ora Israele è uno stato ufficialmente razzista, senza se e senza ma:
http://www.haaretz.com/hasen/spages/1054867.html
http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3654866,00.html
il sogno di purezza etnica dei fascisti ebrei di Jabotinski si è compiuto: lo stato di Israele per soli ebrei e gli arabi raus, dietro il Muro di Ferro.
Ma era ampiamente prevedibile e previsto. Vedere per credere:
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lunedì 12 gennaio 2009
la bancarotta della democrazia israeliana è completa: fuorilegge i partiti arabi
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amaryllide
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Il fardello dell'uomo israeliano
Non molto tempo prima dell’offensiva contro Gaza, il premier israeliano Ehud Olmert pose a se stesso e al proprio popolo una domanda gelida, senza precedenti. Una domanda non concernente i valori e la morale, ma la pura utilità.
Era il 29 settembre, e in un’intervista a Yedioth Ahronoth denunciò quarant’anni di cecità: quella d’Israele e la propria. Disse che era arrivato il momento, non rinviabile, in cui lo Stato doveva mutare natura e scegliere come vivere e sopravvivere: se guerreggiando in permanenza, o cercando la pace coi vicini.
Non negò le colpe di Hamas e di molti Stati arabi, ma invitò i connazionali a concentrarsi sul «proprio fardello di colpa». Il fardello consisteva negli automatismi del pensiero militarizzato: «Gli sforzi di un primo ministro devono puntare alla pace o costantemente aspirare a rendere il paese più forte, più forte, più forte, con l’obiettivo di vincere una guerra?».
Aggiunse che personalmente non ne poteva più di leggere i rapporti dei propri generali: «Possibile che non abbiano imparato assolutamente nulla? Per loro esistono solo i carri armati e la terra, il controllo dei territori e i territori controllati, la conquista di questa e quella collina. Tutte cose senza valore». L’unico valore da ritrovare era la pace, perseguibile a un’unica condizione: liquidando le colonie, restituendo «quasi tutti se non tutti i territori», dando ai palestinesi «l’equivalente di quel che Israele terrà per sé». Alla Siria andava reso il Golan, ai palestinesi parte di Gerusalemme. Così parlò il primo ministro d’Israele, non un preconcetto nemico dello Stato ebraico e del suo popolo.
Da queste parole sembra passato un tempo enorme e oggi non sono che fumo e fame di vento, come nel Qohèlet. Allora l’opportunità era imperativa, vicina. Nemmeno tre mesi dopo, la guerra è decretata «senza alternative». Allora Olmert pareva ascoltare gli intellettuali contrari alle soluzioni belliche: da Tom Segev a Gideon Levy a Abraham Yehoshua che tra i primi, su La Stampa, ha invocato negli ultimi giorni la tregua. Tre mesi dopo il pensiero militarizzato si riaccende e il dissenso si dirada. Non restano che Segev, Gideon Levy, Yossi Sarid. Perfino Yehoshua considera vana una reazione proporzionata ai missili di Hamas «perché la capacità di sopportazione e resistenza dei palestinesi è infinitamente superiore a quella degli israeliani». La domanda gelida di Olmert, a settembre, era la seguente e resta valida: «Che faremo, dopo aver vinto una guerra? Pagheremo prezzi pesanti e dopo averli pagati dovremo dire all’avversario: cominciamo un negoziato».
Secondo Olmert, Israele era a un bivio: «Per quarant’anni abbiamo rifiutato di guardare la realtà con occhi aperti (...). Abbiamo perso il senso delle proporzioni».
Non poche cose s’intuiscono, anche se ai giornalisti è vietato il teatro di guerra. Quel paesaggio che da giorni vediamo sugli schermi, alle spalle dei reporter, è praticamente tutta Gaza: non più di 40 chilometri di lunghezza, 9,7 chilometri di profondità. Con 360 chilometri quadrati, Gaza è più piccola di Roma e abitata da 1,5 milioni di palestinesi.
Inevitabile che in un lembo sì minuscolo i civili abbattuti siano tanti (metà degli uccisi, secondo alcuni). Inevitabile chiedersi se i governanti israeliani non persistano nella cecità, quando negano che la loro guerra sia contro i civili e un disastro umanitario.
Israele ha serie ragioni da accampare: i missili di Hamas sulle città del Sud, da anni e malgrado il ritiro unilaterale voluto da Sharon nel 2005, generano angoscia e collera indicibile, anche se i morti non sono molti. Ma ci sono cose non dette, in chi giustamente s’indigna: cose che questi ultimi nascondono a se stessi, dure da ammettere, non vere.
Non è vero, innanzitutto, che lo Stato israeliano reagisca senza voler penalizzare i civili.
Bersagliando i luoghi da cui partono i missili di Hamas, esso sa che subito Hamas e i missili si sposteranno altrove, e che in quei luoghi non resteranno che i civili: vecchi, donne, bambini. Lo dicono essi stessi, ai giornalisti: «Quando parte un missile vicino alle nostre case, scuole, moschee, sappiamo che non Hamas sarà colpito, ma noi». La domanda è tremenda: come spiegare agli abitanti di Gaza la differenza con rappresaglie che, come a Marzabotto, sacrificarono centinaia di civili al posto di introvabili partigiani?
Secondo: non è vero che non esistessero alternative all’attacco aereo e terrestre. Se la tregua con Hamas non ha funzionato, è perché mai iniziò veramente. Perché i coloni avevano evacuato la Striscia ma Israele manteneva il controllo dei cieli, del mare, dei confini. Il cessate il fuoco negoziato a giugno prevedeva la fine del lancio di missili palestinesi ma anche la rimozione del blocco di Gaza, imputabile a Israele. I missili son diminuiti, anche se non scomparsi: ne cadevano a centinaia tra maggio e giugno, ne son caduti meno di 20 nei quattro mesi successivi. Nulla invece è accaduto per il blocco.
Questo è il «fardello di colpe» israeliane, non piccolo, e ancora una volta la geografia aiuta a capire. Dice il governo d’Israele che dal 2005 Gaza appartiene ai palestinesi, ma che non è servito a nulla. È falso anche questo, perché Gaza essendo priva di autonomia non è messa alla prova. Non le manca solo il controllo dell’aria, del mare. Ci sono sei punti di passaggio che dovrebbero consentire il transito di cibo, acqua, elettricità, uomini (lungo la frontiera con Israele il valico Erez a Nord, i valichi Nahal Oz, Karni, Kissufim, Sufa a Est; ai confini con l’Egitto il valico Rafah) e tutti sono chiusi. Per una briciola come Gaza è impossibile vivere senza rapporti coll’esterno, ed essi sono bloccati da quando Hamas ha vinto le elezioni e rotto con Fatah. Anche in tal caso un’intera popolazione paga per i politici, e quando il cardinale Martino parla di campo di concentramento (altri parlano di prigione a cielo aperto) non s’allontana dai fatti. I tunnel servono a contrabbandare armi, è vero. Ma anche a trasportare cibo, medicine, pezzi industriali di ricambio. Il disastro umanitario a Gaza non comincia oggi. E quel milione e mezzo è lì perché cacciatovi dall’esercito israeliano nel ’48.
La punizione è parola chiave, in numerose guerre israeliane. Ma la punizione en masse dei civili non punisce in realtà nessuno, e accresce ire omicide nei contemporanei e nei discendenti. È una sorta di vendetta esibita. È guerra terapeutica che libera da inibizioni morali, guerra fatta per roteare gli occhi, scrive Yossi Sarid (Haaretz, 9 gennaio). È non solo feroce, ma vana. I missili di Hamas continuano a colpire e hanno addirittura allungato la gittata: ormai colpiscono Beer Sheva (36 chilometri dalla centrale atomica di Dimona) e la base di Tel Nof (27 chilometri da Tel Aviv).
Gaza e Cisgiordania sono più che mai interdipendenti. Quel che accade in Cisgiordania ha pesato amaramente su Gaza, e pesa ancora. In questo caso sì: non c’è alternativa alla decolonizzazione e al ritiro. Anche Israele, come tanti imperi, deve passare di qui. Deve smettere di separare i teatri d’azione: di edificare nuove colonie ogni volta che negozia o ogni volta che guerreggia su altri fronti, in Libano o a Gaza. È quello che teme anche oggi Dror Etkes, coordinatore dell’associazione israeliana Yesh Din (volontari per i diritti umani): «Posso certificare che proprio in queste ore stanno spianando terre in Cisgiordania per una nuova colonia presso Etz Efraim, e per un avamposto presso Kedumim». In un libro di Idith Zertal e Akiva Eldar (Lords of the Land, New York 2007) è scritto che la pace è irraggiungibile se non si riconosce che ogni singola colonia, e non solo i cosiddetti avamposti illegali, viola la legge internazionale; se non ci si spoglia dell’ossessione delle armi e delle terre idolatrate, che Olmert stesso ha denunciato poche settimane fa.
Barbara Spinelli
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domenica 11 gennaio 2009
IL TRADIMENTO DEGLI INTELLETTUALI
Marco Travaglio ha appena scritto un commento su Gaza, diramato dalla sua casa editrice Chiarelettere, che inizia così: “Israele non sta attaccando i civili palestinesi. Israele sta combattendo un’organizzazione terroristica come Hamas che, essa sì, attacca civili israeliani”.
Bene.
Il compianto Edward Said, palestinese e docente di Inglese e di Letteratura Comparata alla Columbia University di New York, scrisse anni fa un saggio intitolato “The Treason of the Intellectuals” (il tradimento degli intellettuali). Si riferiva alla vergognosa ritirata delle migliori menti progressiste d’America di fronte al tabù Israele. Ovvero come costoro si tramutassero nelle proverbiali tre scimmiette - che non vedono, non sentono, non parlano - al cospetto dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra che il Sionismo e Israele Stato avevano commesso e ancora commettono in Palestina, contro un popolo fra i più straziati dell’era contemporanea.
