Gerusalemme, 5 dic. (Apcom) - E' una sfida ad ampio raggio e sempre piu' violenta quella che stanno lanciando i coloni ebrei sparsi nella Cisgiordania occupata da Israele nel 1967. La "Intifada ebraica" scattata dopo l'evacuazione, da parte della polizia, di uno stabile palestinese occupato dai coloni in violazione di una sentenza dell'Alta Corte di Giustizia, ha confermato che la destra religiosa e ultranazionalista ha nel suo mirino non solo i palestinesi ma lo stesso Stato di Israele, considerato ormai un "nemico" del progetto di redenzione di Eretz Israel, la biblica "Terra di Israele" promessa da Dio al popolo ebraico.
Non era stato cosi' dopo il 1967, quando le forze armate israeliane - in sei giorni di guerra lampo contro gli eserciti di Giordania, Egitto e Siria - catturarono Cisgiordania, Gaza e il settore arabo (Est) di Gerusalemme (oltre alle Alture del Golan e il Sinai) ponendo, di fatto, la quasi totalita' di Eretz Israel sotto il controllo ebraico. Si realizzo' quell'anno il sogno del rabbino capo della Palestina (all'inizio del Novecento) Avraham Kook e di suo figlio Zvi Yehuda, che avevano dato vita e sviluppato la corrente del Sionismo religioso.
In contrasto con la maggioranza dell'ebraismo ortodosso, il rabbino Kook e suo figlio avevano individuato nello Stato di Israele, quantunque laico, la "sacra" funzione di riconquista della totalita' della Terra Promessa, indispensabile per avviare il processo messianico di Redenzione. Il loro pensiero, per anni minoritario nel mondo religioso israeliano, trovo' popolarita' dopo il 1967 fino a dare vita nel 1974 al Gush Emunim ("Blocco dei fedeli"), un movimento sostenuto dal Partito nazional religioso, che si sarebbe impegnato negli anni successivi a "redimere" Eretz Israele, con la creazione di colonie nei territori palestinesi e arabi occupati. A favorire i disegni del Gush Emunim, "avanguardia del volere divino", fu soprattutto il Likud, il partito di destra guidato da Menachem Begin vincitore delle elezioni nel 1977, a danno al Partito laburista che
aveva dominato la scena politica prima e dopo la fondazione di Israele. Grazie al Likud e sempre appoggiato dal Partito nazional religioso, il Gush Emunim ebbe modo di disseminare la Cisgiordania e Gaza, ma anche il Golan e il Sinai, di colonie ebraiche, allo scopo dichiarato di impedire la restituzione dei territori "riconquistati" nel 1967.
La pace di Camp David, firmata da Begin con l'Egitto nel 1977, e il successivo ritiro dal Sinai, mise fine alla luna di miele tra il Gush Emunim e il governo israeliano ma, piu' di tutto, diede vita ad una spaccatura: la maggioranza del movimento dei coloni decise di collaborare con lo Stato mentre la minoranza si frantumo' in varie formazioni sempre piu' estremiste e violente a tal punto da mettere in discussione la legittimita' delle istituzioni ufficiali israeliane e di sollecitare il ritorno alla antica monarchia ebraica.
"Il Gush Emunim ora esiste solo sulla carta, oggi a dettare legge sono i piu' estremisti", ha spiegato ad Apcom Meir Margalit, un ex colono (a Gaza) divenuto qualche anno fa un pacifista e, successivamente, consigliere comunale a Gerusalemme. "Un numero cospicuo di coloni ha
sviluppato un approccio pragmatico e accetta la possibilita' della nascita di uno Stato palestinese in Cisgiordania e Gaza mentre una minoranza piu' fanatica, valutabile in alcune migliaia di coloni (sui 200mila nei Territori, ndr), intende opporsi con tutte le sue forze alla restituzione delle terre ai palestinesi ed evitare un ritiro dalla Cisgiordania simile a quello realizzato (nel 2005) dalla
Striscia di Gaza".
La sollevazione messa in atto ieri dai coloni piu' radicali, che godono del sostegno di un certo numero di parlamentari della destra estrema e di alcuni partiti minoritari, ha confermato le
preoccupazioni sulla pericolosita' crescente del fanatismo religioso ebraico manifestate a piu' riprese da politici ed intellettuali, tra i quali lo storico Zeev Sternhell, vittima qualche mese fa di un attentato compiuto da attivisti legati al movimento dei coloni. L'analista politico Ron Ben Yishai avverte che "il peggio non e' ancora venuto" e che la rivolta violenta scattata a Hebron e' stata solo un "esempio" di cio' che i coloni potrebbero mettere in atto se governo ed esercito non agiranno con determinazione. I coloni, dice Ben Yishai, puntano apertamente a provocare una reazione violenta dei palestinesi, in modo da gettare la Cisgiordania nel caos e impedire la nascita di uno Stato palestinese indipendente.
Non pochi vedono all'orizzonte anche omicidi politici, simili a quello del premier laburista Yitzhak Rabin, colpito a morte 13 anni fa a Tel Aviv da un giovane ebreo aizzato da rabbini di estrema destra che negli accordi di Oslo con i palestinesi avevano visto un tradimento della "redenzione" di Eretz Israel. Anche la possibile vittoria del leader del Likud, Benyamin Netanyahu, alle elezioni del prossimo 10 febbraio, potrebbe non bastare a chi rifiuta categoricamente l'idea di un compromesso territoriale con i palestinesi.
sabato 6 dicembre 2008
il punto della situazione nelle colonie ebraiche
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Con Africom giungono in Italia altri 1.000 militari USA
E il Pentagono sbugiarda Franco Frattini. Due giorni fa il ministro degli esteri italiano aveva annunciato la concessione agli Stati Uniti dell’utilizzo delle basi di Napoli e Vicenza per l’installazione di due nuovi comandi per le operazioni nel continente africano (Africom), “senza che ciò comporterà l’aumento su base permanente delle truppe Usa in Italia”. Le forze armate statunitensi fanno invece sapere che l’istituzione dei due quartieri generali è già attiva con l’assegnazione a Napoli e Vicenza di 750 militari, a cui se ne affiancheranno presto degli altri.
Intervistato dal quotidiano delle forze armate Usa “Stars and Stripes”, il colonnello Marcus de Oliveira, portavoce del comando dell’esercito statunitense SETAF (Southern European Task Force) con base a Vicenza, ha dichiarato che il personale di stanza nella città veneta “potrebbe aumentare di circa 50 unità, portando così il numero del personale militare operante a 300”.
A Napoli, invece, la Naval Forces Europe è stata ampliata per includere la componente navale di Africom che ha preso il nome di “NAVEUR NAVAF”. “Con uno staff di circa 500 uomini – scrive Stars and Stripes - questo comando potrebbe crescere entro i prossimi due anni di circa 140 unità”. Le finalità del nuovo quartier generale delle forze navali per l’Africa sono state sintetizzate dall’ammiraglio Mark Fitzgerald, comandante di NAVEUR NAVAF. “Focalizzeremo i nostri interventi in Africa costruendo la cooperazione regionale per la sicurezza nel continente”, ha dichiarato Fitzgerald. “Il modello a cui guardiamo è quello che vede attualmente gli stati della regione del Golfo di Guinea operare congiuntamente contro il traffico di droga, l’immigrazione illegale e il traffico di essere umani. La lotta alla pirateria continuerà ad essere un punto centrale per la Us Navy e per Africom”.
Con l’istituzione di NAVEUR NAVAF a Napoli, l’Africa Partnership Station (APS), la forza multinazionale che la Marina degli Stati Uniti ha promosso con i paesi dell’Africa occidentale e centrale, passa sotto il controllo del comando di Napoli.
Buona parte delle operazioni di rifornimento munizioni, carburante e materiali logistici delle unità impegnate in esercitazioni in ambito APS continueranno però ad essere coordinate dal “Fleet and Industrial Supply Center” (FISC), il centro logistico delle forze navali degli Stati Uniti istituito a Sigonella il 3 marzo 2005.
Nella base siciliana è pure presente uno dei reparti di punta della nuova strategia di penetrazione militare nel continente africano, la “Joint Task Force JTF Aztec Silence”, una forza speciale dotata di aerei P-3c Orion per la conduzione di missioni d’intelligence, sorveglianza terrestre, aerea e navale in Africa settentrionale, occidentale e nel Corno d’Africa.
