allo splendore del supplizio
Michel Warschawski: Israele è l’occupante. Il resto è menzogna
Gaza, almeno 220 bambini palestinesi uccisi dall'inizio dell'attacco israeliano
Times: Dobbiamo correggere l'immagine distorta che abbiamo di Hamas
Nel nome del popolo palestinese di Tariq Ramadan
la Cnn conferma che la tregua è stata rotta da Israele
il Nobel per la Pace Maguire: l'Onu crei un Tribunale Criminale internazionale per Israele
Pubblicato da
amaryllide
alle
00:07
0
commenti
mercoledì 7 gennaio 2009
martedì 6 gennaio 2009
Lettera aperta a Barack Hussein Obama
1° gennaio 2009
Caro signor presidente,
Non ho votato per lei nell'elezione presidenziale perché sono malese. Ma mi considero uno dei suoi spettatori, perché ciò che fa o dice che farà, interesserà me e pure il mio paese. Accolgo favorevolmente la vostra promessa di cambiamento. Certamente il vostro paese, gli Stati Uniti d'America, ha bisogno di molti cambiamenti, ciò perché l'America e gli Americani sono divenuti il popolo più odiato nel mondo. Neanche gli europei gradiscono la vostra arroganza..
Tuttavia, una volta eravate ammirati ed accettati perché avete liberato molti paesi dall’occupazione e dall'assoggettamento.
È abitudine, nel primo giorno del nuovo anno, che le persone si facciano gli auguri. Dovete aver già ricevuto degli auguri, ma mi permetto di suggerirle, gentilmente, di compiere le seguenti azioni, nel perseguimento del cambiamento.
1) La finisca con gli assassini. Gli Stati Uniti sono troppo presi dall’assassinio nel realizzare i propri obiettivi. La chiamate guerra, ma le guerre di oggi non vedono solo i militari di carriera combattere e uccidere. È piuttosto il popolo che viene ucciso, centinaia di migliaia di persone comuni e innocenti. Interi paesi sono devastati. La guerra è primitiva, il modo dei trogloditi di occuparsi di un problema. Arrestato la vostra accumulazione di armi e la vostra progettazione di guerre future.
2) La finisca col vostro supporto indiscriminato, in soldi ed armi, agli assassini israeliani. Gli aerei e le bombe che uccidono il popolo di Gaza, provengono da voi.
3) Smetta di applicare sanzioni contro paesi che non possono fare lo stesso contro di voi. Nell'Irak le vostre sanzioni hanno ucciso 500.000 bambini privandoli delle medicine e degli alimenti. Altri nascono deformi. Che cosa avete ricavato con questa crudeltà? Niente, tranne l'odio delle vittime e delle persone rette.
4) Impedisca ai vostri scienziati e ai ricercatori d’inventare nuove e sempre più diaboliche armi, per uccidere più efficacemente e più persone.
5) Fermi la produzione della vostra industria d’armi. Fermi le vendite di vostre armi al mondo. È denaro sporco di sangue che guadagnate. Non è Cristiano.
6) Smetta di provare a democratizzare tutti i paesi del mondo. La democrazia può funzionare per gli Stati Uniti ma non funziona sempre per altri paesi. Il popolo non deve essere ucciso solo perché non è democratico. La vostra crociata per democratizzare i paesi ha ucciso più gente che i governi autoritari che avete rovesciato. E comunque, non state vincendo.
7) Fermi quei casinò che chiamate istituzioni finanziarie. Fermi gli hedge funds, i derivati ed il commercio di valuta. Fermi le banche dal prestare miliardi di soldi inesistenti. Regoli e sorvegli le vostre banche. Imprigioni le canaglie che hanno realizzato profitti con l'abuso del sistema.
8) Firmi il protocollo di Kyoto ed altri accordi internazionali.
9) Mostri rispetto per le Nazioni Unite.
Ho molti altri consigli per il cambiamento che penso dovrebbe considerare ed intraprendere, ma credo che abbia già abbastanza sul suo tavolo, per questo 2009° anno dell'era cristiana.
Se potrà compiere soltanto uno delle cose che le ho suggerito, sarà ricordato dal mondo come un grande leader. Allora gli Stati Uniti saranno ancora una nazione ammirata. Le vostre ambasciate potranno abbattere gli alti recinti e i fili spinati che li circondano.
Le auguro un felice anno nuovo e una grande presidenza.
Cordiali saluti,
Dott. Mohamad Mahathir (Ex Primo Ministro della Malesia)
link
Pubblicato da
amaryllide
alle
22:26
0
commenti
sabato 3 gennaio 2009
«Nessun new deal» Le illusorie speranze riposte in Obama
«Molte delle aspettative e delle speranze che gli americani hanno riposto in Barack Obama per superare la disastrosa crisi economica, verranno presto disattese. La sua elezione alla presidenza degli Stati uniti costituisce per tutti un gran sollievo dopo gli anni bui di George W. Bush e Co. Ma l'illusione di un partito Democratico come veicolo per un cambiamento significativo e di una vera trasformazione strutturale di questa società devono essere accantonate». E' con questa analisi radicale, fatta a poche settimane dall'elezione di Obama, che inizia l'intervista con Stanley Aronowitz docente alla City University di New York. Aronovitz, tra i più acuti analisti marxisti della società americana, autore e saggista, candidato per le elezioni al governatorato di New York nel 2002, è stato leader sindacale fra i più temuti dall'industria metallurgica durante le lotte degli anni Ottanta. È autore di un nuovo «Manifesto», pubblicato e distribuito in ottobre, per la formazione di una nuova sinistra radicale in America.
Qual è la sua lettura della grave situazione economica americana, paragonata alla depressione degli anni Trenta?
La crisi economica è solo il sintomo della crisi finanziaria profonda del sistema capitalista americano che si protrae da oltre vent'anni. Le soluzioni adottate dal governo sono mirate a tamponare i sintomi, ma non a sanare i guasti né le cause strutturali che hanno determinato questo meltdown dell'economia.
Che cosa non ha più funzionato?
L'esplosione della bolla dell'intero sistema finanziario americano, così come in parte in Europa occidentale, è la conseguenza dei seguenti fattori: una politica economica di massiccia deindustrializzazione; la deregolamentazione del mercato e l'assenza di limiti e controlli da parte istituzionale. Questo è stato l'andamento dall'era Reagan in poi. L'economia americana, e penso valga anche per l'Europa, ha mirato alla creazione di capitale fittizio, non legato all'economia reale. Le banche hanno distribuito carte di credito a chiunque fosse stato disponibile ad incentivare i consumi, che oggi ammontano al 72 per cento del Pil. L'indebitamento di una intera fetta della classe media americana e la scomparsa progressiva dei lavori di produzione interna agli Usa, rimpiazzata da una economia di servizi dal salario dimezzato, tutti questi elementi hanno mandato in tilt l'intero sistema fiscale americano e conseguentemente l'intero sistema economico.
Il governo è intervenuto con 750 miliardi di dollari per salvare il sistema bancario. Quali saranno le conseguenze per milioni di cittadini tassati, ma sul lastrico?
L'obiettivo è salvare il sistema finanziario dalla bancarotta. Si persegue una politica monetaria e non fiscale a discapito della «middle class». Gli ultimi dati parlano di ben 37 milioni di americani sotto la soglia di povertà e, si prevede, la cifra salirà a 50 milioni. Stiamo vivendo un replay della politica economica instaurata durante gli anni Venti dai «Robber Barons». Le conseguenze sono la decimazione di decine di migliaia di posti di lavoro in tutti i settori, con una disoccupazione destinata a salire all'11% in futuro e una discesa vorticosa dei consumi.
I governi europei invocano il ripristino di forti regolamentazioni del mercato. Qual è la posizione degli Usa?
Da parte del governo non c'è alcuna intenzione né volontà di tornare a imporre nuove regole al mercato, contrariamente a quanto accade in Europa dove esiste in parte ancora un'idea di «contratto sociale».
Il presidente Obama promette limiti al processo di deregolamentazione. Ci sarà un nuovo new deal?
Obama adotterà delle misure correttive al sistema economico, ma sarà troppo poco e troppo tardi. Il progetto di programmazione economica promesso non è sufficiente per invertire la spirale negativa della grave situazione economica.
Ritiene quindi illusorie le aspettative di chi auspicava un cambiamento strutturale della societa americana con minori iniquità e più giustizia sociale?
Gli Stati uniti perseguono una politica monetaria e non fiscale con massicci investimenti nel settore delle infrastrutture fatiscenti, aumento dei sussidi di disoccupazione, dell'assistenza sanitaria, dell'educazione e soprattutto una politica del pieno impiego. Ritengo che questo continuerà con Obama. E' una politica economica che risale alla presidenza di Nixon e alle misure che, nel l971, abolirono gli accordi di Bretton Woods: abbassamento dei tassi bancari per attrarre capitali esteri; interventi di aiuto alle banche e alla General Motors. Modificare questa posizione significherebbe ammettere il fallimento del sistema capitalista. Negli ultimi sessanta anni, anche se il sistema capitalista era in declino, attraverso un'economia dalla base fittizia è riuscito a incrementare in maniera esponenziale i consumi. La massa si è illusa di poter soddisfare i propri bisogni essenziali, al punto che persino le forze alternative di sinistra non potevano assumersi il ruolo anticapitalista, perché si scontrava con la percezione generalizzata, anzi globalizzata, che il sistema funzionava.