E di tradimento si tratta, senza ombra di dubbio, e cioè tradimento della propria coscienza, delle proprie facoltà intellettive, e del proprio mestiere. Gli intellettuali infatti hanno a disposizione, al contrario delle persone comuni, ogni mezzo per sapere, per approfondire. Ma nel caso dei 60 anni di conflitto israelo-palestinese, con la mole schiacciate e autorevole di documenti, di prove e di testimonianze che inchiodano lo Stato ebraico, non sapere e non pronunciarsi può essere solo disonestà e vigliaccheria. Poiché in quella tragedia la sproporzione fra i rispettivi torti è così colossale che non riconoscere nel Sionismo e in Israele un “torto marcio”, una colpa grottescamente e atrocemente superiore a qualsiasi cosa la parte araba abbia mai fatto o stia oggi facendo, è ignobile. E’ un tradimento della più elementare pietas, del cuore stesso dei Diritti dell’Uomo e della legalità moderna. E’ complicità, sì, com-pli-ci-tà nei crimini ebraici in Palestina. Leggete più sotto.
I traditori nostrani abbondano, particolarmente nelle fila dell’ala ‘progressista’. Marco Travaglio guida oggi il drappello, che vede Furio Colombo, Gad Lerner, Umberto Eco, Adriano Sofri, Gustavo Zagrebelsky, Walter Veltroni, Davide Bidussa et al., affiancati dell’instancabile lavoro di falsificazione della cronaca di tutti i corrispondenti a Tel Aviv delle maggiori testate italiane. E ci si chiede: perché lo fanno? Personalmente non mi interessa la risposta, e non voglio neppure addentrarmi in ipotesi contorte del tipo ‘il potere della lobby ebraica’, la carriera, o simili.
Ciò che conta è il danno che costoro causano, che è, si badi bene, superiore a quello delle armi, delle torture, delle pulizie etniche, del terrorismo. Molto superiore.
Perché una cosa sia chiara a tutti: l’unica speranza di porre fine alla barbarie in Palestina sta nella presa di posizione decisa dell’opinione pubblica occidentale, nella sua ribellione alla narrativa mendace che da 60 anni permette a Israele di torturare un intero popolo innocente e prigioniero nell’indifferenza del mondo che conta, quando non con la sua attiva partecipazione. Ma se gli intellettuali non fanno il loro dovere di denuncia della verità, se cioè non sono disposti a riconoscere ciò che l’evidenza della Storia gli sbatte in faccia da decenni, e se non hanno il coraggio di chiamarla pubblicamente col suo nome, che è: Pulizia Etnica dei palestinesi, mai si arriverà alla pace laggiù. E l’orrore continua. Essi, di quegli orrori, hanno una piena e primaria corresponsabilità.
L’evidenza della Storia di cui parlo è in primo luogo: che il progetto sionista di una ‘casa nazionale’ ebraica in Palestina nacque alla fine del XIX secolo con la precisa intenzione di cancellare dalla ‘Grande Israele’ biblica la presenza araba, attraverso l’uso di qualsiasi mezzo, dall’inganno alla strage, dalla spoliazione violenta alla guerra diretta, fino al terrorismo senza freni. I palestinesi erano condannati a priori nel progetto sionista, e lo furono 40 anni prima dell’Olocausto. Quel progetto è oggi il medesimo, i metodi sono ancor più sadici e rivoltanti, e Israele tenterà di non fermarsi di fronte a nulla e a nessuno nella sua opera di Pulizia Etnica della Palestina. Questo accadde, sta accadendo e accadrà. Questo va detto, illustrato con la sua mole schiacciante di prove autorevoli, va gridato con urgenza, affinché il pubblico apra finalmente gli occhi e possa agire per fermare la barbarie.
In secondo luogo: che la violenza araba-palestinese, per quanto assassina e ingiustificabile (ma non incomprensibile), è una reazione, REAZIONE, disperata e convulsa, a oltre un secolo di progetto sionista come sopra descritto, in particolare a 60 anni di orrori inflitti dallo Stato d’Israele ai civili palestinesi, atrocità talmente scioccanti dall’aver costretto la Commissione dell’ONU per i Diritti Umani a chiamare per ben tre volte le condotte di Israele “un insulto all’Umanità” (1977, 1985, 2000). La differenza è cruciale: REAGIRE con violenza a violenze immensamente superiori e durate decenni, non è AGIRE violenza. E’ immorale oltre ogni immaginazione invertire i ruoli di vittima e carnefice nel conflitto israelo-palestinese, ed è quello che sempre accade. E’ immorale condannare il “terrorismo alla spicciolata” di Hamas e ignorare del tutto il Grande terrorismo israeliano.
Le prove. Non posso ricopiare qui migliaia di documenti, citazioni, libri, atti ufficiali e governativi, rapporti di intelligence americana e inglese, dell’ONU, delle maggiori organizzazioni per i Diritti Umani del mondo, di intellettuali e politici e testimoni ebrei, e tanto altro, che dimostrano oltre ogni dubbio quanto da me scritto. Quelle prove sono però facilmente consultabili poiché raccolte per voi e rigorosamente referenziate in libri come “La Pulizia Etnica della Palestina”, di Ilan Pappe, Fazi ed., o “Pity The Nation”, di Robert Fisk, Oxford University Press, e “Perché ci Odiano”, Paolo Barnard, Rizzoli BUR, fra i tantissimi. O consultabili nei siti http://www.btselem.org/index.asp, http://www.jewishvoiceforpeace.org, http://zope.gush-shalom.org/index_en.html, http://www.kibush.co.il, http://rhr.israel.net, http://otherisrael.home.igc.org. O ancora leggendo gli archivi di Amnesty International o Human Rights Watch, o ne “La Questione Palestinese” della libreria delle Nazioni Unite a New York.
E torno al “tradimento degli intellettuali” nostrani. Vi sono aspetti di quel fenomeno che sono fin disperanti. Il primo è l’ignoranza in materia di conflitto israelo-palestinese di alcuni di quei personaggi, Marco Travaglio per primo; un’ignoranza non scusabile, per le ragioni dette sopra, ma anche ‘sospetta’ in diversi casi.
Un secondo aspetto è l’ipocrisia: l’evidenza di cui sopra è soverchiante nel descrivere Israele come uno Stato innanzi tutto razzista, poi criminale di guerra, poi terrorista, poi Canaglia, poi persino neonazista nelle sue condotte come potere occupante. Ricordo il 17 novembre 1948, quando Aharon Cizling, allora ministro dell’agricoltura della neonata Israele, sorta sui massacri dei palestinesi innocenti, disse: “Adesso anche gli ebrei si sono comportati come nazisti, e tutta la mia anima ne è scossa”. Ricordo Albert Einstein, che sul New York Times del dicembre 1948 definì l’emergere delle forze di Menachem Begin (futuro premier d’Israele) in Palestina come “un partito fascista per il quale il terrorismo e la menzogna sono gli strumenti”. Ricordo Ephrahim Katzir, futuro presidente di Israele, che nel 1948 mise a punto un veleno chimico per accecare i palestinesi, e ne raccomandò l’uso nel giugno di quell’anno. Ricordo Ariel Sharon, che sarà premier, e che nel 1953 fu condannato per terrorismo dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU con la risoluzione 101, dopo che ebbe rinchiuso intere famiglie palestinesi nelle loro abitazioni facendole esplodere. Ricordo l’ambasciatore israeliano all’ONU, Abba Eban, che nel 1981 disse a Menachem Begin: “Il quadro che emerge è di un Israele che selvaggiamente infligge ogni possibile orrore di morte e di angoscia alle popolazioni civili, in una atmosfera che ci ricorda regimi che né io né il signor Begin oseremmo citare per nome”. Ricordo la risoluzione ONU A/RES/37/123, che nel dicembre del 1982 definì il massacro dei palestinesi a Sabra e Chatila sotto la “personale responsabilità di Ariel Sharon” un “atto di genocidio”. Ricordo le parole dello Special Rapporteur dell’ONU per i Diritti Umani, il sudafricano John Dugard, che nel febbraio del 2007 scrisse che l’occupazione israeliana era Apartheid razzista sui palestinesi, e che Israele doveva essere processata dalla Corte di Giustizia dell’Aja. Ricordo le parole dell'intellettuale ebreo Norman G. Finkelstein, i cui genitori furono vittime dell’Olocausto: “Ma se gli israeliani non vogliono essere accusati di essere come i nazisti, devono semplicemente smettere di comportarsi da nazisti.” Ricordo che esistono prove soverchianti che Israele usa bambini come scudi umani; che lascia morire gli ammalati ai posti di blocco; che manda i soldati a distruggere i macchinari medici nei derelitti ospedali palestinesi; che viola dal 1967 tutte le Convenzioni di Ginevra e i Principi di Norimberga; che ammazza i sospettati senza processo e con loro centinai di innocenti; che punisce collettivamente un milione e mezzo di civili esattamente come Saddam Hussein fece con le sue minoranze shiite; che massacra 19.000 o 1.000 civili a piacimento in Libano (1982, 2006) e poi reclama lo status di vittima del ‘terrorismo’. Ricordo che il Piano di Spartizione della Palestina del 1947 fu rigettato da Ben Gurion prima ancora che l'ONU lo adottasse, e che esso privava i palestinesi di ogni risorsa importante (dai Diari di Ben Gurion). Ricordo che la guerra arabo-israeliana del 1948 fu una farsa dove mai l’esercito ebraico fu in pericolo di sconfitta, tanto è vero che Ben Gurion diresse in quei mesi i suoi soldati migliori alla pulizia etnica dei palestinesi (sempre dai Diari di Ben Gurion); che la guerra dei Sei Giorni nel 1967 fu un’altra menzogna, dove ancora Israele sapeva in aticipo di vincere facilmente “in 7 giorni”, come disse il capo del Mossad Meir Amit a McNamara a Washington prima delle ostilità, e mentre l’egiziano Nasser tentava disperatamente di mediare una pace (dagli archivi desecretati della Johnson Library, USA); che gli incontri di Camp David nel 2000 furono un inganno per distruggere Arafat, come ho dimostrato in “Perché ci Odiano” intervistando i mediatori di Clinton; che i governi di Israele hanno redatto 4 piani in sei anni per la distruzione dell'Autorità Palestinese sancita dagli accordi di Oslo mentre fingevano di volere la pace (nomi: Fields of Thorns, Dagan, The Destruction of the PA, ed Eitam); che la tregua con Hamas che ha preceduto l’aggressione a Gaza fu rotta da Israele per prima il 4 novembre del 2008 (The Guardian, 5/11/08 – Ha’aretz, 30/12/08), con l’assassino di 6 palestinesi. E queste sono solo briciole della mole di menzogne che ci hanno raccontato da sempre sulla 'epopea' sionista.