Oltre al Comando terrestre di Vicenza e a quello navale di Napoli, Africom ha attivato un quartier generale delle forze aeree a Ramstein (AFAFRICA) e un comando delle forze del Corpo dei Marines a Boeblingen (MARFORAF). Sempre in Germania, a Stoccarda, ha sede il quartier generale di Africom, destinato però ad essere trasferito nel Sud Europa. A contendersi Africom la base navale Usa di Rota-Cadice in Spagna e ancora una volta la Naval Station di Napoli-Capodichino.
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varie e avariate
il solito splendido Fulvio Grimaldi
Manifesto della Sinistra radicale europea
Obama il nixoniano
Usa: occupati calano di 533.000 unità a novembre
La battaglia di Mumbai, qualunque sia la regia degli attacchi, si inquadra in una contesa di vasta portata condotta con strumenti politici, economici e militari da più soggetti: non solo India e Pakistan, ma Stati uniti, Russia e Cina. Principale terreno di confronto è l'Asia centrale, area di enorme importanza per la sua posizione geostrategica e per il controllo del petrolio del Caspio e dei «corridoi energetici».
L'epicentro è in Afghanistan. Qui s'impantanò per dieci anni l'esercito sovietico. Qui, nel 2001, sono arrivate le truppe statunitensi, ufficialmente per combattere i taleban e dare la caccia a bin Laden. L'obiettivo strategico è in realtà quello di occupare una posizione chiave nel nuovo scenario creato in Asia dalla disgregazione dell'Urss e dall'emergere delle potenze cinese e indiana. «Esiste la possibilità che emerga nella regione un rivale militare con una formidabile base di risorse», avvertiva un documento pubblicato dal Pentagono una settimana prima dell'invasione dell'Afghanistan.
Questo obiettivo strategico è stato confermato dal presidente eletto Barack Obama, che ha annunciato di voler «uscire dall'Iraq» e «passare al giusto campo di battaglia in Afghanistan e Pakistan». Viene quindi considerato campo di battaglia anche il Pakistan, ritenuto a Washington un alleato non molto affidabile, i cui servizi segreti sono sospettati di avere legami con i taleban. Quando nel gennaio 2008 gli Usa chiesero al presidente Musharraf di avere mano libera nelle zone di confine con l'Afghanistan, ricevettero un rifiuto. E, a causa della forte opposizione interna, anche l'attuale presidente Zardari appare riluttante.
A rendere ancora più complessa la situazione è la scelta di Washington di privilegiare le relazioni con l'India, per impedire un suo avvicinamento alla Russia e alla Cina. Rientra in tale politica l'accordo, ratificato il 2 ottobre dal senato, attraverso cui gli Stati uniti «legalizzano» il nucleare militare dell'India, che non ha mai aderito al Trattato di non-proliferazione, permettendole di mantenere otto reattori nucleari militari al di fuori di ogni controllo internazionale. Ciò spinge il Pakistan, che non ha mai aderito al Tnp, ad accelerare i suoi programmi nucleari militari. Col risultato che i due paesi già schierano complessivamente circa 110 testate nucleari e sono in grado di fabbricarne molte di più.
Su questo terreno entrano in gioco, in concorrenza con gli Usa, Russia e Cina. A settembre è stato confermato che la Russia fornirà all'India una portaerei con 16 Mig-29; contemporaneamente, la joint-venture russo-indiana BrahMos Aerospace ha annunciato che accrescerà la produzione di missili da crociera supersonici lanciati dall'aria, armabili con testate sia convenzionali che nucleari. La Cina sta invece stringendo relazioni particolarmente strette col Pakistan: il 18 ottobre è stato annunciato che il presidente Zardari, in visita a Pechino, ha firmato 12 accordi, uno dei quali impegna la Cina a costruire altri due reattori nucleari in Pakistan. La Cina fornisce inoltre al Pakistan caccia Jf-17 dotati di motori russi, la cui fornitura è stata autorizzata da Mosca.
Nella «guerra degli oleodotti», entra in gioco anche l'Iran, col progetto di un gasdotto che, attraverso il Pakistan, dovrebbe portare in India il gas iraniano. Sotto pressione statunitense, l'India non ha finora aderito all'accordo. L'Iran si è però dichiarato disponibile, l'11 ottobre, a costruire il gasdotto (costo 7,5 miliardi di dollari) fino in Pakistan, in attesa dell'adesione dell'India. Oggi ancora più difficile, dopo gli attacchi a Mumbai.
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lunedì 1 dicembre 2008
la clemenza a senso unico di Obama
Fin dai tempi di Tito (imperatore romano, 39-81 d. C.) la forza e la saggezza sono sempre state associate con la clemenza. Barack Obama ha vinto, è forte, sta dando prova di saggezza e di clemenza accogliendo tra le sue braccia gli avversari della campagna elettorale, quelli che lo hanno osteggiato fin dall'inizio, quelli che lo hanno tradito e quelli che sono rimasti a guardare aspettando di salire sul carro del vincitore. Anche in questo il modello è quello romano.
E' stato invece, almeno fin qui, meno generoso con i suoi sostenitori della prima ora, anche quelli che sono stati determinanti per la sua vittoria. John Kerry, che dall'inizio è sceso in campo al suo fianco (anche per antica rivalità con il clan Clinton), non ha ricevuto la sperata nomina a segretario di stato e ancora aspetta un incarico di prestigio. Il clan Kennedy, che ancora conta molto nel partito, ha avuto per il momento solo le briciole di qualche incarico nello staff del comitato per la transizione.
Soprattutto si mostrano nervosi i sindacati, che hanno contribuito con oltre 100 milioni di dollari alla campagna di Obama e il cui appoggio è stato determinante nel portare dalla sua parte milioni di iscritti bianchi e conservatori che, lasciati a se stessi, difficilmente avrebbero votato per un candidato afroamericano, per quanto democratico (nelle primarie infatti stavano con Hillary Clinton).
Si aspettavano che il segretario del lavoro venisse annunciato insieme alle nomine degli altri ministri dell'economia, ed invece è stata una sfilza di tecnocrati, di banchieri e di uomini della finanza, dando l'impressione che i problemi del mondo del lavoro sono di seconda fila. Naturalmente c'è tempo, ma intanto la preoccupazione dei dirigenti della confederazione AFL-CIO aumenta.
Li preoccupa soprattutto la nomina a capo del Consiglio nazionale dell'economia di Larry Summers, già ministro del tesoro di Clinton, dal momento che Summers è un convinto fautore della globalizzazione e del libero mercato, il che non solo va contro gli interessi dei sindacati (che a causa della globalizzazione hanno perso posti di lavoro), ma non è stata neppure la posizione di Obama in campagna elettorale quando doveva ottenere il loro appoggio.
La nomina di Summers ha anche infastidito le donne democratiche che sicuramente ricordano quando, da presidente di Harvard, dichiarò che "le donne sono biologicamente inadatte alla ricerca scientifica", e ne nacque un putiferio che costrinse l'esimio professore alle dimissioni. Del resto Summers non è nuovo alle "provocazioni". In precedenza aveva avuto anche qualche scontro verbale con colleghi neri dell'università, facendo sospettare che pensasse la stessa cosa degli afroamericani.
Come che sia, Obama l'ha perdonato.
Ha naturalmente anche perdonato Hillary Clinton e i clintoniani; non quelli che fin dall'inizio hanno scelto lui, e non hanno quindi bisogno di perdono, ma quelli che sono rimasti con lei nella durissima, a tratti personalmente velenosa, campagna che il campo clintoniano ha condotto contro di lui nelle primarie. Si ricorderà che Hillary Clinton, pur di strappare la nomination, aveva fatto ricorso a tutte le accuse e insinuazioni poi utilizzate dall'avversario repubblicano McCain: Obama è impreparato, forse è mussulmano, è uno che parla bene ma non ha sostanza, ha frequentato gente poco rispettabile (come il bancarottiere Tony Rezko), fa parte di una chiesa nera antiamericana (come quella del pastore Jeremiah Wright), è arrogante, pensa di avere la vittoria in tasca, e chi più ne ha più ne metta. Di fatto Clinton è stata più dura con lui di quanto non lo sia stato John McCain che, pur sollevando la questione dei rapporti di Obama con un ex terrorista (Bill Ayers), ha definto "disonorevole" sfruttare la vicenda della sua appartenenza alla chiesa del pastore Wright.