In questo contesto fallimentare che può fare Obama?
Il trend generale della posizione americana non sarà il new deal di Roosevelt. Richiederebbe un intervento programmatico, investendo tutti i 750 miliardi di dollari serviti per salvare le banche, nelle infrastrutture del sistema. Invece l'utilizzo delle nostre tasse serve per continuare ad oliare la politica monetaria del sistema. L'elezione di Obama rappresenta una ventata di sollievo dagli anni bui di Bush, ma un Democratico a guida del paese non è detto significhi un'opposizione radicale al sistema vigente.
Perché pensa questo?
I leader preposti ai dicasteri e già scelti da Obama sono gli stessi che rappresentano le posizioni di centrodestra del partito Democratico, in continuità con la deregolamentazione perseguita da Clinton. La spinta per un vero cambiamento strutturale non ha rappresentanza istituzionale, sebbene nella società civile esistano vari movimenti alternativi molto attivi.
Per la sua esperienza personale lei conosce bene i sindacati, che ruolo avranno?
La prospettiva dei sindacati americani oggi è quella di andare a braccetto con gli stessi datori dell'industria. Sono tornati alla vecchia posizione di collaborare con l'industria, né più né meno di quanto avveniva negli anni Venti. Si sono trasformati in «Company-Unionism», come di diceva in quel periodo. Di fatto il 40 per cento della classe operaia dello stato dell'Ohio industriale si era schierato inizialmente per Mc Cain non per Obama.
link
Pubblicato da
amaryllide
alle
00:28
0
commenti
venerdì 2 gennaio 2009
ancora sul macello di Gaza
Gad Lerner (link e link)
Gideon Levy again (link)
Joseph Halevi (link)
Mustafa Barghouti (link)
Richard Falk (link)
Dennis Kucinich (link)
Nir Rosen (link)
zia Dacia (link)
Mario Badino (link)
Neve Gordon e Jeff Halper (link)
Fulvio Grimaldi (link)
Michel Warschawski (link)
il compagno Ran HaCohen (link)
gli ebrei contro l'occupazione (link)
un altro di quelli che in Israele chiamano mentsch, il nipote di Netanyahu (link)
altri ebrei con le palle cubiche, sicuramente più cazzuti dei vigliacchi che bombardano Gaza senza rischiare nemmeno i colpi di una contraerea inesistente (link e link)
la lobby ebraica "liberal" negli USA (link)
insomma, c'è un fronte pacifista ebraico enorme, e praticamente nessun partito che lo supporta, visto che persino il Meretz è per la guerra (e infatti ha imbarcato la trimurti pacifinta Oz, Grossmann, Yehoshua, quelli che "la guerra è brutta brutta ma il nemico è cativo cativo per cui ci tocca essere a favore, ma noi siamo taaaaanto pacifisti"). Restano solo i compagni di Hadash.
Pubblicato da
amaryllide
alle
00:42
0
commenti
domenica 28 dicembre 2008
uomini e no
i non uomini sono i criminali del governo israeliano, i rabbini che hanno concesso dispensa all'esercito per massacrare di sabato, i soldati che hanno ucciso, l'82% di israeliani che supporta i massacri, il governo egiziano che ha teso la trappola ad Hamas facendo in modo da moltiplicare i morti (link), i pacifinti della trimurti della letteratura israeliana, sempre pronti a schierarsi a favore dei massacri del proprio esercito, chiunque a sinistra giustifichi i crimini contro l'umanità di Israele. Che lo facciano i fascisti è naturale, che lo faccia chi si reputa di sinistra è un insulto alle vittime e alla sinistra stessa, ergo è doppiamente colpevole.
Gli uomini sono loro, che hanno il coraggio di volere la pace, che non è lo sterminio, ma la convivenza:
http://guerrillaradio.iobloggo.com
http://www.alternativenews.org
http://www.rete-eco.it
http://www.ejjp.org
http://www.jewishvoiceforpeace.org
http://zope.gush-shalom.org/index_en.html
http://www.maki.org.il
http://hadash2009.org.il
http://www.icahd.org/eng
http://www.israelimperialnews.org
Gilad Atzmon (link)
Uri Avnery (link)
Oren Ben-Dor (link)
Meron Benvenisti (link)
Jeff Blankfort (link)
Lenni Brenner (link)
Avraham Burg (link)
Noah Cohen (link)
Norman Finkelstein (link)
Franco Lattes Fortini (link)
Yerach Gover (link)
Haim Hanegbi (link)
Eric Hobsbawm (link)
Noel Ignatiev (link)
Gideon Levy (link e link)
Moshé Machover (link)
Edgar Morin (link)
Michael Neumann (link)
Bertell Ollman (link)
Akiva Orr (link)
Ilan Pappe (link)
Tanya Reinhart (link)
Tom Segev (link)
Aharon Shabtai (link)
Israel Adam Shamir (link)
Eyal Sivan (link)
Shimon Tzabar (link)
Mordechai Vanunu (eroe della pace, link)
e tanti tanti altri (link)
e chiudo con due citazioni.
"non possiamo celebrare l'anniversario della nascita di uno stato fondato sul terrorismo, massacri ed espulsioni di altre popolazioni dalla loro terra. Non possiamo celebrare la nascita di uno stato che perfino adesso è ingaggiato in pulizia etnica che viola la legge internazionale, che infligge una mostruosa punizione collettiva sulla popolazione civile di Gaza e che continua a negare ai palestinesi i loro diritti umani e le aspirazioni nazionali. Celebreremo quando arabi ed ebrei vivranno alla pari in un Medio Oriente in pace" (29/4/2008, 60simo anniversario della prima pulizia etnica dei palestinesi)
http://www.guardian.co.uk/world/2008/apr/30/israelandthepalestinians
Akiva Orr: "Noi israeliani abbiamo un grande problema: non conosciamo la nostra storia. Siamo convinti che l’odio arabo generi conflitto; ma è vero il contrario, è il conflitto che genera odio. E il conflitto siamo noi"
Pubblicato da
amaryllide
alle
22:36
0
commenti
lunedì 15 dicembre 2008
i risultati di 10 anni di supporto del piggish capitalism da parte del governo israeliano, liberismo di cui Netanyahu è il campione indiscusso
A report published Saturday night by the Adva Center for Information on Equality and Social Justice in Israel found that an inequitable division of the economic growth and cuts in the social budgets throughout the decade between 1998 and 2007 have led to a withdrawal and radicalization on the social justice front, in spite of the economic prosperity in most of these years.
The survey paints a grim picture of the economic and social trends which have characterized the discussed decade, as the Israeli society prepares to deal with a financial crisis which is about to become deeper.
The wages of senior managers in the big listed companies was more than doubled – from NIS 4.5 million (about $1.16 million) a year at the beginning of the decade to NIS 8.43 ($2.17 million) at the end of it. Meanwhile, an increase was recorded in the incidence of poverty – from 17.4% to 19-20%.
Families in the lowest echelons were paid a monthly salary increment which was only enough for adding a handful of products to their food basket. Another characteristic was an ongoing shrinkage in the middle class, in the number of families and their part in the total income.
The report also notes that the picture of the growth is incomplete. In the past five years the economy saw an annual growth rate of more than 5%, which is high compared to the West. However, an overall summation of the decade shows that the growth rate totaled only 40% due to the heavy recession following the intifada – one-third lower than the West's growth rate (about 60%) and half to a quarter of the growth rate of India (112%) and China (176%).
The report stresses that even during the year in which a significant growth was recorded, its fruit did not infiltrate all layers of the society equally, causing the prosperity to have a difference impact on the periphery areas, which were inferior to central Israel, and on society's groups, with the strong growing stronger and the weak becoming weaker.
The growth in the central regions focused on several industries. The banking, insurance and provident funds grew by 102%, while the high-tech industries saw a growth of 47%, but the traditional industries grew by only 6%.
The inequitable division of the fruits of the growth was expressed in the following grim picture: The average monthly income of a household in the top echelon received an additional NIS 5,222 ($1,344), which were enough to finance half of the annual tuition fee of a university student.
In contrast, the sixth echelon received an addition of only NIS 1,486 ($382), which were enough to purchase a number of clothing items, while a family in the second echelon got up to NIS 507 ($130.5) for the purchase of a small amount of food products.
The survey also found that the monthly and hourly wage gaps between men and women have not changed in the past decades.
Ashkenazi hired workers living in the city earned up to 37-39% more than the average salary in the economy. The wage of Sephardic people who earned a little less than the average salary at the beginning of the decade saw a slightly increase towards the end of the decade, while Arab hired workers living in the city continued to earn less than 30% of the average salary.
Barbara Svirsky and Dr. Shlomo Svirsky, heads of the Adva Center, stress that the abandonment of the low-income population in favor of the market forces was not the only thing which contributed to the expansion of social inequality. Another cause, they say, was the economic policy and governmental legislation, particularly during the crisis which broke out following the intifada.
"This is the same government that benefited the high income earners through tax reductions, which added NIS 2,000 ($514.8) to the net salary of those earning more than NIS 50,000 ($12,870) a month.
"On the other hand, the disadvantaged population was the one particularly hurt by the commands derived from unprecedented cuts to the annual budgets, which undermined a number of the basic socioeconomic orders."