Ricordo infine Ben Gurion, il padre di Israele, che lasciò scritto: “Dobbiamo usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca delle loro terre, per ripulire la Galilea dalla sua popolazione araba”. E ancora: “C’è bisogno di una reazione brutale. Se accusiamo una famiglia, dobbiamo straziarli senza pietà, donne e bambini inclusi. Durante l’operazione non c’è bisogno di distinguere fra colpevoli e innocenti”. Quell'uomo pronunciò quelle agghiaccianti parole 20 anni prima della nascita dell’OLP, più di 30 anni prima della nascita di Hamas, 50 anni prima dell’esplosione del primo razzo Qassam su Sderot in Israele.
Ricordo ai nostri ‘intellettuali’ di andarle a leggere queste cose, che sono in libreria accessibili a tutti, prima di emettere sentenze.
E l’ipocrisia sta nel fatto che questi negazionisti di tali orrori storici possono scrivere le enormità che scrivono sulla tragedia di Gaza, sulla Pulizia Etnica dei palestinesi, e possono dichiararsi filo-israeliani “appassionati” (Travaglio) senza essere ricoperti di vergogna dal mondo della cultura, dai giornalisti e dai politici come lo sarebbe chiunque negasse in pubblico l’orrore patito per decenni dalle vittime dell’Apartheid sudafricana, o i massacri di pulizia etnica di Srebrenica e in tutta la ex Jugoslavia.
Il mio appello a questi colti mistificatori è: continuare a seppellire sotto un oceano di menzogne, di ipocrisia, sotto l’indifferenza allo strazio infinito di un popolo, sotto la vostra paura o la vostra convenienza, la grottesca sproporzione fra il torto di Israele e quello palestinese, causa e causerà ancora morti, agonie, inferno in terra per esseri umani come noi, palestinesi e israeliani. Sono più di cento anni che il nostro mondo li sta umiliando, tradendo, derubando, straziando, con Israele come suo sicario. Sono 60 anni che chiamiamo quelle vittime “terroristi” e i terroristi “vittime”. Questo è orribile, contorce le coscienze. Non ci meravigliamo poi se i palestinesi e i loro sostenitori nel mondo islamico finiscono per odiarci. Dio sa quanta ragione hanno, cari 'intellettuali'.
Paolo Barnard
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Fulvio Grimaldi: questione nazionale e internazionalismo: oggetti smarriti
....Qui, della famigerata ed esorcizzata lotta di classe si tratta. E non nei termini dell’atrofizzazione dogmatica di certi miei critici. Dico cose scontate: come ci sono negli Stati della borghesia capitalista classi da spremere e, se del caso, sopprimere, così ci sono, con le stesse identiche connotazioni sociali, ma in più anche nazionali, popoli proletari che vorrebbero acquisire i diritti dell’uguaglianza sociale e sanno che la loro conquista dipende in primis dal diritto dell’uguaglianza degli Stati. Dalla sovranità. Quella sovranità da noi ceduta nel secolo scorso e che mi echeggiava nelle orecchie come esigenza primaria, in ogni paese latinamericano percorso. Non mi si venga qui a barbugliare di proletari ebrei e proletari arabi che dovrebbero unirsi contro i padroni, sennò non se ne fa niente. Si impari dai nordirlandesi che, con la borghesia anglo-unionista che gli aveva scatenato addosso i proletari fascisti protestanti lobotomizzati, sapevano come la rivoluzione passasse per la sovranità nazionale del loro paese riunificato. Qui coloro che blaterano per il superamento degli Stati nazione sono graditissimi ciambellani ai party degli Stati più forti e delle élites che ne sono foraggiate e protette.....
Intanto, stiamo in guardia: tutto quello che questi rigurgiti di barbarie vanno facendo in giro per il mondo, sono prove di laboratorio per arrivare preparati all’immancabile scontro finale tra capitale e anticapitalismo generato dalla crisi. Potete immaginare il terrore dei padroni davanti a quelle masse senza più niente da perdere che si muoveranno, poniamo, per riprendersi le acque sequestrate dai ladri di beni comuni, per riaprire i forni limitati alla produzione di brioches per ricchi, o rioccupare col grano non inquinato da geni alieni i campi sottratti al nutrimento umano e destinati a quello delle auto ammazzamondo, o sostituire nelle scuole l’intelligenza e la conoscenza alla protervia e al rincretinimento aziendalista, o prendersi le città, le produzioni, il mare, l’aria? Ve lo immaginate?...
Risuona, come il lamento della tramontana tra gli alberi, l’affannata domanda: cosa possiamo fare. Laggiù per ora niente. Solo capire e capire vuol dire rispettare i popoli e le loro scelte, comprendere i progetti, il quadro generale, i collegamenti, insomma la geopolitica. A fare cose concrete, visto che Israele non ammette testimoni, ci pensa per noi Vittorio Arrigoni che ieri ha rifiutato il suggerimento della nostra diplomazia e degli israeliani di far parte dell’ultimo gruppo di stranieri in uscita da Gaza. Leggetelo sul “manifesto”, nobilita quella testata.....
Nessuno mi toglie di testa che ai nazifascisti si reagisce con tutto quello che puoi rimediare e che, nella situazione attuale, il movimento antagonista deve diffondere coscienza di tre libertà da rivendicare.
La libertà nazionale, che è quella che fa rizzare i peli di tanti compagni che darebbero l’anima per la libertà nazionale, cioè la sovranità, dei palestinesi, boliviani, cubani, curdi, baschi, irlandesi, magari sudtirolesi. Noi non ne abbiamo che l’impalcatura costituzionale, che, del resto, va perdendo pezzi a ogni passaggio di Gellisconi. Dal 1945 la nostra sovranità nazionale ha le manette di una subordinazione coloniale che vaioleggia tutto il territorio, alimenta lo stragismo terrorista di Stato, ci fa base e obiettivo di guerre, eventualmente nucleari. Il paese è totalmente mafizzato da una potenza predatrice interna che, in base agli accordi tra padrini e Washington del 1945, fa capo alla criminalità organizzata politico-economica delle potenze occidentali. Non c’è mossa dei nostri apparati di “sicurezza” che non risponda a dettami di Washington o Tel Aviv. L’ìntero Settentrione del paese è malgovernato e pervertito culturalmente e l’unità nazionale è minata da una forza politica che risponde agli interessi espansionistici di uno Stato del Nord.
La libertà legale, la legge uguale per tutti, la Costituzione e gli statuti rispettati. Qui si dà da fare, strumentalmente o meno non importa, quel Di Pietro alle cui manifestazioni certi compagni non andrebbero neanche se glielo chiedesse Lenin. Dimenticano questi compagni che la legalità sarà pure borghese, ma gliela abbiamo strappata noi. Pensate che esistesse la norma universale che “la legge è uguale per tutti” prima della rivoluzione francese, prima dell’indipendenza nazionale, e che lo statuto dei lavoratori ci sia stato benevolmente elargito da Agnelli e Mediobanca, che, andando indietro, non ci sarebbero ancora la schiavitù (che intanto ritorna) o le 17 ore di lavoro (che pure stanno tornando) se non fosse stato per classi in rivolta e per i loro martiri? E allora arricciamo il naso su chi si batte contro il Lodo Alfano, la truffa lavoricida dell’Alitalia, le intemerate contro quei pochi giudici che ancora osano perseguire i potenti? Diceva Niemoller più o meno così: dopo la legge che gli permette di far fuori gli zingari, di lagerizzare gli ebrei, di uccidere i comunisti, e noi siamo stati zitti, verrà promulgata anche quella contro di noi. E non ci sarà più nessuno a obiettare.
La libertà sociale è quella sulla quale ci troviamo d’accordo tutti. La fame è fame e, come dice il Che, l’alienazione è alienazione, il precariato è morte civile e sociale, l’ambiente è specie a rischio, la scuola ti mastica e di caga e per lo sciopero c’è la precettazione. Solo che a infilare la testa tutt’intera nella battaglia per questa libertà, si rischia di finire come lo struzzo: che ti si fanno da dietro. Negli ultimi tempi il discorso internazionale era svaporato nelle assise dei compagni. Era come se si fosse tagliato il filo che lega tutto. Iniziative contro la guerra? L’Afghanistan e i nostri ascari Nato? L’Iraq dalle ultime mani che spuntano dal naufragio? Tutto svaporato. Vicenza e la base d’assalto e di controllo interno, le altri basi Usa e Nato, i nostri porti requisiti dalle flotte imperiali, le atomiche a casa nostra, lo scorazzare di servizi segreti malintenzionati e terroristi, l’innesto della nostra classe politica nella malapianta USraeliana, i nostri ascari subimperialisti mandati a caccia di teste, prima serbe, poi musulmane, il nostro giornalismo alimentato, come quell’orsacchiotto semovente col tamburo, dalle pile caricate nei monopoli dell’informazione imperialista…
Questo millennio è iniziato con un tasso di sadismo e criminalità delle élites regnanti giudaicocristiane che non ha l’uguale negli albori di altri millenni. Se passa Israele e il suo progetto di pulizia etnica dal mare al Giordano e molto oltre, se passano gli Stati Uniti, se passa l’UE, passa il fascismo, probabilmente la fine del mondo verrà anticipata di qualche evo. Per averli conosciuti, credo che quello che i palestinesi ci chiedono è di riprendere a pretendere: “Via le nostre spedizioni militari all’estero, via le basi straniere dal nostro suolo, fuori l’Italia dalla Nato, fuori la Nato dall’Italia.” Non è più il tempo dei volontari internazionalisti accanto ai fedayin. Quelli erano tempi! Li ho frequentati e come li rimpiango! Ma anche gli obiettivi del nostro tempo non sono male. Basta vederli. Tutto questo non ci esime di urlare per Hamas e per chiunque difenda la Palestina, ebrei non nazisionisti in testa, fino a irrompere nei cervelli della gente, a ricattare una classe politica modellata nella melma, a far viaggiare fino all’ultimo orizzonte l’immagine d’ Israele nazificato. Rispetto a quelle negli altri paesi imperialisti, le manifestazioni in Italia sono state patetiche. Downing Street è stata sommersa da sputi e scarpe. Un tempo eravamo i primi. La caduta dell’internazionalismo si paga.