Da ultimo Obama ha perdonato Joe Lieberman. Chi è Joe Liberman? E' un senatore del Connecticut che due anni fa, dopo essere stato battuto nelle primarie da un altro candidato democratico, si era presentato come indipendente alle elezioni e le aveva vinte. Al senato però era entrato nel gruppo democratico (il suo da sempre) e così aveva potuto conservare la presidenza della importantissima commissione Sicurezza interna e affari di governo (importantissima perché decide come spendere i miliardi di dollari per la sicurezza nazionale). Durante la campagna elettorale si era schierato con John McCain, di cui è vecchio amico, e sembrò addirittura che ne divenisse il candidato alla vicepresidenza. Alla convention fece anche un discorso di durissima critica, con parole di pesante sarcasmo, nei confronti di Obama. Ci si aspettava quindi che, ritornato al senato, venisse radiato dal partito e come minimo privato della "sua" commissione.
E invece no. Il capogruppo al senato, Harry Reid, ha annunciato che Lieberman rimane nel gregge democratico e conserva il suo incarico, facendo capire che la decisione è stata presa con la benedizione di Obama. C'è solo un requisito: l'anziano senatore dovrà presentarsi davanti alle telecamere e fare pubblica ammenda dei suoi errori.
E così Lieberman ha fatto. Ha dichiarato che "la stampa ha riferito male le parole che ho detto; alcune di queste avrei dovuto formularle meglio, ma ce ne sono altre che avrei dovuto non dire, e mi dispiace." A questo punto, fatta l'autocritica in perfetto stile veterocomunista, è stato perdonato e ha ricevuto indietro la sua poltrona.
Claire McCaskill, amica e consigliera di Obama ha chiosato: "Il presidente eletto ha lanciato un preciso messaggio di umiltà, di riconciliazione e di "guarigione". Adesso al lavoro!"
McCain aveva sicuramente torto quando sosteneva che Barack Obama è un "socialista". Però la vicenda Lieberman fa venire il sospetto che in lui, nel profondo, ci sia qualcosa di comunista. O forse invece, da imperatore forte e saggio, è soltanto clemente.
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venerdì 28 novembre 2008
i coloni che vorrebbero lasciare la Cisgiordania
Rimonim, Cisgiordania - Circondati dall’ostilità, vivendo su una terra che la maggior parte del mondo vuole restituire ai palestinesi affinché vi creino un loro stato, si incontrano silenziosamente in insediamenti ebraici come questo, pianificando il futuro. Ma questi coloni assediati della Cisgiordania, ampiamente considerati come un ostacolo alla pace, sorprendentemente vogliono solo una cosa: andar via.
Mentre la stragrande maggioranza dei coloni dichiara di non voler assolutamente abbandonare il cuore della storica patria ebraica - queste antiche colline di una desolata bellezza i cui nomi biblici sono Giudea e Samaria - migliaia di altri coloni affermano di voler tornare entro i confini di Israele antecedenti al 1967.
Dicono che il progetto di colonizzazione della Cisgiordania - almeno nella parte che si trova al di là della barriera di separazione che Israele sta costruendo - è destinato al fallimento, e che le loro vite sono in pericolo. Molti dicono anche qualcos’altro: l’occupazione israeliana delle terre rivendicate dai palestinesi è sbagliata, e loro non vogliono avere alcun ruolo in essa. Ma le loro case non hanno alcun valore, e dunque si trovano bloccati. Vogliono aiuto.
”Sono venuto qui 25 anni fa, a vivere in campagna ed a crescere la mia famiglia”, ha detto David Avidan mentre sedeva nel soggiorno di un vicino, una sera di pochi giorni fa, per discutere una strategia per andarsene. “Volevamo colonizzare di nuovo tutta la terra di Israele”, ha aggiunto. “Ma ora, quando vedo come i nostri soldati trattano i palestinesi ai checkpoint, mi vergogno. Voglio che ce ne andiamo di qui. Voglio due Stati per due popoli. Ma non posso ottenere denaro in cambio della mia casa, e non posso andarmene”.
Ci sono 280.000 coloni in Cisgiordania (oltre ai più di 200.000 ebrei israeliani che vivono a Gerusalemme Est, anch’essa presa nel 1967), e la stragrande maggioranza è fermamente determinata a rimanere, e ad opporsi ad uno Stato palestinese in queste terre. Ma 80.000 di essi vivono al di là della barriera, e i sondaggi indicano che molti vorrebbero andarsene. Se lo facessero, altri potrebbero seguirli volontariamente.
“Abbiamo fatto un sondaggio tre anni fa, e di nuovo uno lo scorso anno, ed i risultati sono stati gli stessi”, ha detto Avshalom Vilan, un parlamentare del partito di sinistra Meretz. “La metà dei coloni al di là della barriera è motivata ideologicamente, e non vuole andarsene. Ma circa il 40% di essi è pronto ad andar via ad un prezzo ragionevole”.
Vilan è uno dei leader di un movimento chiamato ‘Bayit Ehad’, o ‘One Home’, che vuole una legge che stanzi 6 miliardi di dollari per acquistare le case di 20.000 famiglie, in modo da permettere loro di ricominciare da capo all’interno dei confini di Israele. Gran parte della dirigenza di Kadima - il partito centrista al governo – insieme al Partito Laburista, più orientato a sinistra, sostiene la legge in linea di principio, e il governo ha ascoltato diverse presentazioni di questa legge.
Ma la leadership al potere ha smesso bruscamente di appoggiarne l’approvazione, per paura di creare una spaccatura esplosiva nella società israeliana. Vi è anche la preoccupazione che un passo del genere equivalga a dar via una risorsa senza ottenere nulla in cambio dai palestinesi - un atto unilaterale simile al ritiro da Gaza di tre anni fa, che ha rafforzato il gruppo militante islamico di Hamas, e che è considerato in Israele come un fallimento.
I sostenitori della legge dicono che quella del ritiro da Gaza è una falsa analogia, perché un ritiro dei coloni dalla Cisgiordania rafforzerebbe l’Autorità Palestinese (ANP) sotto la guida del Presidente Mahmoud Abbas. L’ANP sta cercando di convincere l’opinione pubblica palestinese che due Stati sono possibili.
I sostenitori della legge aggiungono che il punto principale è quello di avviare il trasferimento rapidamente, al fine di incoraggiare altri a fare altrettanto, dando inizio ad un processo ordinato per compiere un’impresa che è politicamente ed emotivamente complessa.
Non succederà nulla prima delle elezioni di febbraio, ma i sostenitori della legge sperano che, se il ministro degli Esteri Tzipi Livni, di Kadima, otterrà un numero di voti abbastanza consistente per formare il prossimo governo, deciderà di andare avanti con rapidità. La Livni ha dichiarato che non appena vi saranno le condizioni per una soluzione a due Stati, sarà disposta a prendere maggiormente in considerazione l’idea di far passare la legge.
I coloni che hanno preso posizione a favore di un tale passo dicono che la vita è ormai difficile.
Benny Raz, 55 anni, che ha vissuto con la sua famiglia nell’insediamento di Karnei Shomron a partire dalla metà degli anni ‘90, negli ultimi anni ha cominciato a chiedere una via d’uscita, invitando il governo ad acquistare la sua casa e quelle dei coloni suoi compagni.
“I miei vicini di casa mi guardavano come se fossi un traditore, o come se venissi da un altro pianeta”, ha raccontato. Ha detto di essere stato licenziato dal suo posto di lavoro come responsabile dei conducenti di autobus dell’insediamento, e che il chiosco di panini di sua moglie è stato boicottato e fatto fallire.
”Ho ricevuto telefonate minacciose in cui mi dicevano che mi avrebbero ammazzato”, ha detto. “Oggi, porto con me una pistola, perché ho paura degli ebrei, non degli arabi”.
Herzl Ben Ari, sindaco di Karnei Shomron, ha detto che il signor Raz è stato licenziato per incompetenza, e che il chiosco di panini ha avuto problemi igienici, due questioni estranee alla sua attività politica. Dani Dayan, presidente del Consiglio dei coloni, ha detto che, se gli immobili di alcune comunità hanno perso valore, la maggior parte delle case negli insediamenti in Cisgiordania ha ancora prezzi elevati.