The child allowances were cut by 45%, the unemployment allowance by 47%, and the pension funds and income support pensions were cut by about 25%.
In total, the National Insurance payments saw a drop of NIS 3 billion ($772,000) in recent years (from NIS 50.1 to NIS 47.1), while the poor's needs have increased, especially the need to upgrade the population's education in light of the ongoing deterioration in students' grades.
The teaching hours' budget per student dropped from NIS 8,920 ($2,296) to NIS 7,553 ($1,944), despite repeated government statements that improving the level of education would lead to growth.
Thus, in the discussed decade more than half of Israeli youths have not receive a matriculation certificate despite the increase in the number of students eligible for a certificate, which was only recorded in well-established communities and not in the periphery.
Among the 17 year olds, some 80% reached the 12th grade in 1999, but only half of them were found eligible to a matriculation certificate (some 41%), and only 26% went on to study in universities and colleges in the eight years which followed.
The survey also found that the erosion in the health basket budget doubled the burden of payments on households from an average of NIS 436 ($112) per capita to NIS 894 ($230).
"Everyone paid more, but families with a high income could have at leased purchased complementary health insurances – private and expensive ones. Those of the top echelon who could afford it spent up to NIS 313 ($80.5), compared to NIS 163 ($41.9) in the sixth echelon and only NIS 70 ($18) in the second and lower echelon, and the service they received was in accordance to the price," the report said.
The Svirsky couple also discussed the damages caused by the privatization of the new pension funds and the transfer of provident funds from the banks' control in 2003 to investment banks while changing the pension savings' investment channels.
The percentage of savings protected in government bonds with a guaranteed interest rate dropped from 70% to 30%. The funds' managers were required to refer 70% of the investments to the capital market. The damages of this move were exposed following the heavy loses suffered by the savers in the current financial crisis, and will mostly harm people who plan to retire in the coming years.
The Adva Center heads conclude the report by expressing their regret over the grim picture presented in it. "At this time of all times, at the start of a deep financial crisis, we missed the opportunities of the growth periods by failing to take advantage of the prosperity in order to improve the situation of all layers of society in Israel in a concrete manner."
link
questo è un esempio dei regali fatti da Netanyahu ai suoi amici:
When the new pension funds were started in 1995, 70 percent of the money was invested in government bonds that had a promised yearly interest of 5.25 percent, while the other 30 percent was invested in the stock market. In January 2004, on the basis of a decision by then-
finance minister Benjamin Netanyahu and with the approval of the government, the ratio was switched, and 70 percent of the money being saved was sent to the stock exchange. The remainder stayed in government bonds, but at a lower interest of 4.48 percent per year. To figure out what actually happened to the money since that controversial decision, Svirsky asked Sprinzak to calculate the yield of the funds from January 2004 until the end of this October. He found that the real yield in every one of these five years was 0.23 percent - which is to say that the fall of the economy wiped out the gains, and that after taking inflation into accounts, the funds had produced almost no yields.
And what would have happened to those who have kept putting money in pension funds had Netanyahu left the original ratio in place, even if the 70 percent invested in government bonds were earning the lower interest rate of 4.48 percent? Sprinzak calculated that the real annual yield, even after the present crash decimated the 30 percent of the savings invested in the stock market, would have been 4.07 percent on average.
link
Pubblicato da
amaryllide
alle
09:35
0
commenti
sabato 13 dicembre 2008
Kafka Ha un Rivale: Il Foreign Office
Oggi (1 dicembre), nel centro di Londra si svolgerà un evento surreale: il Foreign Office aprirà le sue porte "per sottolineare l'importanza dei Diritti Umani nel nostro lavoro, nella ricorrenza del sessantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani".Ci saranno vari "dibattiti" e "mostre" ed il Segretario di Stato per gli Affari Esteri David Miliband consegnerà un premio per i diritti umani. E' uno scherzo? No. Il Foreign Office vuole far crescere la nostra "consapevolezza sui diritti umani". Kafka e Heller hanno molti imitatori.
Non ci sarà nessuna mostra per gli abitanti delle isole Chagos, quei 2000 cittadini britannici espulsi dal loro paese nell'oceano Indiano, a cui il governo di Miliband ha impedito di ritornare in quella che ora è una base militare americana, ed un sospetto centro di torture della CIA. L'Alta Corte ha ripetutamente confermato questo fondamentale diritto umano degli isolani, l'essenza della Magna Charta, definendo l'azione del Foreign Office "scandalosa", "ripugnante" e "illegale". Invano. I legali di Miliband hanno rifiutato di cedere e il 22 ottobre sono stati salvati da un verdetto palesemente politico di tre membri del parlamento.
Non ci sarà nessuna mostra per le vittime della sistematica politica britannica di esportare armi ed equipaggiamenti militari a dieci dei 14 paesi africani più insanguinati dalle guerre e impoveriti. Oggi, nel suo discorso, alla vergognosa presenza degli onesti rappresentanti di Amnesty e Save the Chjldren, cosa dirà Miliband alle vittime di questa violenza sponsorizzata dalla Gran Bretagna? Forse accennerà, come fa spesso, alla necessità di "un buon governo" in quei lontani paesi, mentre il suo governo insabbia le indagini per frode nelle trattative per la vendita di armi tra la BAE (società inglese, la più grande in Europa nel settore della difesa, ndt) e il corrotto regime saudita (con il quale, dichiarò il ministro degli esteri Kim Howells nel 2007, la Gran Bretagna aveva "valori condivisi").
Non ci sarà nessuna mostra per quegli iracheni la cui vita sociale, culturale e reale è stata distrutta da un'invasione non provocata, sulla base di bugie provate. Si scuserà il Segretario per le bombe a grappolo sparse dai britannici, che ancora strappano le gambe ai bambini, e per l'uranio impoverito ed altre sostanze tossiche che hanno sparso il cancro in vaste aree dell'Iraq del sud? Parlerà dell'universale diritto umano alla conoscenza, e annuncerà uno stanziamento di una piccola parte dei miliardi che sgorgano dalla city di Londra per ricostruire quello che era uno dei migliori sistemi scolastici del Medio Oriente, cancellato dall'invasione anglo-americana, insieme ai musei, la case editrici, le librerie, e gli insegnanti e gli storici e gli antropologi e i chirurghi? Annuncerà l'invio di semplici farmaci antidolorifici, e di siringhe ad ospedali che una volta erano forniti di quasi tutto, ed ora non hanno niente, in un paese dove i governi britannici, specialmente il suo, si sono distinti nell'impedire gli aiuti umanitari, incluso il blocco di Kim Howells dei vaccini preventivi per i bambini?
Non ci sarà nessuna mostra per la gente di Gaza la cui maggioranza, dice la Croce Rossa Internazionale, rischia di morire di fame, soprattutto i bambini. Nel perseguire l'obbiettivo di ridurre un milione e mezzo di persone ad un'esistenza hobbesiana, gli israeliani hanno tagliato la maggior parte delle vie di rifornimento. David Miliband è stato di recente a Gerusalemme, facendo una breve visita in elicottero alla popolazione prigioniera a Gaza. Non è andato a parlare dei loro diritti umani, preferendo parole ambigue su una "tregua" tra aguzzini e vittime.
Non ci sarà nessuna mostra per i sindacalisti, gli studenti, i giornalisti e gli attivisti per i diritti umani assassinati in Colombia, un paese le cui "forze di sicurezza" governative addestrate da inglesi e americani sono responsabili del 90% delle torture, come dice un recente studio di Justice for Colombia, il gruppo inglese per i diritti umani. Il Foreign Office si vanta di stare "migliorando lo stato dei diritti umani e combattendo il traffico di droga", ma questo studio non ha trovato un briciolo di prova che lo confermi. Gli ufficiali colombiani implicati in omicidi sono i benvenuti ai "seminari" britannici.
Non ci sarà nessuna mostra per la storia, per la nostra memoria. Riposti nelle biblioteche e negli archivi inglesi, i documenti ufficiali desecretati ci dicono la verità sulla politica britannica e i diritti umani, dalle atrocità nei campi di concentramento del Kenya coloniale, ora condonate ufficialmente, e l'aiuto militare al generale genocida Suharto in Indonesia, alla fornitura di armi biologiche a Saddam Hussein negli anni '80. Quando sentiamo i predicozzi moralistici degli ex militari britannici "esperti in sicurezza" che ci dicono cosa dobbiamo pensare dei recenti fatti di Mumbai, potremmo ricordarci del ruolo storico della Gran Bretagna come levatrice dell'estremismo violento nell'Islam moderno, dalla nascita dei Fratelli Musulmani in Egitto negli anni '50, passando per il rovesciamento del governo liberal-democratico in Iran, fino all'aiuto militare ai mujaheddin afghani, i futuri talebani, da parte dei servizi segreti britannici. Lo scopo era e resta quello di negare identità nazionale ai popoli che lottano per la libertà, soprattutto in Medio Oriente dove il petrolio, come dice un documento segreto del Foreign Office del 1947, è "un premio vitale per ogni potenza interessata ad avere influenza e dominio a livello mondiale".
I diritti umani sono quasi del tutto assenti da questa memoria ufficiale, a differenza della paura di venire scoperti. Un memorandum del Foreign Office del 1964 dice che l'espulsione segreta degli abitanti delle isole Chagos "dovrebbe essere attuata in modo da attrarre il minimo di attenzione e dovrebbe avere una spiegazione di copertura [così da non] sollevare sospetti sulle sue finalità".