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amaryllide
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"Hamas non è il mostro. E' il figlio del mostro. Il mostro si chiama occupazione"
Cara Achinoam Nini,
ho scelto di rispondere a te e non all'intera destra rabbiosa, perchè credo che il tradimento del campo della pace superi il danno causato dalla destra di migliaia di volte. La facilità con cui il campo della pace si accoda ai ruggiti di guerra ostacola la creazione di un significativo movimento che possa dare una vera resistenza all'occupazione.
Tu ruoti gli occhi,usi le tue parole d'amore al servizio dei tuo popolo conquistatore e chiedi ai paletinesi di arrendersi con voce tenera. Tu dai ad Israele il ruolo di liberatore. Ad Israele - che, per oltre 60 anni, li ha occupati e umiliati. "Io so dove è il vostro cuore! E' proprio dove è il mio, con i miei figli, con la terra, con il cielo, con la musica, con la SPERANZA!" scrivi, ma Achinoam, noi abbiamo preso la loro terra e imprigionati nel ghetto chiamato Gaza. Abbiamo coperto i loro cielo con i jet da combattimento, svettanti come angeli dell'inferno e seminando morte a caso. Di quale speranza stai parlando? Abbiamo distrutto ogni possibilità di moderazione e di vita in comune nel momento in cui abbiamo saccheggiato la loro terra, mentre eravamo seduti con loro al tavolo del negoziato. Possiamo avere parlato di pace, ma li abbiamo derubati anche degli occhi. Essi volevano la terra data loro dal diritto internazionale, e noi abbiamo parlato in nome di dio.
Chi sarebbero i laici di Gaza che si dovrebbero ribellare, quando abbiamo calpestato il diritto internazionale, e quando il resto del mondo illuminato ignora il loro grido? Quando l'illuminismo fallisce e la moderazione è vista come una debolezza, il fanatismo religioso dà un senso di forza. Forse, se pensi alla situazione mentale della popolazione sotto assedio di Masada, potresti capire meglio il senso di ciò che sta accadendo a Gaza. I laici a Gaza trovano difficile parlare contro Hamas quando il loro ghetto è stato bombardato tutto il giorno e tutta la notte. Tu probabilmente diresti che 'non ci sarebbe bisogno di sparare su di loro se loro smettessero di farlo' ma loro sparano perchè stanno combattendo per qualcosa di più del diritto di vivere nella prigione chiamata Gaza. Loro si battono per il diritto di vivere come cittadini liberi in un paese indipendente - proprio come facciamo noi.
"So che nel profondo del vostro cuore VOI DESIDERATE la scomparsa di questa bestia chiamata di Hamas che vi ha terrorizzato e ucciso, che ha trasformato Gaza in un mucchio di immondizia fatto di povertà, malattie e miseria", scrivi.
Ma Hamas non è il mostro, il mia cara Achinoam. È il figlio del mostro . L'occupazione israeliana è il mostro. Essa e solo essa è responsabile per la povertà e la malattia e l'orrore. Siamo stati così spaventati dalla sua leadership laica, che ha minato la nostra visione della Terra di Israele, che abbiamo scelto di finanziare e sostenere Hamas, nella speranza che da una politica di divide et impera avremmo potuto andare avanti con l'occupazione per sempre, ma quando la cosa ci si è ritorta contro, tu scegli di incolpare l'effetto invece della causa.
Tu scrivi: "Io posso solo desiderare per voi che Israele farà il lavoro che tutti noi sapiamo deve essere fatto, e, infine, VI LIBERI da questo cancro, questo virus, questo mostro chiamato fanatismo, e oggi chiamato Hamas. E che questi assassini scoprano quanta compassione possa ancora esistere nei loro cuori e SMETTANO di utilizzare voi e i vostri bambini come scudi umani per la loro viltà e crimini ". Sarebbe lo stesso se la tua sorella palestinese scrivesse: "Speriamo che Hamas faccia il lavoro per voi, e vi liberi della Destra ebraica".
Quindi, forse, invece di ordinare a un popolo al quale abbiamo asportato chirurgicamente ogni barlume di speranza, potresti aiutare i tuoi fratelli e sorelle in Palestina a liberarsi dall'occupazione, dall'oppressione e dall'arrogante colonialismo inflitto dal tuo paese.
Solo allora li puoi invitare a lottare democraticamente e riportare la Palestina allo stato mentale in cui era prima che noi li spingessimo in un angolo del muro che abbiamo costruito.
E se i tuoi fratelli in Palestina scelgono Hamas, devi rispettare la loro scelta, proprio come le nazioni del mondo hanno rispettato Israele quando ha scelto l'omicida Sharon. Hamas lo devono combattere loro, proprio come tu hai combattuto lui. Questa è la democrazia. Solo allora potrete tu e i tuoi fratelli da entrambe le parti diPalestina e Israele condividere - da uguali - la gioia della terra, il cielo e la musica; solo allora riusciremo a combattere insieme per la parità, per ogni uomo e ogni donna che vivono nella nostra terra santa. Amen.
Udi Aloni
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la traduzione è mia che parlo poco inglese, ma ci ho provato perchè meritava. Questa è compassione in senso pieno, ovvero assoluta condivisione del pensiero dell'altro e capacità di comprenderne il pensiero e le pulsioni. Di persone come il figlio di Shulamit Aloni ce ne vorrebbero a milioni in Israele. Ma non solo lì, in tutto il sedicente mondo civilizzato occidentale. Dobbiamo tutti cambiare radicalmente il nostro modo di rapportarci coi paesi più poveri, non c'è futuro senza condivisione delle risorse e delle passioni.
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venerdì 9 gennaio 2009
falsi storici della propaganda angloamericana a copertura dei propri crimini o a invenzione di crimini altrui
Le autorità sudcoreane hanno scoperto nel Paese fosse comuni
contenenti migliaia di resti umani, compresi bambini. Le
documentazioni finora messe insieme proverebbero che almeno 100 mila
civili sono stati massacrati durante la guerra di Corea (1950-1953) da
forze alleate delle Nazioni Unite, perché simpatizzanti comunisti o
presunti tali. In alcuni casi, le forze americane sono state accusate
di essere state presenti durante i massacri e in almeno un caso un
funzionario americano avrebbe autorizzato lo sterminio di un gruppo di
prigionieri. Le ricerche negli archivi degli Stati Uniti hanno
rinvenuto documenti su un colonnello americano che diede la sua
approvazione ad un massacro in cui furono fucilati 3.500 filo-
comunisti. Il professor Kim Dong-Choon ha detto che vi sono stati
almeno quattro casi documentati di bombardamenti americani sui civili.
Gli americani temevano potessero esserci infiltrati tra di loro.
Inoltre, forze USA erano presenti a due importanti massacri di
migliaia di persone: Busan e Daejeon. Anche gli inglesi compaiono nei
rapporti della Commissione, ma solo per sottolineare che essi non
fecero sforzi sufficienti per fermare i massacri o per far pressione
sugli americani, anche se in alcuni casi vi furono anche prese di
posizione ufficiali. Finora era noto che fossero state commesse
atrocità da entrambe le parti ogni volta che il fronte si spostava
avanti e indietro ma i nuovi dati suggeriscono vi sia stato un piano
di liquidazione di coloro che erano sospettati di simpatie comuniste
mentre i nordcoreani avanzavano, e poi di nuovo contro i
collaborazionisti, allorché gli Alleati avanzarono nuovamente verso il
38° parallelo. L'inchiesta, condotta dalla Commissione nazionale
"Verità e Riconciliazione”, è molto controversa, e si teme possa
screditare la politica filo-americana della Corea del Sud.
quasi 1.200 civili a bordo, provocò un tale sdegno nell’opinione
pubblica degli Stati Uniti da favorire l’intervento nella Prima guerra
mondiale di Washington circa due anni più tardi. Così dice la storia,
aggiungendo che il sommergibile tedesco non aveva alcun motivo di
attaccare una nave passeggeri anche se di un paese nemico. Ma ora,
sommozzatori hanno trovato armi nella stiva del Lusitania, indicando
che i tedeschi hanno sempre avuto ragione nel sostenere che la nave
stava trasportando materiale bellico e che quindi era un obbiettivo
militare legittimo. Il vascello, diretto da New York a Liverpool,
venne affondato a sole otto miglia a largo della costa irlandese.
Affermando che il Lusitania era solo una nave passeggeri, gli inglesi
accusarono subito i “pirati unni” di aver massacrato dei civili. Il
disastro venne usato per sobillare l’odio contro i tedeschi,
soprattutto negli Stati Uniti, da dove provenivano 128 delle 1.198
vittime. Robert Lansing, il segretario di Stato USA, scrisse in
seguito che l’affondamento gli diede “la convinzione che alla fine
saremmo diventati l’alleato dell’Inghilterra”. Agli americani venne
persino detto, falsamente, che ai bambini tedeschi era stato concesso
un giorno di vacanza per celebrare l’affondamento del Lusitania. La
squadra di sommozzatori che ha scoperto il carico ritiene che
giacciano nella stiva del Lusitania circa quattro milioni di
proiettili Remington 303 fabbricati negli Stati Uniti. La scoperta può
aiutare a spiegare perché una nave lunga 241 metri come il Lusitania
sia affondata in 18 minuti a causa di un solo siluro tedesco giunto a
colpire il suo scafo. Alcuni dei 764 sopravvissuti riferirono inoltre
di una seconda esplosione che può essere stata provocata dalle
munizioni. Winston Churchill, che fu dapprima Lord dell’Ammiragliato e
che a lungo è stato sospettato di conoscere le circostanze
dell’attacco più di quanto avesse lasciato credere in pubblico,
scrisse in una lettera confidenziale poco dopo l’affondamento: “E’
della massima importanza attrarre le navi neutrali sulle nostre rive,
soprattutto nella speranza di coinvolgere gli Stati Uniti contro la
Germania. Da parte nostra vogliamo il traffico – più ce n’è meglio è -
e se qualcuno finisce nei guai, ancora meglio”.