”Questa legge è psicologica”, ha detto in riferimento alla proposta di legge. “Vogliono far pressione su di noi e sull’opinione pubblica israeliana per dare l’illusione che il nostro destino sia già segnato. A loro piace dire che tutti sanno che, alla fine, queste comunità non esisteranno più. Io dico il contrario. Sempre più persone, qui e all’estero, stanno iniziando a capire che non ci sarà nessuno Stato palestinese su queste terre”.
Alcune case, abbandonate dai coloni che non erano disposti a rimanere, sono state occupate da giovani famiglie religiose che pagano un affitto minimo, e che sono state indirizzate in questi luoghi dalla leadership dei coloni. Vilan, il parlamentare di sinistra, ha detto che, con la sua legge, traslocare nelle case degli insediamenti acquistate dal governo sarebbe un reato punibile con una pena fino a cinque anni di reclusione.
‘One Home’ ha tenuto decine di incontri in giro per gli insediamenti in Cisgiordania, invitando coloro che vogliono andarsene a diventare attivi nel movimento.
Nel corso di un incontro qui a Rimonim, molte persone hanno detto di aver paura che ciò che è accaduto a Benny Raz possa accadere anche a loro.
Una fra coloro che Benny Raz ha contribuito a convincere, durante una precedente riunione, è Monika Yzchaki dell’insediamento di Mevo Dotan che, come l’insediamento del signor Raz, è nella metà settentrionale della Cisgiordania, e si trova dall’altra parte della barriera. Vi si è trasferita 16 anni fa con suo marito e i bambini piccoli.
”Siamo venuti qui per avere una casa che potessimo mantenere, in una buona situazione”, ha detto per telefono. “Molti non capiscono che ci sono molti di noi che non sono né estremisti né pazzi. Ora devo mostrare il passaporto alla barriera per poter tornare a casa. Ora vivo in Palestina. Era normale che io pensassi che questo fosse il mio paese, e che loro pensassero che fosse il loro. Oggi è evidente che questo è il loro paese.” Poi ha aggiunto: ”Sono in grado di elencare 40 famiglie che vogliono andarsene, ma hanno paura di dirlo ad alta voce.”
Interpellata su quale fosse il suo punto di vista riguardo ad uno Stato palestinese, ha detto: “Credo che dovrebbe esserci una soluzione a due Stati. Non si può vivere con persone che non hanno l’indipendenza. Devono imparare la loro lingua, insegnare ai loro figli il loro patrimonio culturale. Ma questo è il loro problema. Il mio problema è che il mio governo mi ha abbandonato”
Ethan Bronner è direttore degli uffici di Gerusalemme del New York Times; in precedenza ha lavorato nell’unità investigativa del giornale, occupandosi degli attacchi dell’11 settembre; tra il 1985 ed il 1997 aveva lavorato per il Boston Globe, del quale era stato a lungo corrispondente per il Medio Oriente, da Gerusalemme
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La nuova propaganda del Pentagono in Iraq
Negli ultimi mesi, il segretario americano alla Difesa, Robert Gates, ha ricevuto molti apprezzamenti per aver ridimensionato i toni della retorica trionfalistica che aveva contrassegnato le prime fasi della cosiddetta ‘guerra al terrore’. L’enfasi da lui posta sulla necessità di “un senso di umiltà, ed un riconoscimento dei limiti” è una dolce musica per coloro che mettono in discussione la necessità di fare automaticamente ricorso ad un uso sproporzionato della forza per difendere gli interessi nazionali degli Stati Uniti.
Ma vi è un settore in cui Gates non è altrettanto modesto o consapevole dei limiti quanto egli vorrebbe che fossero i militari. Nelle sue frequenti dichiarazioni in cui afferma che l’hard power non può ottenere tutto, Gates sottolinea che ciò di cui c’è bisogno è una dose maggiore di soft power (l’‘hard power’ di un paese designa la capacità che esso ha di esercitare la propria influenza attraverso mezzi eminentemente militari, o mezzi economici coercitivi; il ‘soft power’ designa invece la capacità di esercitare la propria influenza attraverso la diplomazia, la cultura e la storia (N.d.T.) ). Tuttavia, quello che emerge è che egli intende dosi massicce di soft power interpretate, ‘confezionate’, e distribuite dal Pentagono e dalle sue ditte appaltatrici.
E’ vero che, in un discorso tenuto nel novembre dell’anno passato, Gates disse che un altro ente governativo – il Dipartimento di Stato – avrebbe dovuto ottenere più fondi per le sue attività di soft power, che includono programmi di ‘public diplomacy’, come i suoi trascurati scambi culturali ed educativi
Tuttavia, poco notata tra le molto acclamate dichiarazioni di Gates vi è la seguente affermazione: “Non fraintendetemi, chiederò ulteriori fondi per la difesa l’anno prossimo”. Parte del denaro che Gates intende spendere, come ha recentemente riferito il Washington Post, sarà dedicata ad uno sforzo triennale – con una spesa di 300 milioni di dollari – per “coinvolgere e motivare” la popolazione dell’Iraq ad appoggiare il suo governo e le politiche USA, attraverso una serie di programmi che vanno dai prodotti mediatici all’intrattenimento (un’ulteriore somma di 15 milioni di dollari all’anno dovrebbe essere spesa per effettuare sondaggi d’opinione tra gli iracheni).
Si tratta di una cifra enorme per gli standard delle politiche di soft power. Il Dipartimento di Stato prevede di spendere appena 5,6 milioni di dollari in ‘public diplomacy’ in Iraq nell’anno fiscale 2008. Il denaro del Dipartimento della Difesa sarà distribuito fra quattro società appaltatrici private, incluso il Lincoln Group il quale, sulla base di accordi con il Pentagono, pagò segretamente alcuni giornali iracheni per stampare articoli scritti dai vertici militari americani ma pubblicati come notizie di prima mano.
Alcune voci critiche si sono levate nei confronti dell’iniziativa di Gates per accattivarsi i cuori e le menti degli iracheni. Jim Webb, senatore democratico della Virginia, il cui background militare e giornalistico lo rende ampiamente qualificato a parlare a proposito dell’uso del soft power da parte del Pentagono, scrisse in una lettera a Gates: “Mentre questo paese si trova di fronte ad una crisi economica così grave, e mentre il governo iracheno registra almeno 79 miliardi di dollari di surplus derivanti dagli introiti petroliferi, secondo me ha ben poco senso che il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti spenda centinaia di milioni di dollari per fare propaganda nei confronti del popolo iracheno”.
Gli specialisti di ‘public diplomacy’ sono anch’essi rimasti sconcertati dalla missione di indottrinamento di Gates. Un noto esperto mi ha scritto tramite e-mail: “La comunicazione che è vista come propaganda non attrae, e di conseguenza non produce soft power”. Le voci critiche sottolineano che i finanziamenti del Dipartimento della Difesa non sono trasparenti, e ciò potrebbe tradursi nella perdita di credibilità dei suoi programmi nel momento in cui coloro a cui tali programmi sono indirizzati scopriranno da dove viene realmente il denaro. Una cosa del genere si è indubbiamente verificata nel corso della Guerra Fredda, quando emerse che la CIA era il segreto finanziatore di riviste intellettuali che erano in precedenza considerate indipendenti. L’ambasciatore iraniano in Iraq, Kazemi Qomi, ha già espresso le proprie rimostranze: “Quattro importanti compagnie nel settore dei media stanno dando il loro contributo al piano del Pentagono di incitare l’opinione pubblica irachena contro l’Iran e di guastare i rapporti fra Teheran e Baghdad”. Una simile “propaganda anti-iraniana”, ha affermato l’agenzia di stampa iraniana FARS, è “inutile”.
La costosa iniziativa di soft power del Pentagono non è limitata ad un pubblico straniero, ma include gli stessi Stati Uniti. Essa stabilisce la necessità di “comunicare in maniera efficace con le nostre audience strategiche (vale a dire con il pubblico iracheno, con quello arabo, con quello internazionale, e con quello degli Stati Uniti) per assicurare una diffusa approvazione dei temi e dei messaggi [del governo statunitense e di quello iracheno]”. Secondo Marc Lynch, uno specialista del settore dei media mediorientali, fare del “pubblico americano…un obiettivo chiave da manipolare attraverso la diffusione segreta di messaggi di propaganda dovrebbe essere considerato scandaloso, lesivo della democrazia, ed illegale”.