Come si perpetua questa attività illusionistica? I media giocano il loro ruolo storico mediante una censura per omissione. Roland Challis, che era il corrispondente della BBC per il sud-est asiatico,quando Suharto sterminava centinaia di migliaia di presunti comunisti negli anni '60, mi ha detto: "Fu un grande successo per la propaganda occidentale. Le mie fonti britanniche davano a vedere di non sapere quello che stava succedendo, ma lo sapevano... Nostre navi da guerra hanno scortato una nave piena di soldati indonesiani lungo lo Stretto di Malacca, perché potessero prender parte a questo spaventoso olocausto".
Oggi una propaganda travestita da competenza promuove lo stesso rapace potere britannico, cercando di smorzare il dibattito pubblico. L'Institute for Public Policy Research, in un suo rapporto uscito la scorsa settimana, definisce sé stesso "il principale think tank progressista del UK". Svuotato del suo significato letterale, quello che un tempo fu il nobile termine "progressista", va ad aggiungersi a termini ingannevoli come "democrazia" e "centro-sinistra". [ ... ] Formulato secondo i cliché della politica nelle situazioni di crisi, il rapporto dell'IPPR ("Destini Condivisi") è una "chiamata all'azione" perché "gli stati deboli, corrotti e inefficienti sono diventati un pericolo per la sicurezza maggiore di quanto lo siano quelli forti e competitivi". Mentre è impensabile che vi si faccia un cenno al terrorismo di stato occidentale, la "chiamata" è per la presenza della Nato in Africa e per l'intervento militare "se lo si ritenesse necessario".
Ci sono riferimenti non sostenuti da prove a "piani terroristici sul suolo britannico", e c'è appena un vago cenno alla "percezione tra i musulmani" che l'attuale "intervento" anglo-americano in Medio Oriente e in Asia ne sia la causa lampante. Nel febbraio del 2003 quasi l'80% dei londinesi riteneva che un attacco britannico all'Iraq "avrebbe reso più probabile un attacco terroristico contro Londra". Questo fu esattamente l'avvertimento che il Joint Intelligence Committee diede a Blair.
L'avvertimento è ancora valido mentre "noi" continuiamo ad aggredire altri paesi e permettiamo che dei falsi difensori si approprino dei nostri diritti umani.
link
Pubblicato da
amaryllide
alle
22:32
0
commenti
venerdì 12 dicembre 2008
perchè Israele preferisce perpetuare in eterno l'occupazione piuttosto che permettere la nascita dello stato palestinese
L’occupazione fa parte integrante della società israeliana. Anche storicamente. Senza occupazione, Israele passa dal ’48 al ’67: 19 anni; come potere occupante, dal ’67 al 2008, e cioè 41: più del doppio. E le strategie usate nei Territori Occupati non nascono ex novo: sono quelle già adoperate nella legge militare, imposta ai palestinesi di Israele dal ’48 al ’66. Quella legge con cui era stato attuato l’esproprio delle terre; diversa dalla legge – civile – valida per gli ebrei. Ora, i palestinesi di Israele hanno accesso solo al 3% circa delle terre dello Stato.
Con l’occupazione, comunque, è ancora peggio: nel '48, ai palestinesi rimasti in Israele, fu comunque concessa la cittadinanza, e quindi il voto per il Parlamento, da cui esce il governo. Ai palestinesi dei Territori Occupati, il diritto di voto per lo Stato che li governa non fu e non è concesso. Votano per un Parlamento senza effettivi poteri; quando alle elezioni vinse Hamas, nel 2006, Israele decise di boicottarli, trattenendosi la loro IVA e i loro introiti doganali. Così chiusero scuole e ospedali: i dipendenti non erano pagati.
Nei Territori Occupati, Israele usa una congerie di leggi: civile per i coloni, militare per i palestinesi – che devono obbedire a 1.500 ordinanze dell’esercito. Fra queste, una permette di comminare dieci anni di carcere per una riunione politica, e una altrettanti anni di galera per aver diffuso un articolo o un volantino. Questo, ne ‘l’unica democrazia del Medio Oriente’.
Ma non basta: perché Israele può usare, e usa, la legge giordana in Cisgiordania, quella egiziana a Gaza, oppure leggi dell’ex Mandato britannico, o ancora dell’impero ottomano. A seconda di cosa trova, sul momento, più utile ai propri scopi.
Israele non ha confini che riconosce, con i Territori Occupati. Nelle sue mappe, la Linea Verde – la linea armistiziale del ’48 - non è segnata. Sono appena tornata dalla Cisgiordania, dove ero con un gruppo di medici. Uno di noi aveva una cartina del Ministero israeliano del Turismo. Era una cartina del ’98; senza il Muro, che non c’era ancora. Ma non vi appariva alcuna differenza fra il territorio israeliano, entro i confini del ’48, e l’area C di Oslo: segnate entrambe con il medesimo beige. (L’area C di Oslo è quella sotto intero controllo israeliano: quella B è a controllo ‘condiviso’, quella A – che corrisponde alle città cisgiordane – a controllo palestinese). Le aree A erano segnate in giallo, quelle B in marrone. Queste sono le aree in cui Israele è disponibile a concedere una certa autonomia (che so: decidere in quali giorni passa il camion della raccolta delle immondizie) ai palestinesi; il resto, lo considera annesso, e non da ieri.
Il Muro non è sulla Linea Verde; annette ad Israele quasi il 10% della Cisgiordania, ed il suo percorso non è casuale. Ha lo scopo di annettere le colonie, situate sopra le falde idriche. Israele si appropria di buona parte dell’acqua cisgiordana; i palestinesi hanno il divieto di scavare pozzi, e l’acqua del sottosuolo è loro rivenduta – a un prezzo superiore a quello praticato agli israeliani. Nei fatti, questo significa che, in alcune zone della Cisgiordania, l’acqua arriva una volta ogni tre settimane, o ancora più di rado.
Il Muro, vero nuovo confine, funziona in un senso solo: impedisce ai palestinesi di entrare in territorio israeliano, come pure a Gerusalemme, che Israele considera integralmente sua. Non impedisce assolutamente agli israeliani di entrare in Cisgiordania. Le incursioni dell’esercito sono quasi quotidiane, soprattutto di notte.
L’occupazione permea tutto Israele. Per rendersene conto, basta qualche conto. Gli israeliani sono oggi circa 7.200.000. Un quinto – circa 1.450.000 - sono palestinesi. Restano un po’ più di 5.700.000 abitanti, classificati come ebrei. (Questo non significa che lo siano realmente, ma solo che lo Stato li qualifica in questo modo; vale in particolar modo per i russi, che sono in realtà cristiani ortodossi). Ora, i coloni sono circa 500.000: quindi 1 su 11, degli abitanti ebrei, è un colono. Vuol dire che quasi ogni famiglia ha (almeno) un colono; anche le famiglie ‘normali’, non estremiste. In particolare, i coloni che abitano negli insediamenti intorno a Gerusalemme neanche sono riconosciuti e si riconoscono come tali: l’annessione di Gerusalemme è asserita – nel modo più tranquillo – praticamente da tutti.
E non basta. Facciamo un esempio. Ci sono circa 130 docenti universitari di Sociologia, in Israele. Di questi, solo il 6%, all'incirca, ha preso posizione contro l’occupazione. La stragrande maggioranza non tiene corsi su questo argomento. Si preferisce far finta che Israele termini alla Linea Verde, che l’occupazione sia una sorta di incidente – irrilevante - di percorso. È come se i Territori Occupati fossero su un altro pianeta.
E, mentre si chiudono occhi e orecchie, quasi tutto Israele sostiene l'occupazione. Le università offrono corsi più brevi a chi fa parte dei servizi di sicurezza: se normalmente per una laurea in Scienze Politiche occorrono 3 anni, per chi fa parte di detti servizi basta un anno, un anno e mezzo. L’idea è costoro abbiano diritto a vantaggi aggiuntivi.
Quando in Israele nasce un maschio, il complimento che gli si fa comunemente è: “Ecco il nuovo capo di stato maggiore!”. Ai bambini, si insegna a fare i soldati fin dall’asilo. Sono i figli della cosiddetta ‘sinistra’ israeliana a fare i soldati ai posti di blocco. Persino il capo di Peace Now ha fatto il suo turno di riservista dell’esercito stando di guardia a un posto di blocco nella Valle del Giordano, fermando i palestinesi che cercavano di passare a una parte all'altra.
Il servizio militare è obbligatorio: per i maschi, per tre anni; per le ragazze, per due. Queste possono evitarlo, se sono ortodosse o se si sposano. Poi, almeno i maschi sono richiamati come riservisti una volta l’anno, talvolta fino ai 50 anni. Qualcosa, a casa, costoro racconteranno. Eppure, quasi tutti sostengono di non sapere.
Pure stando in Italia, ci sono due giornali israeliani che si possono tranquillamente leggere: ce n’è la versione inglese in internet. Così, noi si può sapere quel che accade da quelle parti. Ma gli israeliani – che hanno a disposizione le versioni in ebraico, ben più estese, dei medesimi quotidiani -, dicono di non avere idea di cosa succede, nei Territori Occupati.