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giovedì 8 gennaio 2009
Partigiani e deportati come le truppe di Salò
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se i signori deputati ebrei della PDL e i capi della comunità ebraica che menano vanto di andare a braccetto con gli Alemanno e i Fini tacciono ora, non osino MAI PIU' accusare chiunque di antisemitismo dopo che in cambio dell'appoggio a Israele consentono ai fascisti di equiparare i carnefici dei loro avi alle vittime
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Gaza ora e sempre. Palestina libera, governo israeliano all'Aja
Akiva Eldar: Israele e la logica coloniale a Gaza e nei T.O.
Danilo Zolo : a Gaza stiamo assistendo allo splendore del supplizio
Michel Warschawski: Israele è l’occupante. Il resto è menzogna
Gaza, almeno 220 bambini palestinesi uccisi dall'inizio dell'attacco israeliano
Times: Dobbiamo correggere l'immagine distorta che abbiamo di Hamas
Nel nome del popolo palestinese di Tariq Ramadan
la Cnn conferma che la tregua è stata rotta da Israele
il Nobel per la Pace Maguire: l'Onu crei un Tribunale Criminale internazionale per Israele
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mercoledì 7 gennaio 2009
martedì 6 gennaio 2009
Lettera aperta a Barack Hussein Obama
1° gennaio 2009
Caro signor presidente,
Non ho votato per lei nell'elezione presidenziale perché sono malese. Ma mi considero uno dei suoi spettatori, perché ciò che fa o dice che farà, interesserà me e pure il mio paese. Accolgo favorevolmente la vostra promessa di cambiamento. Certamente il vostro paese, gli Stati Uniti d'America, ha bisogno di molti cambiamenti, ciò perché l'America e gli Americani sono divenuti il popolo più odiato nel mondo. Neanche gli europei gradiscono la vostra arroganza..
Tuttavia, una volta eravate ammirati ed accettati perché avete liberato molti paesi dall’occupazione e dall'assoggettamento.
È abitudine, nel primo giorno del nuovo anno, che le persone si facciano gli auguri. Dovete aver già ricevuto degli auguri, ma mi permetto di suggerirle, gentilmente, di compiere le seguenti azioni, nel perseguimento del cambiamento.
1) La finisca con gli assassini. Gli Stati Uniti sono troppo presi dall’assassinio nel realizzare i propri obiettivi. La chiamate guerra, ma le guerre di oggi non vedono solo i militari di carriera combattere e uccidere. È piuttosto il popolo che viene ucciso, centinaia di migliaia di persone comuni e innocenti. Interi paesi sono devastati. La guerra è primitiva, il modo dei trogloditi di occuparsi di un problema. Arrestato la vostra accumulazione di armi e la vostra progettazione di guerre future.
2) La finisca col vostro supporto indiscriminato, in soldi ed armi, agli assassini israeliani. Gli aerei e le bombe che uccidono il popolo di Gaza, provengono da voi.
3) Smetta di applicare sanzioni contro paesi che non possono fare lo stesso contro di voi. Nell'Irak le vostre sanzioni hanno ucciso 500.000 bambini privandoli delle medicine e degli alimenti. Altri nascono deformi. Che cosa avete ricavato con questa crudeltà? Niente, tranne l'odio delle vittime e delle persone rette.
4) Impedisca ai vostri scienziati e ai ricercatori d’inventare nuove e sempre più diaboliche armi, per uccidere più efficacemente e più persone.
5) Fermi la produzione della vostra industria d’armi. Fermi le vendite di vostre armi al mondo. È denaro sporco di sangue che guadagnate. Non è Cristiano.
6) Smetta di provare a democratizzare tutti i paesi del mondo. La democrazia può funzionare per gli Stati Uniti ma non funziona sempre per altri paesi. Il popolo non deve essere ucciso solo perché non è democratico. La vostra crociata per democratizzare i paesi ha ucciso più gente che i governi autoritari che avete rovesciato. E comunque, non state vincendo.
7) Fermi quei casinò che chiamate istituzioni finanziarie. Fermi gli hedge funds, i derivati ed il commercio di valuta. Fermi le banche dal prestare miliardi di soldi inesistenti. Regoli e sorvegli le vostre banche. Imprigioni le canaglie che hanno realizzato profitti con l'abuso del sistema.
8) Firmi il protocollo di Kyoto ed altri accordi internazionali.
9) Mostri rispetto per le Nazioni Unite.
Ho molti altri consigli per il cambiamento che penso dovrebbe considerare ed intraprendere, ma credo che abbia già abbastanza sul suo tavolo, per questo 2009° anno dell'era cristiana.
Se potrà compiere soltanto uno delle cose che le ho suggerito, sarà ricordato dal mondo come un grande leader. Allora gli Stati Uniti saranno ancora una nazione ammirata. Le vostre ambasciate potranno abbattere gli alti recinti e i fili spinati che li circondano.
Le auguro un felice anno nuovo e una grande presidenza.
Cordiali saluti,
Dott. Mohamad Mahathir (Ex Primo Ministro della Malesia)
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sabato 3 gennaio 2009
«Nessun new deal» Le illusorie speranze riposte in Obama
«Molte delle aspettative e delle speranze che gli americani hanno riposto in Barack Obama per superare la disastrosa crisi economica, verranno presto disattese. La sua elezione alla presidenza degli Stati uniti costituisce per tutti un gran sollievo dopo gli anni bui di George W. Bush e Co. Ma l'illusione di un partito Democratico come veicolo per un cambiamento significativo e di una vera trasformazione strutturale di questa società devono essere accantonate». E' con questa analisi radicale, fatta a poche settimane dall'elezione di Obama, che inizia l'intervista con Stanley Aronowitz docente alla City University di New York. Aronovitz, tra i più acuti analisti marxisti della società americana, autore e saggista, candidato per le elezioni al governatorato di New York nel 2002, è stato leader sindacale fra i più temuti dall'industria metallurgica durante le lotte degli anni Ottanta. È autore di un nuovo «Manifesto», pubblicato e distribuito in ottobre, per la formazione di una nuova sinistra radicale in America.
Qual è la sua lettura della grave situazione economica americana, paragonata alla depressione degli anni Trenta?
La crisi economica è solo il sintomo della crisi finanziaria profonda del sistema capitalista americano che si protrae da oltre vent'anni. Le soluzioni adottate dal governo sono mirate a tamponare i sintomi, ma non a sanare i guasti né le cause strutturali che hanno determinato questo meltdown dell'economia.
Che cosa non ha più funzionato?
L'esplosione della bolla dell'intero sistema finanziario americano, così come in parte in Europa occidentale, è la conseguenza dei seguenti fattori: una politica economica di massiccia deindustrializzazione; la deregolamentazione del mercato e l'assenza di limiti e controlli da parte istituzionale. Questo è stato l'andamento dall'era Reagan in poi. L'economia americana, e penso valga anche per l'Europa, ha mirato alla creazione di capitale fittizio, non legato all'economia reale. Le banche hanno distribuito carte di credito a chiunque fosse stato disponibile ad incentivare i consumi, che oggi ammontano al 72 per cento del Pil. L'indebitamento di una intera fetta della classe media americana e la scomparsa progressiva dei lavori di produzione interna agli Usa, rimpiazzata da una economia di servizi dal salario dimezzato, tutti questi elementi hanno mandato in tilt l'intero sistema fiscale americano e conseguentemente l'intero sistema economico.
Il governo è intervenuto con 750 miliardi di dollari per salvare il sistema bancario. Quali saranno le conseguenze per milioni di cittadini tassati, ma sul lastrico?
L'obiettivo è salvare il sistema finanziario dalla bancarotta. Si persegue una politica monetaria e non fiscale a discapito della «middle class». Gli ultimi dati parlano di ben 37 milioni di americani sotto la soglia di povertà e, si prevede, la cifra salirà a 50 milioni. Stiamo vivendo un replay della politica economica instaurata durante gli anni Venti dai «Robber Barons». Le conseguenze sono la decimazione di decine di migliaia di posti di lavoro in tutti i settori, con una disoccupazione destinata a salire all'11% in futuro e una discesa vorticosa dei consumi.
I governi europei invocano il ripristino di forti regolamentazioni del mercato. Qual è la posizione degli Usa?
Da parte del governo non c'è alcuna intenzione né volontà di tornare a imporre nuove regole al mercato, contrariamente a quanto accade in Europa dove esiste in parte ancora un'idea di «contratto sociale».
Il presidente Obama promette limiti al processo di deregolamentazione. Ci sarà un nuovo new deal?
Obama adotterà delle misure correttive al sistema economico, ma sarà troppo poco e troppo tardi. Il progetto di programmazione economica promesso non è sufficiente per invertire la spirale negativa della grave situazione economica.
Ritiene quindi illusorie le aspettative di chi auspicava un cambiamento strutturale della societa americana con minori iniquità e più giustizia sociale?
Gli Stati uniti perseguono una politica monetaria e non fiscale con massicci investimenti nel settore delle infrastrutture fatiscenti, aumento dei sussidi di disoccupazione, dell'assistenza sanitaria, dell'educazione e soprattutto una politica del pieno impiego. Ritengo che questo continuerà con Obama. E' una politica economica che risale alla presidenza di Nixon e alle misure che, nel l971, abolirono gli accordi di Bretton Woods: abbassamento dei tassi bancari per attrarre capitali esteri; interventi di aiuto alle banche e alla General Motors. Modificare questa posizione significherebbe ammettere il fallimento del sistema capitalista. Negli ultimi sessanta anni, anche se il sistema capitalista era in declino, attraverso un'economia dalla base fittizia è riuscito a incrementare in maniera esponenziale i consumi. La massa si è illusa di poter soddisfare i propri bisogni essenziali, al punto che persino le forze alternative di sinistra non potevano assumersi il ruolo anticapitalista, perché si scontrava con la percezione generalizzata, anzi globalizzata, che il sistema funzionava.