Scandaloso lo è certamente, ma questa abitudine di rendere la stessa patria americana un obiettivo fa parte del modo di operare del Dipartimento della Difesa, come confermano le rivelazioni del New York Times riguardo all’uso ‘militare’ di commentatori dei media nazionali in qualità di propagandisti del Pentagono (queste attività sono attualmente soggette ad un’indagine della Commissione federale delle comunicazioni). Nulla è peggiore del cattivo uso dell’hard power, come Gates ha giustamente suggerito. Tuttavia egli non sembra disposto ad ammettere che la stessa cosa è vera anche nel caso di ciò che il Pentagono interpreta come soft power.
John Brown ha servito nello ‘US Foreign Service’, il servizio diplomatico statunitense, per oltre vent’anni; attualmente è ‘senior fellow’ presso il Center on Public Diplomacy della University of Southern California
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mercoledì 26 novembre 2008
Ancora su Obama
Se Curzi, tromboneggia sui diritti dei lavoratori e poi mette in mezzo a una strada i giornalisti scomodi, privilegiando gli amici degli amici, i figli dei padri e della nomenclatura, eppure si merita gli appassionati elogi del “manifesto”, perché stupirsi se lo stesso “giornale comunista” conferma con il titolo “Il team dei migliori” le agghiaccianti scelte reazionar-clintoniane del novello profeta nero per la sua camarilla di governo. Segretario di Stato Hillary Clinton, co-stragista di serbi, palestinesi e iracheni, creatura più simile alla Medusa rettilo-chiomata che a femmina umana; del sionista ultrà, terrorista figlio di terroristi israeliani, Rahm Emmanuel, capo dello staff e che rimproverò Bush di non essere sufficientemente filoisraeliano, s’è già detto in passato; anche della sua conventicola di banchieri bancarottieri, vezzeggiata con il voto a favore degli 850 miliardi di salvataggio, capeggiata da quel lobbista di Robert Rubin, mallevadore sotto Clinton di un neoliberismo privatizzatore, deregolante e predatore che neppure Reagan si era sognato. Ci sono tutti, sembra di stare nei saloni di Vlad, in Transilvania. Tutti: i Goldman Sachs, i Lehman Brothers, i Warburg, i Chase Manhattan, I Rothschild, i Lazard Fréres, la fallita (nonostante le operazioni planetarie sulla droga, insieme alla Cia e alla Dea) Citybank. E poi i militari, garanti dell’espansione dell’impero, dal superfalco generale Larry Jones, neoconsigliere nazionale per la Sicurezza (quello dello stato di polizia a casa e dei genocidi fuori), all’apparentemente confermato ministro della guerra a mezzo mondo, Robert Gates.
Ce ne sono altri, ve li risparmio, e non c’è neanche la punta della scarpa di uno non conservatore, non di destra, non dell’establishment (il quale establishment non per nulla gli ha dato più quattrini di qualsiasi presidente della storia Usa), espressione di quel movimento di massa che dal compagno Barack pensava di essere traghettato a nuova vita. E’ il CAMBIAMENTO, bellezza. Yes we can fuck you, brutti cretini. E noi, brutti cretini, a farci spremere gli ultimi sghei dal “manifesto”, sebbene non più privato dell’obolo di Stato, per farci rifilare questa pillola di cianuro indorata. Naturalmente l’agente Cia Al Zawahiri gli ha subito dato il conforto delle sue minacce e del suo anatema. Ci possiamo aspettare altri cataclismi “antiterroristici” e antislamici.
Un’ultima chicca. Chi sono i prescelti dall’illusionista nero per rivedere l’intero apparto di intelligence e reimpostare i 14 servizi segreti, cruciali per la guerra infinita, interna ed esterna? John Brennan e Jami Miscik, già funzionari Cia sotto il bushista George Tenet che, rispettivamente, hanno collaborato alle intercettazioni illegali a 360 gradi, ai rapimenti e alle torture delle extraordinary renditions, e alla costruzione della bufala delle armi di distruzione di massa di Saddam. Sullo sfondo, ma nel ruolo di supervisori del tutto, i protagonisti del roll back , cioè dell’"arrotolamento", dell’Unione Sovietico e oggi dello scontro con la Russia per il dominio in Asia: Madeleine Albright, Zbigniew Brzezinski, lo stesso Gates e tutti i loro accoliti nel Pentagono. E la CONTINUITA’ bellezza.
Qualcuno, anche i neokeynesiani del “manifesto”, parla di un nuovo Roosevelt, di un altro New Deal, dimenticando che il capitalismo Usa oggi è assai più debole. Allora c’era una nazione creditrice, con attivi commerciali e la manifattura che dominava i mercati globali. Cionostante, fu soltanto sotto la pressione di lotte semi-insurrezionali, come lo sciopero di Toledo Autolite, lo sciopero generale di Minneapolis, di San Francisco e dell’industria automobilistica e grazie alla seconda guerra mondiale, con i milioni di persone tolte di mezzo, che il paese uscì dalla crisi. La crisi di oggi è il risultato di un declino protratto del capitalismo nordamericano, di debiti le cui cifre non si possono contenere in una riga di A4, la decimazione della sua base produttiva e il cui sistema finanziario è diventato la locomotiva di una recessione planetaria. Allora Roosevelt, assistito da sindacati gialli e da un PC come al solito stalinisticamente moderato e compiacente, riuscì a uscire dalla crisi ed evitare una rivoluzione socialista. Oggi, non fosse per la sciagurata dispersione o complicità delle sinistre, la situazione sarebbe più favorevole al cambiamento. Osama lo brandisce proprio per esorcizzarlo. Attenti ai colpi di coda
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amaryllide
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19:06
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Curzi, il compagno comodo
Io non sono, per esperienza diretta, molto d’accordo col grande Brecht quando afferma “beato il popolo che non ha bisogno di eroi”...
Forse, se Berthold avesse scritto "beato chi non ha bisogno di eroi…fasulli”. Sono quelli che vengono celebrati e incensati, perlopiù dopo morti, da peana bipartisan, anzi, onnipartisan, che, come da scienza e logica risulta, sono peana i cui direttori d’orchestra stanno sempre a destra...
In campo giornalistico abbiamo due esempi recenti: Enzo Biagi, qualunquista ed eroe del senso comune, campione di salace e banale buonismo, che al massimo poteva dar fastidio al guitto mannaro, uno che si adonta di chiunque non gli lecchi il tacco rialzato. Con lui, tanti anni fa, andai a intervistare il premier austriaco Bruno Kreisky a Vienna e mi trovai a girare con un ometto che spurgava velenoso astio e spocchiosa irrisione su tutto e tutti, dandosi da grande e volgare macho alla vista di ogni passaggio di “culi e tette”.
Ora tocca a Sandro Curzi e, meritatamente, i coccodrilli più lacrimosi e osannanti glie li hanno fatti campioni dell’etica, dell’idealismo, della coerenza, della professione, come Bertinotti, Veltroni, Petruccioli. Dagli Usa hanno addirittura riesumato Christiane Amanpour, vedette della CNN e concorrente di Oriana Fallaci per chi le sparava più false, razziste e guerrafondaie. Mancavano solo i mafiopizzinari D’Alema e La Torre, troppo affaccendati nell’eterno, tanto fetido quanto grottesco, wrestling con Veltroni e Bettini, a base di chi si fa inchiappettare meglio dai vari Finisconi. Immaginatevi questa nauseante conventicola tutta riunita in un salone e vi parrà di rivedere quel tremendo affresco che il più grande cineasta politico italiano, Elio Petri, ha tratteggiato della criminalità forchettara democristiana in “Todo modo”. Un osceno intruglio di facce grifagne, trasudanti falsità e corruzione, pervasi da livorosa bulimia predatrice, rotti a ogni vertice di ipocrisia clericale e a ogni abisso di depravazione profana. Quelli, tra preti assassini e politici ladroni, finirono col farsi fuori a vicenda. Un horror che il verminaio uscito dalla covata togliattian-morotea ci ripropone oggi come remake a livelli ultrà. Senza, per ora, l’esito positivo, letale, dell’originale.