A questa volontà di non sapere si sommano l’effetto della propaganda, e il terrore. Gli israeliani sono convinti di essere circondati da masse arabe nemiche. Indipendentemente dall’atteggiamento amichevole dei governi della Giordania e dell’Egitto, e dalla proposta di pace saudita.
Sul versante ideologico, avviene un fatto strano. L’Onu ha approvato la nascita di uno stato ebraico nel ’47: due anni dopo il termine della seconda guerra mondiale, e di tutto quel che ne aveva fatto parte – su cui preferirei non soffermarmi. Ma Israele ha fatto la pace con la Germania negli anni ’50, con Adenauer. Da allora, la Germania non è più considerata un nemico. L’epiteto di ‘Hitler’ è stato adoperato invece, in Israele, per Nasser. E poi per Arafat. Dopo il ’67, i confini precedenti alla guerra (quelli della Linea verde, cioè), sono stati definiti, da israeliani, ‘i confini di Auschwitz’. Il nemico assoluto è diventato il mondo arabo; e, dello sterminio, si è fatto e si fa un uso perverso.
Se gli israeliani non protestano per l’occupazione, vuol dire che per loro va bene così. E badate che questo significa che si deve mettere in conto di avere, per tre anni, i figli a far la guardia a posti di blocco, con enormi mitra. Fino per lo meno agli anni ’80, occupazione ha significato poter usufruire di manodopera a bassissimo prezzo: un manovale di Gaza era pagato 1/10 di uno israeliano. Ora sono pochi i palestinesi ad avere il permesso di lavorare entro la Linea Verde: Israele non ha più bisogno di loro, perché, a sostituirli, ha importato schiavi cinesi, rumeni, tailandesi, e così via. Il vantaggio che si continua ad ottenere dalle colonie – solo per ebrei - è che in queste permane il welfare state (abolito, entro la Linea Verde, da Netanyahu): chi vi risiede gode di piena occupazione, di sussidi per l’acquisto e l’affitto di una casa; insegnanti ed assistenti sociali ricevono più punti per la carriera, e così via.
Dei palestinesi, Israele vuole la terra e l’acqua. È questo il motivo per cui si sono trasformati nel nemico, per lo meno finché non se ne vanno.
L’unica prospettiva, e l’unica risorsa, è il lavoro comune. Un palestinese di sinistra, con cui ho parlato recentemente, stima molto Michel Warschawski, della vera sinistra israeliana - ma non l’ha mai incontrato. È il trionfo delle politiche israeliane di separazione. Se impedisci a palestinesi ed israeliani di incontrarsi, gli ebrei di Israele penseranno che i palestinesi hanno due teste; e i palestinesi incontreranno israeliani solo come militari armati, ai posti di blocco. Occorre fare il contrario di quel che Israele vuole: combattere la paura nei confronti dell’altro, che germina quando non lo si conosce.
Paola Canarutto
link
Pubblicato da
amaryllide
alle
22:52
0
commenti
sabato 6 dicembre 2008
il punto della situazione nelle colonie ebraiche
Gerusalemme, 5 dic. (Apcom) - E' una sfida ad ampio raggio e sempre piu' violenta quella che stanno lanciando i coloni ebrei sparsi nella Cisgiordania occupata da Israele nel 1967. La "Intifada ebraica" scattata dopo l'evacuazione, da parte della polizia, di uno stabile palestinese occupato dai coloni in violazione di una sentenza dell'Alta Corte di Giustizia, ha confermato che la destra religiosa e ultranazionalista ha nel suo mirino non solo i palestinesi ma lo stesso Stato di Israele, considerato ormai un "nemico" del progetto di redenzione di Eretz Israel, la biblica "Terra di Israele" promessa da Dio al popolo ebraico.
Non era stato cosi' dopo il 1967, quando le forze armate israeliane - in sei giorni di guerra lampo contro gli eserciti di Giordania, Egitto e Siria - catturarono Cisgiordania, Gaza e il settore arabo (Est) di Gerusalemme (oltre alle Alture del Golan e il Sinai) ponendo, di fatto, la quasi totalita' di Eretz Israel sotto il controllo ebraico. Si realizzo' quell'anno il sogno del rabbino capo della Palestina (all'inizio del Novecento) Avraham Kook e di suo figlio Zvi Yehuda, che avevano dato vita e sviluppato la corrente del Sionismo religioso.
In contrasto con la maggioranza dell'ebraismo ortodosso, il rabbino Kook e suo figlio avevano individuato nello Stato di Israele, quantunque laico, la "sacra" funzione di riconquista della totalita' della Terra Promessa, indispensabile per avviare il processo messianico di Redenzione. Il loro pensiero, per anni minoritario nel mondo religioso israeliano, trovo' popolarita' dopo il 1967 fino a dare vita nel 1974 al Gush Emunim ("Blocco dei fedeli"), un movimento sostenuto dal Partito nazional religioso, che si sarebbe impegnato negli anni successivi a "redimere" Eretz Israele, con la creazione di colonie nei territori palestinesi e arabi occupati. A favorire i disegni del Gush Emunim, "avanguardia del volere divino", fu soprattutto il Likud, il partito di destra guidato da Menachem Begin vincitore delle elezioni nel 1977, a danno al Partito laburista che
aveva dominato la scena politica prima e dopo la fondazione di Israele. Grazie al Likud e sempre appoggiato dal Partito nazional religioso, il Gush Emunim ebbe modo di disseminare la Cisgiordania e Gaza, ma anche il Golan e il Sinai, di colonie ebraiche, allo scopo dichiarato di impedire la restituzione dei territori "riconquistati" nel 1967.
La pace di Camp David, firmata da Begin con l'Egitto nel 1977, e il successivo ritiro dal Sinai, mise fine alla luna di miele tra il Gush Emunim e il governo israeliano ma, piu' di tutto, diede vita ad una spaccatura: la maggioranza del movimento dei coloni decise di collaborare con lo Stato mentre la minoranza si frantumo' in varie formazioni sempre piu' estremiste e violente a tal punto da mettere in discussione la legittimita' delle istituzioni ufficiali israeliane e di sollecitare il ritorno alla antica monarchia ebraica.
"Il Gush Emunim ora esiste solo sulla carta, oggi a dettare legge sono i piu' estremisti", ha spiegato ad Apcom Meir Margalit, un ex colono (a Gaza) divenuto qualche anno fa un pacifista e, successivamente, consigliere comunale a Gerusalemme. "Un numero cospicuo di coloni ha
sviluppato un approccio pragmatico e accetta la possibilita' della nascita di uno Stato palestinese in Cisgiordania e Gaza mentre una minoranza piu' fanatica, valutabile in alcune migliaia di coloni (sui 200mila nei Territori, ndr), intende opporsi con tutte le sue forze alla restituzione delle terre ai palestinesi ed evitare un ritiro dalla Cisgiordania simile a quello realizzato (nel 2005) dalla
Striscia di Gaza".
La sollevazione messa in atto ieri dai coloni piu' radicali, che godono del sostegno di un certo numero di parlamentari della destra estrema e di alcuni partiti minoritari, ha confermato le
preoccupazioni sulla pericolosita' crescente del fanatismo religioso ebraico manifestate a piu' riprese da politici ed intellettuali, tra i quali lo storico Zeev Sternhell, vittima qualche mese fa di un attentato compiuto da attivisti legati al movimento dei coloni. L'analista politico Ron Ben Yishai avverte che "il peggio non e' ancora venuto" e che la rivolta violenta scattata a Hebron e' stata solo un "esempio" di cio' che i coloni potrebbero mettere in atto se governo ed esercito non agiranno con determinazione. I coloni, dice Ben Yishai, puntano apertamente a provocare una reazione violenta dei palestinesi, in modo da gettare la Cisgiordania nel caos e impedire la nascita di uno Stato palestinese indipendente.
Non pochi vedono all'orizzonte anche omicidi politici, simili a quello del premier laburista Yitzhak Rabin, colpito a morte 13 anni fa a Tel Aviv da un giovane ebreo aizzato da rabbini di estrema destra che negli accordi di Oslo con i palestinesi avevano visto un tradimento della "redenzione" di Eretz Israel. Anche la possibile vittoria del leader del Likud, Benyamin Netanyahu, alle elezioni del prossimo 10 febbraio, potrebbe non bastare a chi rifiuta categoricamente l'idea di un compromesso territoriale con i palestinesi.
Pubblicato da
amaryllide
alle
18:29
0
commenti
Con Africom giungono in Italia altri 1.000 militari USA
E il Pentagono sbugiarda Franco Frattini. Due giorni fa il ministro degli esteri italiano aveva annunciato la concessione agli Stati Uniti dell’utilizzo delle basi di Napoli e Vicenza per l’installazione di due nuovi comandi per le operazioni nel continente africano (Africom), “senza che ciò comporterà l’aumento su base permanente delle truppe Usa in Italia”. Le forze armate statunitensi fanno invece sapere che l’istituzione dei due quartieri generali è già attiva con l’assegnazione a Napoli e Vicenza di 750 militari, a cui se ne affiancheranno presto degli altri.
Intervistato dal quotidiano delle forze armate Usa “Stars and Stripes”, il colonnello Marcus de Oliveira, portavoce del comando dell’esercito statunitense SETAF (Southern European Task Force) con base a Vicenza, ha dichiarato che il personale di stanza nella città veneta “potrebbe aumentare di circa 50 unità, portando così il numero del personale militare operante a 300”.