In questo contesto fallimentare che può fare Obama?
Il trend generale della posizione americana non sarà il new deal di Roosevelt. Richiederebbe un intervento programmatico, investendo tutti i 750 miliardi di dollari serviti per salvare le banche, nelle infrastrutture del sistema. Invece l'utilizzo delle nostre tasse serve per continuare ad oliare la politica monetaria del sistema. L'elezione di Obama rappresenta una ventata di sollievo dagli anni bui di Bush, ma un Democratico a guida del paese non è detto significhi un'opposizione radicale al sistema vigente.
Perché pensa questo?
I leader preposti ai dicasteri e già scelti da Obama sono gli stessi che rappresentano le posizioni di centrodestra del partito Democratico, in continuità con la deregolamentazione perseguita da Clinton. La spinta per un vero cambiamento strutturale non ha rappresentanza istituzionale, sebbene nella società civile esistano vari movimenti alternativi molto attivi.
Per la sua esperienza personale lei conosce bene i sindacati, che ruolo avranno?
La prospettiva dei sindacati americani oggi è quella di andare a braccetto con gli stessi datori dell'industria. Sono tornati alla vecchia posizione di collaborare con l'industria, né più né meno di quanto avveniva negli anni Venti. Si sono trasformati in «Company-Unionism», come di diceva in quel periodo. Di fatto il 40 per cento della classe operaia dello stato dell'Ohio industriale si era schierato inizialmente per Mc Cain non per Obama.
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venerdì 2 gennaio 2009
ancora sul macello di Gaza
Gad Lerner (link e link)
Gideon Levy again (link)
Joseph Halevi (link)
Mustafa Barghouti (link)
Richard Falk (link)
Dennis Kucinich (link)
Nir Rosen (link)
zia Dacia (link)
Mario Badino (link)
Neve Gordon e Jeff Halper (link)
Fulvio Grimaldi (link)
Michel Warschawski (link)
il compagno Ran HaCohen (link)
gli ebrei contro l'occupazione (link)
un altro di quelli che in Israele chiamano mentsch, il nipote di Netanyahu (link)
altri ebrei con le palle cubiche, sicuramente più cazzuti dei vigliacchi che bombardano Gaza senza rischiare nemmeno i colpi di una contraerea inesistente (link e link)
la lobby ebraica "liberal" negli USA (link)
insomma, c'è un fronte pacifista ebraico enorme, e praticamente nessun partito che lo supporta, visto che persino il Meretz è per la guerra (e infatti ha imbarcato la trimurti pacifinta Oz, Grossmann, Yehoshua, quelli che "la guerra è brutta brutta ma il nemico è cativo cativo per cui ci tocca essere a favore, ma noi siamo taaaaanto pacifisti"). Restano solo i compagni di Hadash.
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domenica 28 dicembre 2008
uomini e no
i non uomini sono i criminali del governo israeliano, i rabbini che hanno concesso dispensa all'esercito per massacrare di sabato, i soldati che hanno ucciso, l'82% di israeliani che supporta i massacri, il governo egiziano che ha teso la trappola ad Hamas facendo in modo da moltiplicare i morti (link), i pacifinti della trimurti della letteratura israeliana, sempre pronti a schierarsi a favore dei massacri del proprio esercito, chiunque a sinistra giustifichi i crimini contro l'umanità di Israele. Che lo facciano i fascisti è naturale, che lo faccia chi si reputa di sinistra è un insulto alle vittime e alla sinistra stessa, ergo è doppiamente colpevole.
Gli uomini sono loro, che hanno il coraggio di volere la pace, che non è lo sterminio, ma la convivenza:
http://guerrillaradio.iobloggo.com
http://www.alternativenews.org
http://www.rete-eco.it
http://www.ejjp.org
http://www.jewishvoiceforpeace.org
http://zope.gush-shalom.org/index_en.html
http://www.maki.org.il
http://hadash2009.org.il
http://www.icahd.org/eng
http://www.israelimperialnews.org
Gilad Atzmon (link)
Uri Avnery (link)
Oren Ben-Dor (link)
Meron Benvenisti (link)
Jeff Blankfort (link)
Lenni Brenner (link)
Avraham Burg (link)
Noah Cohen (link)
Norman Finkelstein (link)
Franco Lattes Fortini (link)
Yerach Gover (link)
Haim Hanegbi (link)
Eric Hobsbawm (link)
Noel Ignatiev (link)
Gideon Levy (link e link)
Moshé Machover (link)
Edgar Morin (link)
Michael Neumann (link)
Bertell Ollman (link)
Akiva Orr (link)
Ilan Pappe (link)
Tanya Reinhart (link)
Tom Segev (link)
Aharon Shabtai (link)
Israel Adam Shamir (link)
Eyal Sivan (link)
Shimon Tzabar (link)
Mordechai Vanunu (eroe della pace, link)
e tanti tanti altri (link)
e chiudo con due citazioni.
"non possiamo celebrare l'anniversario della nascita di uno stato fondato sul terrorismo, massacri ed espulsioni di altre popolazioni dalla loro terra. Non possiamo celebrare la nascita di uno stato che perfino adesso è ingaggiato in pulizia etnica che viola la legge internazionale, che infligge una mostruosa punizione collettiva sulla popolazione civile di Gaza e che continua a negare ai palestinesi i loro diritti umani e le aspirazioni nazionali. Celebreremo quando arabi ed ebrei vivranno alla pari in un Medio Oriente in pace" (29/4/2008, 60simo anniversario della prima pulizia etnica dei palestinesi)
http://www.guardian.co.uk/world/2008/apr/30/israelandthepalestinians
Akiva Orr: "Noi israeliani abbiamo un grande problema: non conosciamo la nostra storia. Siamo convinti che l’odio arabo generi conflitto; ma è vero il contrario, è il conflitto che genera odio. E il conflitto siamo noi"
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lunedì 15 dicembre 2008
i risultati di 10 anni di supporto del piggish capitalism da parte del governo israeliano, liberismo di cui Netanyahu è il campione indiscusso
A report published Saturday night by the Adva Center for Information on Equality and Social Justice in Israel found that an inequitable division of the economic growth and cuts in the social budgets throughout the decade between 1998 and 2007 have led to a withdrawal and radicalization on the social justice front, in spite of the economic prosperity in most of these years.
The survey paints a grim picture of the economic and social trends which have characterized the discussed decade, as the Israeli society prepares to deal with a financial crisis which is about to become deeper.
The wages of senior managers in the big listed companies was more than doubled – from NIS 4.5 million (about $1.16 million) a year at the beginning of the decade to NIS 8.43 ($2.17 million) at the end of it. Meanwhile, an increase was recorded in the incidence of poverty – from 17.4% to 19-20%.
Families in the lowest echelons were paid a monthly salary increment which was only enough for adding a handful of products to their food basket. Another characteristic was an ongoing shrinkage in the middle class, in the number of families and their part in the total income.
The report also notes that the picture of the growth is incomplete. In the past five years the economy saw an annual growth rate of more than 5%, which is high compared to the West. However, an overall summation of the decade shows that the growth rate totaled only 40% due to the heavy recession following the intifada – one-third lower than the West's growth rate (about 60%) and half to a quarter of the growth rate of India (112%) and China (176%).
The report stresses that even during the year in which a significant growth was recorded, its fruit did not infiltrate all layers of the society equally, causing the prosperity to have a difference impact on the periphery areas, which were inferior to central Israel, and on society's groups, with the strong growing stronger and the weak becoming weaker.
The growth in the central regions focused on several industries. The banking, insurance and provident funds grew by 102%, while the high-tech industries saw a growth of 47%, but the traditional industries grew by only 6%.
The inequitable division of the fruits of the growth was expressed in the following grim picture: The average monthly income of a household in the top echelon received an additional NIS 5,222 ($1,344), which were enough to finance half of the annual tuition fee of a university student.
In contrast, the sixth echelon received an addition of only NIS 1,486 ($382), which were enough to purchase a number of clothing items, while a family in the second echelon got up to NIS 507 ($130.5) for the purchase of a small amount of food products.
The survey also found that the monthly and hourly wage gaps between men and women have not changed in the past decades.
Ashkenazi hired workers living in the city earned up to 37-39% more than the average salary in the economy. The wage of Sephardic people who earned a little less than the average salary at the beginning of the decade saw a slightly increase towards the end of the decade, while Arab hired workers living in the city continued to earn less than 30% of the average salary.
Barbara Svirsky and Dr. Shlomo Svirsky, heads of the Adva Center, stress that the abandonment of the low-income population in favor of the market forces was not the only thing which contributed to the expansion of social inequality. Another cause, they say, was the economic policy and governmental legislation, particularly during the crisis which broke out following the intifada.
"This is the same government that benefited the high income earners through tax reductions, which added NIS 2,000 ($514.8) to the net salary of those earning more than NIS 50,000 ($12,870) a month.
"On the other hand, the disadvantaged population was the one particularly hurt by the commands derived from unprecedented cuts to the annual budgets, which undermined a number of the basic socioeconomic orders."
The child allowances were cut by 45%, the unemployment allowance by 47%, and the pension funds and income support pensions were cut by about 25%.
In total, the National Insurance payments saw a drop of NIS 3 billion ($772,000) in recent years (from NIS 50.1 to NIS 47.1), while the poor's needs have increased, especially the need to upgrade the population's education in light of the ongoing deterioration in students' grades.
The teaching hours' budget per student dropped from NIS 8,920 ($2,296) to NIS 7,553 ($1,944), despite repeated government statements that improving the level of education would lead to growth.
Thus, in the discussed decade more than half of Israeli youths have not receive a matriculation certificate despite the increase in the number of students eligible for a certificate, which was only recorded in well-established communities and not in the periphery.
Among the 17 year olds, some 80% reached the 12th grade in 1999, but only half of them were found eligible to a matriculation certificate (some 41%), and only 26% went on to study in universities and colleges in the eight years which followed.
The survey also found that the erosion in the health basket budget doubled the burden of payments on households from an average of NIS 436 ($112) per capita to NIS 894 ($230).