Questa è la gente che ha tessuto l’apologia del “grande giornalista”, dell’”uomo di strada”, del “compagno scomodo”, come il pelatone incazzoso ha avuto l’improntitudine di auto-onorarsi in un’agiografia autobiografica. E questi erano i suoi amici, referenti, compagni di bisbocce populistiche. Io ci ho lavorato, con Curzi, per la maggior parte della sua monarchia assoluta al Tg3. Ed era in effetti un TG3 fuori dal coro, nella misura in cui glielo consentiva prima un PCI, non del tutto disancorato dalla sua base intellettuale e proletaria, e poi un PDS-DS che dipendeva per le sue prospettive governiste dal voto anche di chi, prima di essere addomesticato dall’imbonitore rinnegato Bertinotti, credeva e voleva antagonista Rifondazione. Conviene dunque che parli di Curzi partendo da me.
A Curzi, quando ancora imperversava con la sua iperpopulista “ggente” (altro che lotta di classe), gli stessi che in morte lo hanno beatificato davano del “trombone, da quel fragoroso vuoto a rendere per ogni stagione che era. Durante i cinque anni che trascorsi a “Paese Sera”, corrispondente da Londra e poi inviato di guerra, lo vidi una sola volta. Era un vicedirettore totalmente oscurato e inerte sotto la ferula di due direttori che avevano inventato il migliore giornale italiano: Fausto Coen, detronizzato per filosionismo quando dalla Guerra dei Sei Giorni ebbi modo di raccontare le efferatezze di quello Stato razzista e fascistoide, e poi Giorgio Cingoli. Mi rivolsi a lui per un sostegno contro le critiche che mi piovevano da Cingoli per essere nei miei reportage troppo schierato con il movimento del ’68, odioso all’editore di riferimento, il PCI. Curzi si mostrò comprensivo e partecipe e… non mosse un dito, dando prova di quell’atteggiamento bifronte e bipartisan di cui avrei avuto conferma vent’anni più tardi.
Lo ritrovai nel 1989 quando, assunto in Rai al Tg3, ero stato parcheggiato prima a “Uno Mattina” del TG1, e poi all’”Evelina”, un ufficio pseudogiornalistico che smistava le immagini dalle e alle televisioni estere. Mi ci vollero due anni, con l’appoggio del sindacato di Beppe Giulietti, per convincere il direttore del telegiornale di sinistra, al quale avevo chiesto l’assunzione, di accettarmi nella sua redazione. Una redazione infarcita di piccisti, come di socialisti, democristiani, liberali, sionisti (sull’entrata alla redazione esteri campeggiava la scritta “Questa è una redazione filoisraeliana”), in perfetto sincronismo con gli equilibri politici in atto, seppure nell’intesa che il Tg3 sarebbe stato quello di “sinistra”, a fronte del socialista e del democristiano. Appunto “Telekabul”, ma poi presto, cacciati i sovietici dall’Afghanistan, ahinoi “Telepapa”, con quel Benedetti all’orecchio di Woytila e del catto-Cia Walesa, che venne fatto passare per “grande vaticanista”. Qualche credenziale, per la verità, al Tg3 la portavo: cinque anni alla BBC, anni di inviato per alcune grandi testate nazionali e straniere, quattro lingue (l’inglese non lo sapeva nessuno), esperienza di quattro continenti e molte guerre e rivoluzioni, tre anni da inviato ambientalista al Tg1… Modestamente, per il telegiornale un po’ burino di allora, quasi una scala reale. Ma mi mancava l’asso: la tessera, la casella. Non ero iscritto a nessun partito e nemmeno alla parrocchia, nessun boiardo di Stato si dava la minima cura di me. Così sguarnito degli attributi richiesti, alla faccia della professionalità. non solo gli risultavo umanamente sgradevole, ma avrei scombinato il meticoloso mosaico di caselle che garantivano la sua direzione e tenevano soddisfatti i vari sponsor e padrini.
L’ambiente non contava una mazza nel giornalismo di allora. Ma WWF, Legambiente, Italia Nostra, Greenpeace e movimenti di base andavano guadagnando interesse e consenso di elettori e spettatori. Su loro sollecitazione, Curzi iniziò ad occuparsi, di malavoglia, di ambiente. Era dunque la cenerentola tra le tematiche redazionali e così risultò opportuno rinchiudere il sottoscritto nella nuova, marginale, collocazione di “esperto ecologico”, togliendomi da quella redazione “filoisraeliana” a cui Curzi era arrivato a rendere commosso omaggio per come aveva sostenuto, papisticamente e colonialisticamente, la “liberazione” della secessionista Croazia mentre praticava il genocidio della Jugoslavia e dei serbi che si trovavano alla sua mercè. Mi inventai una rubrica chiamata “I tempi che corrono”, nella quale raccontavo il tempo meteorologico alla luce dei tempi climatici e sociali che dal Nord si abbattevano sul pianeta. La conduttrice del programma di cui avevo una rubrica, Donatella Raffai, si adombrò perché in una puntata avevo, turbando le sue gioconde facezie, inserito qualche bambino rinsecchito dalla desertificazione euro-indotta dell’Africa. Senza battere ciglio, fui esorcizzato e sbattuto in Cronaca Nera. Ma lo stesso Curzi venne impietosamente cacciato dai suoi boss diessini quando, avanzati nel voto, pensavano di poter sostituire al minuscolo Tg3 il ben più remunerativo Tg1. Operazione che figurati se i volponi dell’altra parte, già intrisi di spirito santo berlusconiano, avrebbero consentito. Il detronizzato finì a dirigere il giornaletto del PRC, “Liberazione”. Per un destino sardonico, ci saremmo rivisti anche lì.
Fu il successore di Curzi, grigio, accomodante e democristiano, a ridarmi, sotto pressione di un mondo ambientalista sempre più autorevole e istituzionalizzato, nonchè di una stampa benevola, una rubrica di traino al Tg3 delle 19.00: “Vivere!”. Non durò mica tanto. In concomitanza con il lento declino della lotta contro la distruzione del pianeta in termini climatici, parallela all’accentuarsi della distruzione sociale e bellica, la rubrica perse di interesse, sebbene più per la classe politica che per la “ggente”. Fu nuovamente cassata e tornai agli esteri. Tra la proliferazione incontrollata dei successori di Curzi, diretta conseguenza di equilibri politico-economici-clericali non assestati (siamo nella seconda metà degli anni ’90), piombò anche la vernacolare dalemian-agnelliana Lucia Annunziata. La ricordo giusto per avermi intimato, se proprio volevo fare delle corrispondenze dall’Iraq divorato dalla prima guerra del Golfo, dall’embargo e da incessanti bombardamenti, di non osare di presentarmi con immagini di bimbetti devastati dall’uranio, o uccisi da fame o diarrea. “Mica vogliamo fare un favore a quel delinquente di Saddam e un torto ai nostri amici!”, ingiunse. “Fammi vedere i palmeti di datteri, le rovine di Babilonia, un po’ di colore mesopotamico…”
Amico e compare degli amici come dei “nemici”, sodale, nella corporazione dei giornalisti, di chiunque avesse influenza, dall’estrema destra all’estrema sinistra, primo sdoganatore del MSI ancora bandito dall’Arco Costituzionale formalmente antifascista, trombettiere di tutte le false cause “umanitarie”, da Sarajevo a Tien An Men, assuntore di figli e congiunti dei potenti, Curzi, tuttavia, nello spazio garantitogli dall’allora forza compartecipe della gestione tangentopolista del paese, aveva con sé un gruppetto di giovani che i suoi proclami buonsensisti li traducevano in giornalismo eterodosso, a volte audace, contaminato dalla contigua “Samarcanda” di Santoro. Finchè durò. Non si ripetè questa qualità a “Liberazione”, giornale in cui entrai in fuga dal servilismo euro-atlantico-papista che il Tg3 manifestò in occasione dei crimini di guerra dalemiani in Jugoslavia. Per la verità, lo scafato marpione mi accolse a braccia aperte e subito mi spedì a Belgrado, poi in Palestina, poi in Iraq, poi a Cuba: uno del Tg3, anche abbastanza noto, non era acquisto da poco per il giornaletto del monarca Bertinotti. Con quest’ultimo, in travolgente corsa verso compiacenze padronali e imperiali e conseguenti elevati scranni, mi trovai ben presto in divergenza. Mi si tollerava perché la base del partito pareva essermi affezionata. In particolare l’ala di sinistra, che faceva capo all’”Ernesto”. Quello che scrivevo dai paesi elencati non quadrava con gli stereotipi dell’intossicazione mediatica ufficiale: come ci si poteva permettere di contrastare la versione dei serbi etnopulitori e ipernazionalisti, come la presa di distanza dai combattenti palestinesi, come la satanizzazione di Saddam e di tutto il “terrorismo islamico”? Perché ci si ostinava a parlare di un imperialismo e di lotte di liberazione e di classe, quando tutto questo il pontefice cashmirato aveva archiviato negli scaffali del “sanguinario Novecento”?