A Napoli, invece, la Naval Forces Europe è stata ampliata per includere la componente navale di Africom che ha preso il nome di “NAVEUR NAVAF”. “Con uno staff di circa 500 uomini – scrive Stars and Stripes - questo comando potrebbe crescere entro i prossimi due anni di circa 140 unità”. Le finalità del nuovo quartier generale delle forze navali per l’Africa sono state sintetizzate dall’ammiraglio Mark Fitzgerald, comandante di NAVEUR NAVAF. “Focalizzeremo i nostri interventi in Africa costruendo la cooperazione regionale per la sicurezza nel continente”, ha dichiarato Fitzgerald. “Il modello a cui guardiamo è quello che vede attualmente gli stati della regione del Golfo di Guinea operare congiuntamente contro il traffico di droga, l’immigrazione illegale e il traffico di essere umani. La lotta alla pirateria continuerà ad essere un punto centrale per la Us Navy e per Africom”.
Con l’istituzione di NAVEUR NAVAF a Napoli, l’Africa Partnership Station (APS), la forza multinazionale che la Marina degli Stati Uniti ha promosso con i paesi dell’Africa occidentale e centrale, passa sotto il controllo del comando di Napoli.
Buona parte delle operazioni di rifornimento munizioni, carburante e materiali logistici delle unità impegnate in esercitazioni in ambito APS continueranno però ad essere coordinate dal “Fleet and Industrial Supply Center” (FISC), il centro logistico delle forze navali degli Stati Uniti istituito a Sigonella il 3 marzo 2005.
Nella base siciliana è pure presente uno dei reparti di punta della nuova strategia di penetrazione militare nel continente africano, la “Joint Task Force JTF Aztec Silence”, una forza speciale dotata di aerei P-3c Orion per la conduzione di missioni d’intelligence, sorveglianza terrestre, aerea e navale in Africa settentrionale, occidentale e nel Corno d’Africa.
Oltre al Comando terrestre di Vicenza e a quello navale di Napoli, Africom ha attivato un quartier generale delle forze aeree a Ramstein (AFAFRICA) e un comando delle forze del Corpo dei Marines a Boeblingen (MARFORAF). Sempre in Germania, a Stoccarda, ha sede il quartier generale di Africom, destinato però ad essere trasferito nel Sud Europa. A contendersi Africom la base navale Usa di Rota-Cadice in Spagna e ancora una volta la Naval Station di Napoli-Capodichino.
link
Pubblicato da
amaryllide
alle
18:05
1 commenti
varie e avariate
il solito splendido Fulvio Grimaldi
Manifesto della Sinistra radicale europea
Obama il nixoniano
Usa: occupati calano di 533.000 unità a novembre
La battaglia di Mumbai, qualunque sia la regia degli attacchi, si inquadra in una contesa di vasta portata condotta con strumenti politici, economici e militari da più soggetti: non solo India e Pakistan, ma Stati uniti, Russia e Cina. Principale terreno di confronto è l'Asia centrale, area di enorme importanza per la sua posizione geostrategica e per il controllo del petrolio del Caspio e dei «corridoi energetici».
L'epicentro è in Afghanistan. Qui s'impantanò per dieci anni l'esercito sovietico. Qui, nel 2001, sono arrivate le truppe statunitensi, ufficialmente per combattere i taleban e dare la caccia a bin Laden. L'obiettivo strategico è in realtà quello di occupare una posizione chiave nel nuovo scenario creato in Asia dalla disgregazione dell'Urss e dall'emergere delle potenze cinese e indiana. «Esiste la possibilità che emerga nella regione un rivale militare con una formidabile base di risorse», avvertiva un documento pubblicato dal Pentagono una settimana prima dell'invasione dell'Afghanistan.
Questo obiettivo strategico è stato confermato dal presidente eletto Barack Obama, che ha annunciato di voler «uscire dall'Iraq» e «passare al giusto campo di battaglia in Afghanistan e Pakistan». Viene quindi considerato campo di battaglia anche il Pakistan, ritenuto a Washington un alleato non molto affidabile, i cui servizi segreti sono sospettati di avere legami con i taleban. Quando nel gennaio 2008 gli Usa chiesero al presidente Musharraf di avere mano libera nelle zone di confine con l'Afghanistan, ricevettero un rifiuto. E, a causa della forte opposizione interna, anche l'attuale presidente Zardari appare riluttante.
A rendere ancora più complessa la situazione è la scelta di Washington di privilegiare le relazioni con l'India, per impedire un suo avvicinamento alla Russia e alla Cina. Rientra in tale politica l'accordo, ratificato il 2 ottobre dal senato, attraverso cui gli Stati uniti «legalizzano» il nucleare militare dell'India, che non ha mai aderito al Trattato di non-proliferazione, permettendole di mantenere otto reattori nucleari militari al di fuori di ogni controllo internazionale. Ciò spinge il Pakistan, che non ha mai aderito al Tnp, ad accelerare i suoi programmi nucleari militari. Col risultato che i due paesi già schierano complessivamente circa 110 testate nucleari e sono in grado di fabbricarne molte di più.
Su questo terreno entrano in gioco, in concorrenza con gli Usa, Russia e Cina. A settembre è stato confermato che la Russia fornirà all'India una portaerei con 16 Mig-29; contemporaneamente, la joint-venture russo-indiana BrahMos Aerospace ha annunciato che accrescerà la produzione di missili da crociera supersonici lanciati dall'aria, armabili con testate sia convenzionali che nucleari. La Cina sta invece stringendo relazioni particolarmente strette col Pakistan: il 18 ottobre è stato annunciato che il presidente Zardari, in visita a Pechino, ha firmato 12 accordi, uno dei quali impegna la Cina a costruire altri due reattori nucleari in Pakistan. La Cina fornisce inoltre al Pakistan caccia Jf-17 dotati di motori russi, la cui fornitura è stata autorizzata da Mosca.
Nella «guerra degli oleodotti», entra in gioco anche l'Iran, col progetto di un gasdotto che, attraverso il Pakistan, dovrebbe portare in India il gas iraniano. Sotto pressione statunitense, l'India non ha finora aderito all'accordo. L'Iran si è però dichiarato disponibile, l'11 ottobre, a costruire il gasdotto (costo 7,5 miliardi di dollari) fino in Pakistan, in attesa dell'adesione dell'India. Oggi ancora più difficile, dopo gli attacchi a Mumbai.
Pubblicato da
amaryllide
alle
04:30
0
commenti
lunedì 1 dicembre 2008
la clemenza a senso unico di Obama
Fin dai tempi di Tito (imperatore romano, 39-81 d. C.) la forza e la saggezza sono sempre state associate con la clemenza. Barack Obama ha vinto, è forte, sta dando prova di saggezza e di clemenza accogliendo tra le sue braccia gli avversari della campagna elettorale, quelli che lo hanno osteggiato fin dall'inizio, quelli che lo hanno tradito e quelli che sono rimasti a guardare aspettando di salire sul carro del vincitore. Anche in questo il modello è quello romano.
E' stato invece, almeno fin qui, meno generoso con i suoi sostenitori della prima ora, anche quelli che sono stati determinanti per la sua vittoria. John Kerry, che dall'inizio è sceso in campo al suo fianco (anche per antica rivalità con il clan Clinton), non ha ricevuto la sperata nomina a segretario di stato e ancora aspetta un incarico di prestigio. Il clan Kennedy, che ancora conta molto nel partito, ha avuto per il momento solo le briciole di qualche incarico nello staff del comitato per la transizione.
Soprattutto si mostrano nervosi i sindacati, che hanno contribuito con oltre 100 milioni di dollari alla campagna di Obama e il cui appoggio è stato determinante nel portare dalla sua parte milioni di iscritti bianchi e conservatori che, lasciati a se stessi, difficilmente avrebbero votato per un candidato afroamericano, per quanto democratico (nelle primarie infatti stavano con Hillary Clinton).
Si aspettavano che il segretario del lavoro venisse annunciato insieme alle nomine degli altri ministri dell'economia, ed invece è stata una sfilza di tecnocrati, di banchieri e di uomini della finanza, dando l'impressione che i problemi del mondo del lavoro sono di seconda fila. Naturalmente c'è tempo, ma intanto la preoccupazione dei dirigenti della confederazione AFL-CIO aumenta.
Li preoccupa soprattutto la nomina a capo del Consiglio nazionale dell'economia di Larry Summers, già ministro del tesoro di Clinton, dal momento che Summers è un convinto fautore della globalizzazione e del libero mercato, il che non solo va contro gli interessi dei sindacati (che a causa della globalizzazione hanno perso posti di lavoro), ma non è stata neppure la posizione di Obama in campagna elettorale quando doveva ottenere il loro appoggio.
La nomina di Summers ha anche infastidito le donne democratiche che sicuramente ricordano quando, da presidente di Harvard, dichiarò che "le donne sono biologicamente inadatte alla ricerca scientifica", e ne nacque un putiferio che costrinse l'esimio professore alle dimissioni. Del resto Summers non è nuovo alle "provocazioni". In precedenza aveva avuto anche qualche scontro verbale con colleghi neri dell'università, facendo sospettare che pensasse la stessa cosa degli afroamericani.
Come che sia, Obama l'ha perdonato.