"Everyone paid more, but families with a high income could have at leased purchased complementary health insurances – private and expensive ones. Those of the top echelon who could afford it spent up to NIS 313 ($80.5), compared to NIS 163 ($41.9) in the sixth echelon and only NIS 70 ($18) in the second and lower echelon, and the service they received was in accordance to the price," the report said.
The Svirsky couple also discussed the damages caused by the privatization of the new pension funds and the transfer of provident funds from the banks' control in 2003 to investment banks while changing the pension savings' investment channels.
The percentage of savings protected in government bonds with a guaranteed interest rate dropped from 70% to 30%. The funds' managers were required to refer 70% of the investments to the capital market. The damages of this move were exposed following the heavy loses suffered by the savers in the current financial crisis, and will mostly harm people who plan to retire in the coming years.
The Adva Center heads conclude the report by expressing their regret over the grim picture presented in it. "At this time of all times, at the start of a deep financial crisis, we missed the opportunities of the growth periods by failing to take advantage of the prosperity in order to improve the situation of all layers of society in Israel in a concrete manner."
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questo è un esempio dei regali fatti da Netanyahu ai suoi amici:
When the new pension funds were started in 1995, 70 percent of the money was invested in government bonds that had a promised yearly interest of 5.25 percent, while the other 30 percent was invested in the stock market. In January 2004, on the basis of a decision by then-
finance minister Benjamin Netanyahu and with the approval of the government, the ratio was switched, and 70 percent of the money being saved was sent to the stock exchange. The remainder stayed in government bonds, but at a lower interest of 4.48 percent per year. To figure out what actually happened to the money since that controversial decision, Svirsky asked Sprinzak to calculate the yield of the funds from January 2004 until the end of this October. He found that the real yield in every one of these five years was 0.23 percent - which is to say that the fall of the economy wiped out the gains, and that after taking inflation into accounts, the funds had produced almost no yields.
And what would have happened to those who have kept putting money in pension funds had Netanyahu left the original ratio in place, even if the 70 percent invested in government bonds were earning the lower interest rate of 4.48 percent? Sprinzak calculated that the real annual yield, even after the present crash decimated the 30 percent of the savings invested in the stock market, would have been 4.07 percent on average.
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sabato 13 dicembre 2008
Kafka Ha un Rivale: Il Foreign Office
Oggi (1 dicembre), nel centro di Londra si svolgerà un evento surreale: il Foreign Office aprirà le sue porte "per sottolineare l'importanza dei Diritti Umani nel nostro lavoro, nella ricorrenza del sessantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani".Ci saranno vari "dibattiti" e "mostre" ed il Segretario di Stato per gli Affari Esteri David Miliband consegnerà un premio per i diritti umani. E' uno scherzo? No. Il Foreign Office vuole far crescere la nostra "consapevolezza sui diritti umani". Kafka e Heller hanno molti imitatori.
Non ci sarà nessuna mostra per gli abitanti delle isole Chagos, quei 2000 cittadini britannici espulsi dal loro paese nell'oceano Indiano, a cui il governo di Miliband ha impedito di ritornare in quella che ora è una base militare americana, ed un sospetto centro di torture della CIA. L'Alta Corte ha ripetutamente confermato questo fondamentale diritto umano degli isolani, l'essenza della Magna Charta, definendo l'azione del Foreign Office "scandalosa", "ripugnante" e "illegale". Invano. I legali di Miliband hanno rifiutato di cedere e il 22 ottobre sono stati salvati da un verdetto palesemente politico di tre membri del parlamento.
Non ci sarà nessuna mostra per le vittime della sistematica politica britannica di esportare armi ed equipaggiamenti militari a dieci dei 14 paesi africani più insanguinati dalle guerre e impoveriti. Oggi, nel suo discorso, alla vergognosa presenza degli onesti rappresentanti di Amnesty e Save the Chjldren, cosa dirà Miliband alle vittime di questa violenza sponsorizzata dalla Gran Bretagna? Forse accennerà, come fa spesso, alla necessità di "un buon governo" in quei lontani paesi, mentre il suo governo insabbia le indagini per frode nelle trattative per la vendita di armi tra la BAE (società inglese, la più grande in Europa nel settore della difesa, ndt) e il corrotto regime saudita (con il quale, dichiarò il ministro degli esteri Kim Howells nel 2007, la Gran Bretagna aveva "valori condivisi").
Non ci sarà nessuna mostra per quegli iracheni la cui vita sociale, culturale e reale è stata distrutta da un'invasione non provocata, sulla base di bugie provate. Si scuserà il Segretario per le bombe a grappolo sparse dai britannici, che ancora strappano le gambe ai bambini, e per l'uranio impoverito ed altre sostanze tossiche che hanno sparso il cancro in vaste aree dell'Iraq del sud? Parlerà dell'universale diritto umano alla conoscenza, e annuncerà uno stanziamento di una piccola parte dei miliardi che sgorgano dalla city di Londra per ricostruire quello che era uno dei migliori sistemi scolastici del Medio Oriente, cancellato dall'invasione anglo-americana, insieme ai musei, la case editrici, le librerie, e gli insegnanti e gli storici e gli antropologi e i chirurghi? Annuncerà l'invio di semplici farmaci antidolorifici, e di siringhe ad ospedali che una volta erano forniti di quasi tutto, ed ora non hanno niente, in un paese dove i governi britannici, specialmente il suo, si sono distinti nell'impedire gli aiuti umanitari, incluso il blocco di Kim Howells dei vaccini preventivi per i bambini?
Non ci sarà nessuna mostra per la gente di Gaza la cui maggioranza, dice la Croce Rossa Internazionale, rischia di morire di fame, soprattutto i bambini. Nel perseguire l'obbiettivo di ridurre un milione e mezzo di persone ad un'esistenza hobbesiana, gli israeliani hanno tagliato la maggior parte delle vie di rifornimento. David Miliband è stato di recente a Gerusalemme, facendo una breve visita in elicottero alla popolazione prigioniera a Gaza. Non è andato a parlare dei loro diritti umani, preferendo parole ambigue su una "tregua" tra aguzzini e vittime.
Non ci sarà nessuna mostra per i sindacalisti, gli studenti, i giornalisti e gli attivisti per i diritti umani assassinati in Colombia, un paese le cui "forze di sicurezza" governative addestrate da inglesi e americani sono responsabili del 90% delle torture, come dice un recente studio di Justice for Colombia, il gruppo inglese per i diritti umani. Il Foreign Office si vanta di stare "migliorando lo stato dei diritti umani e combattendo il traffico di droga", ma questo studio non ha trovato un briciolo di prova che lo confermi. Gli ufficiali colombiani implicati in omicidi sono i benvenuti ai "seminari" britannici.
Non ci sarà nessuna mostra per la storia, per la nostra memoria. Riposti nelle biblioteche e negli archivi inglesi, i documenti ufficiali desecretati ci dicono la verità sulla politica britannica e i diritti umani, dalle atrocità nei campi di concentramento del Kenya coloniale, ora condonate ufficialmente, e l'aiuto militare al generale genocida Suharto in Indonesia, alla fornitura di armi biologiche a Saddam Hussein negli anni '80. Quando sentiamo i predicozzi moralistici degli ex militari britannici "esperti in sicurezza" che ci dicono cosa dobbiamo pensare dei recenti fatti di Mumbai, potremmo ricordarci del ruolo storico della Gran Bretagna come levatrice dell'estremismo violento nell'Islam moderno, dalla nascita dei Fratelli Musulmani in Egitto negli anni '50, passando per il rovesciamento del governo liberal-democratico in Iran, fino all'aiuto militare ai mujaheddin afghani, i futuri talebani, da parte dei servizi segreti britannici. Lo scopo era e resta quello di negare identità nazionale ai popoli che lottano per la libertà, soprattutto in Medio Oriente dove il petrolio, come dice un documento segreto del Foreign Office del 1947, è "un premio vitale per ogni potenza interessata ad avere influenza e dominio a livello mondiale".
I diritti umani sono quasi del tutto assenti da questa memoria ufficiale, a differenza della paura di venire scoperti. Un memorandum del Foreign Office del 1964 dice che l'espulsione segreta degli abitanti delle isole Chagos "dovrebbe essere attuata in modo da attrarre il minimo di attenzione e dovrebbe avere una spiegazione di copertura [così da non] sollevare sospetti sulle sue finalità".
Come si perpetua questa attività illusionistica? I media giocano il loro ruolo storico mediante una censura per omissione. Roland Challis, che era il corrispondente della BBC per il sud-est asiatico,quando Suharto sterminava centinaia di migliaia di presunti comunisti negli anni '60, mi ha detto: "Fu un grande successo per la propaganda occidentale. Le mie fonti britanniche davano a vedere di non sapere quello che stava succedendo, ma lo sapevano... Nostre navi da guerra hanno scortato una nave piena di soldati indonesiani lungo lo Stretto di Malacca, perché potessero prender parte a questo spaventoso olocausto".
Oggi una propaganda travestita da competenza promuove lo stesso rapace potere britannico, cercando di smorzare il dibattito pubblico. L'Institute for Public Policy Research, in un suo rapporto uscito la scorsa settimana, definisce sé stesso "il principale think tank progressista del UK". Svuotato del suo significato letterale, quello che un tempo fu il nobile termine "progressista", va ad aggiungersi a termini ingannevoli come "democrazia" e "centro-sinistra". [ ... ] Formulato secondo i cliché della politica nelle situazioni di crisi, il rapporto dell'IPPR ("Destini Condivisi") è una "chiamata all'azione" perché "gli stati deboli, corrotti e inefficienti sono diventati un pericolo per la sicurezza maggiore di quanto lo siano quelli forti e competitivi". Mentre è impensabile che vi si faccia un cenno al terrorismo di stato occidentale, la "chiamata" è per la presenza della Nato in Africa e per l'intervento militare "se lo si ritenesse necessario".