Straordinario Curzi. Bertinotti gli ingiungeva di mettermi il morso e tirarmi le briglie e lui mi convocava per chiedermi in tono querulo “fai attenzione, non eccedere, prova a moderarti, io ti capisco (faceva finta di parteggiare per “L’Ernesto”), la penso come te, ti difendo, non rendermi la vita difficile, gli equilibri sono quelli che sono, vedrai domani… Accanto aveva Claudio Grassi, leader dell’”Ernesto”, che annuiva solidale. Pareva di essere tra gli olimpionici dell’ipocrisia di “Todo Modo”. Un istante dopo avrebbe sbattuto per Bertinotti i tacchi e disteso quel suo sorriso da coccodrillo addomesticato. Tutto questo ebbe la sua summa nel maggio del 2003, quando, insieme a un drappello di irriducibili della deontologia professionale, prima ancora che della solidarietà politica, tentammo di inserire spilli nel pallone delle false accuse a Cuba. Bertinotti aveva deciso che conveniva far da prestigioso solista nel coro di coloro che onoravano terroristi cubani, dirottatori e mercenari prezzolati dalla potenza assediante, della qualifica di “intellettuali dissidenti”. Come Bush e la mafia di Miami dettavano. Da conclamato amico e difensore di Cuba, il “compagno scomodo” subito si accomodò nell’operazione ordita dal terrorismo di Stato Usa e rilanciata dal suo principale. Un rapporto professionale e umano durato dal 1967 al 2003 fu incenerito nell’autodafé del mio licenziamento in 24 ore (Il PRC e “Liberazione” erano coerentemente impegnati nella difesa a oltranza dell’Articolo 18), senza neanche la letterina di prammatica del direttore: “Dobbiamo purtroppo rinunciare alle tue prestazioni, bla bla bla, ti ringraziamo, bla bla bla. La decapitazione mi fu comunicata dall’amministratore per telefono. L’input era stato chiaramente del futuro presidente della Camera. Qualcuno si sollevò contro questa smagliante osservanza della libertà d’espressione, duemila firme di iscritti bersagliarono il palazzo di Via del Policlinico. Curzi e la sua iperbertinottesca, ma anche dalemista vice, Rina Gagliardi, si affannarono sul giornale a spiegare che ero io il responsabile della rottura, visto che non solo non mi ero attenuto strettamente all’esclusivo tema ambientalista (mai assegnatomi), ma avevo anche trasgredito la “linea del partito”. Mi chiedo cosa dovrebbe fare oggi il povero Ferrero, segretario di un partito che si chiama della Rifondazione Comunista, di un Sansonetti-Sionetti che, da dichiarato non comunista, passa la giornata al videogioco intitolato “Come si rema contro la linea del partito”.
Questa è la gente che ha tessuto l’apologia del “grande giornalista”, dell’”uomo di strada”, del “compagno scomodo”, come il pelatone incazzoso ha avuto l’improntitudine di auto-onorarsi in un’agiografia autobiografica. E questi erano i suoi amici, referenti, compagni di bisbocce populistiche. Io ci ho lavorato, con Curzi, per la maggior parte della sua monarchia assoluta al Tg3. Ed era in effetti un TG3 fuori dal coro, nella misura in cui glielo consentiva prima un PCI, non del tutto disancorato dalla sua base intellettuale e proletaria, e poi un PDS-DS che dipendeva per le sue prospettive governiste dal voto anche di chi, prima di essere addomesticato dall’imbonitore rinnegato Bertinotti, credeva e voleva antagonista Rifondazione. Conviene dunque che parli di Curzi partendo da me.
A Curzi, quando ancora imperversava con la sua iperpopulista “ggente” (altro che lotta di classe), gli stessi che in morte lo hanno beatificato davano del “trombone, da quel fragoroso vuoto a rendere per ogni stagione che era. Durante i cinque anni che trascorsi a “Paese Sera”, corrispondente da Londra e poi inviato di guerra, lo vidi una sola volta. Era un vicedirettore totalmente oscurato e inerte sotto la ferula di due direttori che avevano inventato il migliore giornale italiano: Fausto Coen, detronizzato per filosionismo quando dalla Guerra dei Sei Giorni ebbi modo di raccontare le efferatezze di quello Stato razzista e fascistoide, e poi Giorgio Cingoli. Mi rivolsi a lui per un sostegno contro le critiche che mi piovevano da Cingoli per essere nei miei reportage troppo schierato con il movimento del ’68, odioso all’editore di riferimento, il PCI. Curzi si mostrò comprensivo e partecipe e… non mosse un dito, dando prova di quell’atteggiamento bifronte e bipartisan di cui avrei avuto conferma vent’anni più tardi.
Lo ritrovai nel 1989 quando, assunto in Rai al Tg3, ero stato parcheggiato prima a “Uno Mattina” del TG1, e poi all’”Evelina”, un ufficio pseudogiornalistico che smistava le immagini dalle e alle televisioni estere. Mi ci vollero due anni, con l’appoggio del sindacato di Beppe Giulietti, per convincere il direttore del telegiornale di sinistra, al quale avevo chiesto l’assunzione, di accettarmi nella sua redazione. Una redazione infarcita di piccisti, come di socialisti, democristiani, liberali, sionisti (sull’entrata alla redazione esteri campeggiava la scritta “Questa è una redazione filoisraeliana”), in perfetto sincronismo con gli equilibri politici in atto, seppure nell’intesa che il Tg3 sarebbe stato quello di “sinistra”, a fronte del socialista e del democristiano. Appunto “Telekabul”, ma poi presto, cacciati i sovietici dall’Afghanistan, ahinoi “Telepapa”, con quel Benedetti all’orecchio di Woytila e del catto-Cia Walesa, che venne fatto passare per “grande vaticanista”. Qualche credenziale, per la verità, al Tg3 la portavo: cinque anni alla BBC, anni di inviato per alcune grandi testate nazionali e straniere, quattro lingue (l’inglese non lo sapeva nessuno), esperienza di quattro continenti e molte guerre e rivoluzioni, tre anni da inviato ambientalista al Tg1… Modestamente, per il telegiornale un po’ burino di allora, quasi una scala reale. Ma mi mancava l’asso: la tessera, la casella. Non ero iscritto a nessun partito e nemmeno alla parrocchia, nessun boiardo di Stato si dava la minima cura di me. Così sguarnito degli attributi richiesti, alla faccia della professionalità. non solo gli risultavo umanamente sgradevole, ma avrei scombinato il meticoloso mosaico di caselle che garantivano la sua direzione e tenevano soddisfatti i vari sponsor e padrini.