Ha naturalmente anche perdonato Hillary Clinton e i clintoniani; non quelli che fin dall'inizio hanno scelto lui, e non hanno quindi bisogno di perdono, ma quelli che sono rimasti con lei nella durissima, a tratti personalmente velenosa, campagna che il campo clintoniano ha condotto contro di lui nelle primarie. Si ricorderà che Hillary Clinton, pur di strappare la nomination, aveva fatto ricorso a tutte le accuse e insinuazioni poi utilizzate dall'avversario repubblicano McCain: Obama è impreparato, forse è mussulmano, è uno che parla bene ma non ha sostanza, ha frequentato gente poco rispettabile (come il bancarottiere Tony Rezko), fa parte di una chiesa nera antiamericana (come quella del pastore Jeremiah Wright), è arrogante, pensa di avere la vittoria in tasca, e chi più ne ha più ne metta. Di fatto Clinton è stata più dura con lui di quanto non lo sia stato John McCain che, pur sollevando la questione dei rapporti di Obama con un ex terrorista (Bill Ayers), ha definto "disonorevole" sfruttare la vicenda della sua appartenenza alla chiesa del pastore Wright.
Da ultimo Obama ha perdonato Joe Lieberman. Chi è Joe Liberman? E' un senatore del Connecticut che due anni fa, dopo essere stato battuto nelle primarie da un altro candidato democratico, si era presentato come indipendente alle elezioni e le aveva vinte. Al senato però era entrato nel gruppo democratico (il suo da sempre) e così aveva potuto conservare la presidenza della importantissima commissione Sicurezza interna e affari di governo (importantissima perché decide come spendere i miliardi di dollari per la sicurezza nazionale). Durante la campagna elettorale si era schierato con John McCain, di cui è vecchio amico, e sembrò addirittura che ne divenisse il candidato alla vicepresidenza. Alla convention fece anche un discorso di durissima critica, con parole di pesante sarcasmo, nei confronti di Obama. Ci si aspettava quindi che, ritornato al senato, venisse radiato dal partito e come minimo privato della "sua" commissione.
E invece no. Il capogruppo al senato, Harry Reid, ha annunciato che Lieberman rimane nel gregge democratico e conserva il suo incarico, facendo capire che la decisione è stata presa con la benedizione di Obama. C'è solo un requisito: l'anziano senatore dovrà presentarsi davanti alle telecamere e fare pubblica ammenda dei suoi errori.
E così Lieberman ha fatto. Ha dichiarato che "la stampa ha riferito male le parole che ho detto; alcune di queste avrei dovuto formularle meglio, ma ce ne sono altre che avrei dovuto non dire, e mi dispiace." A questo punto, fatta l'autocritica in perfetto stile veterocomunista, è stato perdonato e ha ricevuto indietro la sua poltrona.
Claire McCaskill, amica e consigliera di Obama ha chiosato: "Il presidente eletto ha lanciato un preciso messaggio di umiltà, di riconciliazione e di "guarigione". Adesso al lavoro!"
McCain aveva sicuramente torto quando sosteneva che Barack Obama è un "socialista". Però la vicenda Lieberman fa venire il sospetto che in lui, nel profondo, ci sia qualcosa di comunista. O forse invece, da imperatore forte e saggio, è soltanto clemente.
link
Pubblicato da
amaryllide
alle
08:50
0
commenti
venerdì 28 novembre 2008
i coloni che vorrebbero lasciare la Cisgiordania
Rimonim, Cisgiordania - Circondati dall’ostilità, vivendo su una terra che la maggior parte del mondo vuole restituire ai palestinesi affinché vi creino un loro stato, si incontrano silenziosamente in insediamenti ebraici come questo, pianificando il futuro. Ma questi coloni assediati della Cisgiordania, ampiamente considerati come un ostacolo alla pace, sorprendentemente vogliono solo una cosa: andar via.
Mentre la stragrande maggioranza dei coloni dichiara di non voler assolutamente abbandonare il cuore della storica patria ebraica - queste antiche colline di una desolata bellezza i cui nomi biblici sono Giudea e Samaria - migliaia di altri coloni affermano di voler tornare entro i confini di Israele antecedenti al 1967.
Dicono che il progetto di colonizzazione della Cisgiordania - almeno nella parte che si trova al di là della barriera di separazione che Israele sta costruendo - è destinato al fallimento, e che le loro vite sono in pericolo. Molti dicono anche qualcos’altro: l’occupazione israeliana delle terre rivendicate dai palestinesi è sbagliata, e loro non vogliono avere alcun ruolo in essa. Ma le loro case non hanno alcun valore, e dunque si trovano bloccati. Vogliono aiuto.
”Sono venuto qui 25 anni fa, a vivere in campagna ed a crescere la mia famiglia”, ha detto David Avidan mentre sedeva nel soggiorno di un vicino, una sera di pochi giorni fa, per discutere una strategia per andarsene. “Volevamo colonizzare di nuovo tutta la terra di Israele”, ha aggiunto. “Ma ora, quando vedo come i nostri soldati trattano i palestinesi ai checkpoint, mi vergogno. Voglio che ce ne andiamo di qui. Voglio due Stati per due popoli. Ma non posso ottenere denaro in cambio della mia casa, e non posso andarmene”.
Ci sono 280.000 coloni in Cisgiordania (oltre ai più di 200.000 ebrei israeliani che vivono a Gerusalemme Est, anch’essa presa nel 1967), e la stragrande maggioranza è fermamente determinata a rimanere, e ad opporsi ad uno Stato palestinese in queste terre. Ma 80.000 di essi vivono al di là della barriera, e i sondaggi indicano che molti vorrebbero andarsene. Se lo facessero, altri potrebbero seguirli volontariamente.
“Abbiamo fatto un sondaggio tre anni fa, e di nuovo uno lo scorso anno, ed i risultati sono stati gli stessi”, ha detto Avshalom Vilan, un parlamentare del partito di sinistra Meretz. “La metà dei coloni al di là della barriera è motivata ideologicamente, e non vuole andarsene. Ma circa il 40% di essi è pronto ad andar via ad un prezzo ragionevole”.
Vilan è uno dei leader di un movimento chiamato ‘Bayit Ehad’, o ‘One Home’, che vuole una legge che stanzi 6 miliardi di dollari per acquistare le case di 20.000 famiglie, in modo da permettere loro di ricominciare da capo all’interno dei confini di Israele. Gran parte della dirigenza di Kadima - il partito centrista al governo – insieme al Partito Laburista, più orientato a sinistra, sostiene la legge in linea di principio, e il governo ha ascoltato diverse presentazioni di questa legge.
Ma la leadership al potere ha smesso bruscamente di appoggiarne l’approvazione, per paura di creare una spaccatura esplosiva nella società israeliana. Vi è anche la preoccupazione che un passo del genere equivalga a dar via una risorsa senza ottenere nulla in cambio dai palestinesi - un atto unilaterale simile al ritiro da Gaza di tre anni fa, che ha rafforzato il gruppo militante islamico di Hamas, e che è considerato in Israele come un fallimento.
I sostenitori della legge dicono che quella del ritiro da Gaza è una falsa analogia, perché un ritiro dei coloni dalla Cisgiordania rafforzerebbe l’Autorità Palestinese (ANP) sotto la guida del Presidente Mahmoud Abbas. L’ANP sta cercando di convincere l’opinione pubblica palestinese che due Stati sono possibili.
I sostenitori della legge aggiungono che il punto principale è quello di avviare il trasferimento rapidamente, al fine di incoraggiare altri a fare altrettanto, dando inizio ad un processo ordinato per compiere un’impresa che è politicamente ed emotivamente complessa.
Non succederà nulla prima delle elezioni di febbraio, ma i sostenitori della legge sperano che, se il ministro degli Esteri Tzipi Livni, di Kadima, otterrà un numero di voti abbastanza consistente per formare il prossimo governo, deciderà di andare avanti con rapidità. La Livni ha dichiarato che non appena vi saranno le condizioni per una soluzione a due Stati, sarà disposta a prendere maggiormente in considerazione l’idea di far passare la legge.
I coloni che hanno preso posizione a favore di un tale passo dicono che la vita è ormai difficile.
Benny Raz, 55 anni, che ha vissuto con la sua famiglia nell’insediamento di Karnei Shomron a partire dalla metà degli anni ‘90, negli ultimi anni ha cominciato a chiedere una via d’uscita, invitando il governo ad acquistare la sua casa e quelle dei coloni suoi compagni.
“I miei vicini di casa mi guardavano come se fossi un traditore, o come se venissi da un altro pianeta”, ha raccontato. Ha detto di essere stato licenziato dal suo posto di lavoro come responsabile dei conducenti di autobus dell’insediamento, e che il chiosco di panini di sua moglie è stato boicottato e fatto fallire.
”Ho ricevuto telefonate minacciose in cui mi dicevano che mi avrebbero ammazzato”, ha detto. “Oggi, porto con me una pistola, perché ho paura degli ebrei, non degli arabi”.
Herzl Ben Ari, sindaco di Karnei Shomron, ha detto che il signor Raz è stato licenziato per incompetenza, e che il chiosco di panini ha avuto problemi igienici, due questioni estranee alla sua attività politica. Dani Dayan, presidente del Consiglio dei coloni, ha detto che, se gli immobili di alcune comunità hanno perso valore, la maggior parte delle case negli insediamenti in Cisgiordania ha ancora prezzi elevati.