Ci sono riferimenti non sostenuti da prove a "piani terroristici sul suolo britannico", e c'è appena un vago cenno alla "percezione tra i musulmani" che l'attuale "intervento" anglo-americano in Medio Oriente e in Asia ne sia la causa lampante. Nel febbraio del 2003 quasi l'80% dei londinesi riteneva che un attacco britannico all'Iraq "avrebbe reso più probabile un attacco terroristico contro Londra". Questo fu esattamente l'avvertimento che il Joint Intelligence Committee diede a Blair.
L'avvertimento è ancora valido mentre "noi" continuiamo ad aggredire altri paesi e permettiamo che dei falsi difensori si approprino dei nostri diritti umani.
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venerdì 12 dicembre 2008
perchè Israele preferisce perpetuare in eterno l'occupazione piuttosto che permettere la nascita dello stato palestinese
L’occupazione fa parte integrante della società israeliana. Anche storicamente. Senza occupazione, Israele passa dal ’48 al ’67: 19 anni; come potere occupante, dal ’67 al 2008, e cioè 41: più del doppio. E le strategie usate nei Territori Occupati non nascono ex novo: sono quelle già adoperate nella legge militare, imposta ai palestinesi di Israele dal ’48 al ’66. Quella legge con cui era stato attuato l’esproprio delle terre; diversa dalla legge – civile – valida per gli ebrei. Ora, i palestinesi di Israele hanno accesso solo al 3% circa delle terre dello Stato.
Con l’occupazione, comunque, è ancora peggio: nel '48, ai palestinesi rimasti in Israele, fu comunque concessa la cittadinanza, e quindi il voto per il Parlamento, da cui esce il governo. Ai palestinesi dei Territori Occupati, il diritto di voto per lo Stato che li governa non fu e non è concesso. Votano per un Parlamento senza effettivi poteri; quando alle elezioni vinse Hamas, nel 2006, Israele decise di boicottarli, trattenendosi la loro IVA e i loro introiti doganali. Così chiusero scuole e ospedali: i dipendenti non erano pagati.
Nei Territori Occupati, Israele usa una congerie di leggi: civile per i coloni, militare per i palestinesi – che devono obbedire a 1.500 ordinanze dell’esercito. Fra queste, una permette di comminare dieci anni di carcere per una riunione politica, e una altrettanti anni di galera per aver diffuso un articolo o un volantino. Questo, ne ‘l’unica democrazia del Medio Oriente’.
Ma non basta: perché Israele può usare, e usa, la legge giordana in Cisgiordania, quella egiziana a Gaza, oppure leggi dell’ex Mandato britannico, o ancora dell’impero ottomano. A seconda di cosa trova, sul momento, più utile ai propri scopi.
Israele non ha confini che riconosce, con i Territori Occupati. Nelle sue mappe, la Linea Verde – la linea armistiziale del ’48 - non è segnata. Sono appena tornata dalla Cisgiordania, dove ero con un gruppo di medici. Uno di noi aveva una cartina del Ministero israeliano del Turismo. Era una cartina del ’98; senza il Muro, che non c’era ancora. Ma non vi appariva alcuna differenza fra il territorio israeliano, entro i confini del ’48, e l’area C di Oslo: segnate entrambe con il medesimo beige. (L’area C di Oslo è quella sotto intero controllo israeliano: quella B è a controllo ‘condiviso’, quella A – che corrisponde alle città cisgiordane – a controllo palestinese). Le aree A erano segnate in giallo, quelle B in marrone. Queste sono le aree in cui Israele è disponibile a concedere una certa autonomia (che so: decidere in quali giorni passa il camion della raccolta delle immondizie) ai palestinesi; il resto, lo considera annesso, e non da ieri.
Il Muro non è sulla Linea Verde; annette ad Israele quasi il 10% della Cisgiordania, ed il suo percorso non è casuale. Ha lo scopo di annettere le colonie, situate sopra le falde idriche. Israele si appropria di buona parte dell’acqua cisgiordana; i palestinesi hanno il divieto di scavare pozzi, e l’acqua del sottosuolo è loro rivenduta – a un prezzo superiore a quello praticato agli israeliani. Nei fatti, questo significa che, in alcune zone della Cisgiordania, l’acqua arriva una volta ogni tre settimane, o ancora più di rado.
Il Muro, vero nuovo confine, funziona in un senso solo: impedisce ai palestinesi di entrare in territorio israeliano, come pure a Gerusalemme, che Israele considera integralmente sua. Non impedisce assolutamente agli israeliani di entrare in Cisgiordania. Le incursioni dell’esercito sono quasi quotidiane, soprattutto di notte.
L’occupazione permea tutto Israele. Per rendersene conto, basta qualche conto. Gli israeliani sono oggi circa 7.200.000. Un quinto – circa 1.450.000 - sono palestinesi. Restano un po’ più di 5.700.000 abitanti, classificati come ebrei. (Questo non significa che lo siano realmente, ma solo che lo Stato li qualifica in questo modo; vale in particolar modo per i russi, che sono in realtà cristiani ortodossi). Ora, i coloni sono circa 500.000: quindi 1 su 11, degli abitanti ebrei, è un colono. Vuol dire che quasi ogni famiglia ha (almeno) un colono; anche le famiglie ‘normali’, non estremiste. In particolare, i coloni che abitano negli insediamenti intorno a Gerusalemme neanche sono riconosciuti e si riconoscono come tali: l’annessione di Gerusalemme è asserita – nel modo più tranquillo – praticamente da tutti.
E non basta. Facciamo un esempio. Ci sono circa 130 docenti universitari di Sociologia, in Israele. Di questi, solo il 6%, all'incirca, ha preso posizione contro l’occupazione. La stragrande maggioranza non tiene corsi su questo argomento. Si preferisce far finta che Israele termini alla Linea Verde, che l’occupazione sia una sorta di incidente – irrilevante - di percorso. È come se i Territori Occupati fossero su un altro pianeta.
E, mentre si chiudono occhi e orecchie, quasi tutto Israele sostiene l'occupazione. Le università offrono corsi più brevi a chi fa parte dei servizi di sicurezza: se normalmente per una laurea in Scienze Politiche occorrono 3 anni, per chi fa parte di detti servizi basta un anno, un anno e mezzo. L’idea è costoro abbiano diritto a vantaggi aggiuntivi.
Quando in Israele nasce un maschio, il complimento che gli si fa comunemente è: “Ecco il nuovo capo di stato maggiore!”. Ai bambini, si insegna a fare i soldati fin dall’asilo. Sono i figli della cosiddetta ‘sinistra’ israeliana a fare i soldati ai posti di blocco. Persino il capo di Peace Now ha fatto il suo turno di riservista dell’esercito stando di guardia a un posto di blocco nella Valle del Giordano, fermando i palestinesi che cercavano di passare a una parte all'altra.
Il servizio militare è obbligatorio: per i maschi, per tre anni; per le ragazze, per due. Queste possono evitarlo, se sono ortodosse o se si sposano. Poi, almeno i maschi sono richiamati come riservisti una volta l’anno, talvolta fino ai 50 anni. Qualcosa, a casa, costoro racconteranno. Eppure, quasi tutti sostengono di non sapere.
Pure stando in Italia, ci sono due giornali israeliani che si possono tranquillamente leggere: ce n’è la versione inglese in internet. Così, noi si può sapere quel che accade da quelle parti. Ma gli israeliani – che hanno a disposizione le versioni in ebraico, ben più estese, dei medesimi quotidiani -, dicono di non avere idea di cosa succede, nei Territori Occupati.
A questa volontà di non sapere si sommano l’effetto della propaganda, e il terrore. Gli israeliani sono convinti di essere circondati da masse arabe nemiche. Indipendentemente dall’atteggiamento amichevole dei governi della Giordania e dell’Egitto, e dalla proposta di pace saudita.
Sul versante ideologico, avviene un fatto strano. L’Onu ha approvato la nascita di uno stato ebraico nel ’47: due anni dopo il termine della seconda guerra mondiale, e di tutto quel che ne aveva fatto parte – su cui preferirei non soffermarmi. Ma Israele ha fatto la pace con la Germania negli anni ’50, con Adenauer. Da allora, la Germania non è più considerata un nemico. L’epiteto di ‘Hitler’ è stato adoperato invece, in Israele, per Nasser. E poi per Arafat. Dopo il ’67, i confini precedenti alla guerra (quelli della Linea verde, cioè), sono stati definiti, da israeliani, ‘i confini di Auschwitz’. Il nemico assoluto è diventato il mondo arabo; e, dello sterminio, si è fatto e si fa un uso perverso.
Se gli israeliani non protestano per l’occupazione, vuol dire che per loro va bene così. E badate che questo significa che si deve mettere in conto di avere, per tre anni, i figli a far la guardia a posti di blocco, con enormi mitra. Fino per lo meno agli anni ’80, occupazione ha significato poter usufruire di manodopera a bassissimo prezzo: un manovale di Gaza era pagato 1/10 di uno israeliano. Ora sono pochi i palestinesi ad avere il permesso di lavorare entro la Linea Verde: Israele non ha più bisogno di loro, perché, a sostituirli, ha importato schiavi cinesi, rumeni, tailandesi, e così via. Il vantaggio che si continua ad ottenere dalle colonie – solo per ebrei - è che in queste permane il welfare state (abolito, entro la Linea Verde, da Netanyahu): chi vi risiede gode di piena occupazione, di sussidi per l’acquisto e l’affitto di una casa; insegnanti ed assistenti sociali ricevono più punti per la carriera, e così via.
Dei palestinesi, Israele vuole la terra e l’acqua. È questo il motivo per cui si sono trasformati nel nemico, per lo meno finché non se ne vanno.
L’unica prospettiva, e l’unica risorsa, è il lavoro comune. Un palestinese di sinistra, con cui ho parlato recentemente, stima molto Michel Warschawski, della vera sinistra israeliana - ma non l’ha mai incontrato. È il trionfo delle politiche israeliane di separazione. Se impedisci a palestinesi ed israeliani di incontrarsi, gli ebrei di Israele penseranno che i palestinesi hanno due teste; e i palestinesi incontreranno israeliani solo come militari armati, ai posti di blocco. Occorre fare il contrario di quel che Israele vuole: combattere la paura nei confronti dell’altro, che germina quando non lo si conosce.
Paola Canarutto
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