”Questa legge è psicologica”, ha detto in riferimento alla proposta di legge. “Vogliono far pressione su di noi e sull’opinione pubblica israeliana per dare l’illusione che il nostro destino sia già segnato. A loro piace dire che tutti sanno che, alla fine, queste comunità non esisteranno più. Io dico il contrario. Sempre più persone, qui e all’estero, stanno iniziando a capire che non ci sarà nessuno Stato palestinese su queste terre”.
Alcune case, abbandonate dai coloni che non erano disposti a rimanere, sono state occupate da giovani famiglie religiose che pagano un affitto minimo, e che sono state indirizzate in questi luoghi dalla leadership dei coloni. Vilan, il parlamentare di sinistra, ha detto che, con la sua legge, traslocare nelle case degli insediamenti acquistate dal governo sarebbe un reato punibile con una pena fino a cinque anni di reclusione.
‘One Home’ ha tenuto decine di incontri in giro per gli insediamenti in Cisgiordania, invitando coloro che vogliono andarsene a diventare attivi nel movimento.
Nel corso di un incontro qui a Rimonim, molte persone hanno detto di aver paura che ciò che è accaduto a Benny Raz possa accadere anche a loro.
Una fra coloro che Benny Raz ha contribuito a convincere, durante una precedente riunione, è Monika Yzchaki dell’insediamento di Mevo Dotan che, come l’insediamento del signor Raz, è nella metà settentrionale della Cisgiordania, e si trova dall’altra parte della barriera. Vi si è trasferita 16 anni fa con suo marito e i bambini piccoli.
”Siamo venuti qui per avere una casa che potessimo mantenere, in una buona situazione”, ha detto per telefono. “Molti non capiscono che ci sono molti di noi che non sono né estremisti né pazzi. Ora devo mostrare il passaporto alla barriera per poter tornare a casa. Ora vivo in Palestina. Era normale che io pensassi che questo fosse il mio paese, e che loro pensassero che fosse il loro. Oggi è evidente che questo è il loro paese.” Poi ha aggiunto: ”Sono in grado di elencare 40 famiglie che vogliono andarsene, ma hanno paura di dirlo ad alta voce.”
Interpellata su quale fosse il suo punto di vista riguardo ad uno Stato palestinese, ha detto: “Credo che dovrebbe esserci una soluzione a due Stati. Non si può vivere con persone che non hanno l’indipendenza. Devono imparare la loro lingua, insegnare ai loro figli il loro patrimonio culturale. Ma questo è il loro problema. Il mio problema è che il mio governo mi ha abbandonato”
Ethan Bronner è direttore degli uffici di Gerusalemme del New York Times; in precedenza ha lavorato nell’unità investigativa del giornale, occupandosi degli attacchi dell’11 settembre; tra il 1985 ed il 1997 aveva lavorato per il Boston Globe, del quale era stato a lungo corrispondente per il Medio Oriente, da Gerusalemme
link
Pubblicato da
amaryllide
alle
14:59
0
commenti
La nuova propaganda del Pentagono in Iraq
Negli ultimi mesi, il segretario americano alla Difesa, Robert Gates, ha ricevuto molti apprezzamenti per aver ridimensionato i toni della retorica trionfalistica che aveva contrassegnato le prime fasi della cosiddetta ‘guerra al terrore’. L’enfasi da lui posta sulla necessità di “un senso di umiltà, ed un riconoscimento dei limiti” è una dolce musica per coloro che mettono in discussione la necessità di fare automaticamente ricorso ad un uso sproporzionato della forza per difendere gli interessi nazionali degli Stati Uniti.
Ma vi è un settore in cui Gates non è altrettanto modesto o consapevole dei limiti quanto egli vorrebbe che fossero i militari. Nelle sue frequenti dichiarazioni in cui afferma che l’hard power non può ottenere tutto, Gates sottolinea che ciò di cui c’è bisogno è una dose maggiore di soft power (l’‘hard power’ di un paese designa la capacità che esso ha di esercitare la propria influenza attraverso mezzi eminentemente militari, o mezzi economici coercitivi; il ‘soft power’ designa invece la capacità di esercitare la propria influenza attraverso la diplomazia, la cultura e la storia (N.d.T.) ). Tuttavia, quello che emerge è che egli intende dosi massicce di soft power interpretate, ‘confezionate’, e distribuite dal Pentagono e dalle sue ditte appaltatrici.
E’ vero che, in un discorso tenuto nel novembre dell’anno passato, Gates disse che un altro ente governativo – il Dipartimento di Stato – avrebbe dovuto ottenere più fondi per le sue attività di soft power, che includono programmi di ‘public diplomacy’, come i suoi trascurati scambi culturali ed educativi
Tuttavia, poco notata tra le molto acclamate dichiarazioni di Gates vi è la seguente affermazione: “Non fraintendetemi, chiederò ulteriori fondi per la difesa l’anno prossimo”. Parte del denaro che Gates intende spendere, come ha recentemente riferito il Washington Post, sarà dedicata ad uno sforzo triennale – con una spesa di 300 milioni di dollari – per “coinvolgere e motivare” la popolazione dell’Iraq ad appoggiare il suo governo e le politiche USA, attraverso una serie di programmi che vanno dai prodotti mediatici all’intrattenimento (un’ulteriore somma di 15 milioni di dollari all’anno dovrebbe essere spesa per effettuare sondaggi d’opinione tra gli iracheni).
Si tratta di una cifra enorme per gli standard delle politiche di soft power. Il Dipartimento di Stato prevede di spendere appena 5,6 milioni di dollari in ‘public diplomacy’ in Iraq nell’anno fiscale 2008. Il denaro del Dipartimento della Difesa sarà distribuito fra quattro società appaltatrici private, incluso il Lincoln Group il quale, sulla base di accordi con il Pentagono, pagò segretamente alcuni giornali iracheni per stampare articoli scritti dai vertici militari americani ma pubblicati come notizie di prima mano.
Alcune voci critiche si sono levate nei confronti dell’iniziativa di Gates per accattivarsi i cuori e le menti degli iracheni. Jim Webb, senatore democratico della Virginia, il cui background militare e giornalistico lo rende ampiamente qualificato a parlare a proposito dell’uso del soft power da parte del Pentagono, scrisse in una lettera a Gates: “Mentre questo paese si trova di fronte ad una crisi economica così grave, e mentre il governo iracheno registra almeno 79 miliardi di dollari di surplus derivanti dagli introiti petroliferi, secondo me ha ben poco senso che il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti spenda centinaia di milioni di dollari per fare propaganda nei confronti del popolo iracheno”.
Gli specialisti di ‘public diplomacy’ sono anch’essi rimasti sconcertati dalla missione di indottrinamento di Gates. Un noto esperto mi ha scritto tramite e-mail: “La comunicazione che è vista come propaganda non attrae, e di conseguenza non produce soft power”. Le voci critiche sottolineano che i finanziamenti del Dipartimento della Difesa non sono trasparenti, e ciò potrebbe tradursi nella perdita di credibilità dei suoi programmi nel momento in cui coloro a cui tali programmi sono indirizzati scopriranno da dove viene realmente il denaro. Una cosa del genere si è indubbiamente verificata nel corso della Guerra Fredda, quando emerse che la CIA era il segreto finanziatore di riviste intellettuali che erano in precedenza considerate indipendenti. L’ambasciatore iraniano in Iraq, Kazemi Qomi, ha già espresso le proprie rimostranze: “Quattro importanti compagnie nel settore dei media stanno dando il loro contributo al piano del Pentagono di incitare l’opinione pubblica irachena contro l’Iran e di guastare i rapporti fra Teheran e Baghdad”. Una simile “propaganda anti-iraniana”, ha affermato l’agenzia di stampa iraniana FARS, è “inutile”.
La costosa iniziativa di soft power del Pentagono non è limitata ad un pubblico straniero, ma include gli stessi Stati Uniti. Essa stabilisce la necessità di “comunicare in maniera efficace con le nostre audience strategiche (vale a dire con il pubblico iracheno, con quello arabo, con quello internazionale, e con quello degli Stati Uniti) per assicurare una diffusa approvazione dei temi e dei messaggi [del governo statunitense e di quello iracheno]”. Secondo Marc Lynch, uno specialista del settore dei media mediorientali, fare del “pubblico americano…un obiettivo chiave da manipolare attraverso la diffusione segreta di messaggi di propaganda dovrebbe essere considerato scandaloso, lesivo della democrazia, ed illegale”.
Scandaloso lo è certamente, ma questa abitudine di rendere la stessa patria americana un obiettivo fa parte del modo di operare del Dipartimento della Difesa, come confermano le rivelazioni del New York Times riguardo all’uso ‘militare’ di commentatori dei media nazionali in qualità di propagandisti del Pentagono (queste attività sono attualmente soggette ad un’indagine della Commissione federale delle comunicazioni). Nulla è peggiore del cattivo uso dell’hard power, come Gates ha giustamente suggerito. Tuttavia egli non sembra disposto ad ammettere che la stessa cosa è vera anche nel caso di ciò che il Pentagono interpreta come soft power.
John Brown ha servito nello ‘US Foreign Service’, il servizio diplomatico statunitense, per oltre vent’anni; attualmente è ‘senior fellow’ presso il Center on Public Diplomacy della University of Southern California
Pubblicato da
amaryllide
alle
14:47
0
commenti