L’ambiente non contava una mazza nel giornalismo di allora. Ma WWF, Legambiente, Italia Nostra, Greenpeace e movimenti di base andavano guadagnando interesse e consenso di elettori e spettatori. Su loro sollecitazione, Curzi iniziò ad occuparsi, di malavoglia, di ambiente. Era dunque la cenerentola tra le tematiche redazionali e così risultò opportuno rinchiudere il sottoscritto nella nuova, marginale, collocazione di “esperto ecologico”, togliendomi da quella redazione “filoisraeliana” a cui Curzi era arrivato a rendere commosso omaggio per come aveva sostenuto, papisticamente e colonialisticamente, la “liberazione” della secessionista Croazia mentre praticava il genocidio della Jugoslavia e dei serbi che si trovavano alla sua mercè. Mi inventai una rubrica chiamata “I tempi che corrono”, nella quale raccontavo il tempo meteorologico alla luce dei tempi climatici e sociali che dal Nord si abbattevano sul pianeta. La conduttrice del programma di cui avevo una rubrica, Donatella Raffai, si adombrò perché in una puntata avevo, turbando le sue gioconde facezie, inserito qualche bambino rinsecchito dalla desertificazione euro-indotta dell’Africa. Senza battere ciglio, fui esorcizzato e sbattuto in Cronaca Nera. Ma lo stesso Curzi venne impietosamente cacciato dai suoi boss diessini quando, avanzati nel voto, pensavano di poter sostituire al minuscolo Tg3 il ben più remunerativo Tg1. Operazione che figurati se i volponi dell’altra parte, già intrisi di spirito santo berlusconiano, avrebbero consentito. Il detronizzato finì a dirigere il giornaletto del PRC, “Liberazione”. Per un destino sardonico, ci saremmo rivisti anche lì.
Fu il successore di Curzi, grigio, accomodante e democristiano, a ridarmi, sotto pressione di un mondo ambientalista sempre più autorevole e istituzionalizzato, nonchè di una stampa benevola, una rubrica di traino al Tg3 delle 19.00: “Vivere!”. Non durò mica tanto. In concomitanza con il lento declino della lotta contro la distruzione del pianeta in termini climatici, parallela all’accentuarsi della distruzione sociale e bellica, la rubrica perse di interesse, sebbene più per la classe politica che per la “ggente”. Fu nuovamente cassata e tornai agli esteri. Tra la proliferazione incontrollata dei successori di Curzi, diretta conseguenza di equilibri politico-economici-clericali non assestati (siamo nella seconda metà degli anni ’90), piombò anche la vernacolare dalemian-agnelliana Lucia Annunziata. La ricordo giusto per avermi intimato, se proprio volevo fare delle corrispondenze dall’Iraq divorato dalla prima guerra del Golfo, dall’embargo e da incessanti bombardamenti, di non osare di presentarmi con immagini di bimbetti devastati dall’uranio, o uccisi da fame o diarrea. “Mica vogliamo fare un favore a quel delinquente di Saddam e un torto ai nostri amici!”, ingiunse. “Fammi vedere i palmeti di datteri, le rovine di Babilonia, un po’ di colore mesopotamico…”
Amico e compare degli amici come dei “nemici”, sodale, nella corporazione dei giornalisti, di chiunque avesse influenza, dall’estrema destra all’estrema sinistra, primo sdoganatore del MSI ancora bandito dall’Arco Costituzionale formalmente antifascista, trombettiere di tutte le false cause “umanitarie”, da Sarajevo a Tien An Men, assuntore di figli e congiunti dei potenti, Curzi, tuttavia, nello spazio garantitogli dall’allora forza compartecipe della gestione tangentopolista del paese, aveva con sé un gruppetto di giovani che i suoi proclami buonsensisti li traducevano in giornalismo eterodosso, a volte audace, contaminato dalla contigua “Samarcanda” di Santoro. Finchè durò. Non si ripetè questa qualità a “Liberazione”, giornale in cui entrai in fuga dal servilismo euro-atlantico-papista che il Tg3 manifestò in occasione dei crimini di guerra dalemiani in Jugoslavia. Per la verità, lo scafato marpione mi accolse a braccia aperte e subito mi spedì a Belgrado, poi in Palestina, poi in Iraq, poi a Cuba: uno del Tg3, anche abbastanza noto, non era acquisto da poco per il giornaletto del monarca Bertinotti. Con quest’ultimo, in travolgente corsa verso compiacenze padronali e imperiali e conseguenti elevati scranni, mi trovai ben presto in divergenza. Mi si tollerava perché la base del partito pareva essermi affezionata. In particolare l’ala di sinistra, che faceva capo all’”Ernesto”. Quello che scrivevo dai paesi elencati non quadrava con gli stereotipi dell’intossicazione mediatica ufficiale: come ci si poteva permettere di contrastare la versione dei serbi etnopulitori e ipernazionalisti, come la presa di distanza dai combattenti palestinesi, come la satanizzazione di Saddam e di tutto il “terrorismo islamico”? Perché ci si ostinava a parlare di un imperialismo e di lotte di liberazione e di classe, quando tutto questo il pontefice cashmirato aveva archiviato negli scaffali del “sanguinario Novecento”?
Straordinario Curzi. Bertinotti gli ingiungeva di mettermi il morso e tirarmi le briglie e lui mi convocava per chiedermi in tono querulo “fai attenzione, non eccedere, prova a moderarti, io ti capisco (faceva finta di parteggiare per “L’Ernesto”), la penso come te, ti difendo, non rendermi la vita difficile, gli equilibri sono quelli che sono, vedrai domani… Accanto aveva Claudio Grassi, leader dell’”Ernesto”, che annuiva solidale. Pareva di essere tra gli olimpionici dell’ipocrisia di “Todo Modo”. Un istante dopo avrebbe sbattuto per Bertinotti i tacchi e disteso quel suo sorriso da coccodrillo addomesticato. Tutto questo ebbe la sua summa nel maggio del 2003, quando, insieme a un drappello di irriducibili della deontologia professionale, prima ancora che della solidarietà politica, tentammo di inserire spilli nel pallone delle false accuse a Cuba. Bertinotti aveva deciso che conveniva far da prestigioso solista nel coro di coloro che onoravano terroristi cubani, dirottatori e mercenari prezzolati dalla potenza assediante, della qualifica di “intellettuali dissidenti”. Come Bush e la mafia di Miami dettavano. Da conclamato amico e difensore di Cuba, il “compagno scomodo” subito si accomodò nell’operazione ordita dal terrorismo di Stato Usa e rilanciata dal suo principale. Un rapporto professionale e umano durato dal 1967 al 2003 fu incenerito nell’autodafé del mio licenziamento in 24 ore (Il PRC e “Liberazione” erano coerentemente impegnati nella difesa a oltranza dell’Articolo 18), senza neanche la letterina di prammatica del direttore: “Dobbiamo purtroppo rinunciare alle tue prestazioni, bla bla bla, ti ringraziamo, bla bla bla. La decapitazione mi fu comunicata dall’amministratore per telefono. L’input era stato chiaramente del futuro presidente della Camera. Qualcuno si sollevò contro questa smagliante osservanza della libertà d’espressione, duemila firme di iscritti bersagliarono il palazzo di Via del Policlinico. Curzi e la sua iperbertinottesca, ma anche dalemista vice, Rina Gagliardi, si affannarono sul giornale a spiegare che ero io il responsabile della rottura, visto che non solo non mi ero attenuto strettamente all’esclusivo tema ambientalista (mai assegnatomi), ma avevo anche trasgredito la “linea del partito”. Mi chiedo cosa dovrebbe fare oggi il povero Ferrero, segretario di un partito che si chiama della Rifondazione Comunista, di un Sansonetti-Sionetti che, da dichiarato non comunista, passa la giornata al videogioco intitolato “Come si rema contro la linea del partito”.
Affrontai il tiro a due della carrozza bertinottiana in occasione di un incontro “sulla libertà di stampa” (pensate!) alla Festa di Liberazione. Semplicemente con un bavaglio sulla bocca. I due si infuriarono oltre ogni modo e, sentendomi gratificato dall’applauso di qualcuno nel pubblico che non gradiva bollettini e censure aziendali, si misero a urlare scomposti “provocatore, non è che un provocatore!” Un po’ come Lama definiva noialtri di Lotta Continua. Me la dovevo aspettare. Poco tempo prima, sprovveduti e bravi compagni lombardi mi avevano candidato al Senato. Mentre battevamo palmo per palmo, mercato per mercato, bar per bar, la sconfinata bassa del Po, arrivavano, seppi più tardi, ansiosi avvertimenti da Roma perché non ci si desse “troppo da fare per la vittoria di Grimaldi, non è gradita”. Vinse Forza Italia. A me mancarono 200 voti su 18mila. Come si era meritato ampiamente, mentre il suo mentore e sovrano ascendeva al terzo scranno della Repubblica, in sintonia Curzi fu elevato al consiglio d’amministrazione della Rai. E qui, visto che ormai non c’era più niente da perdere o da guadagnare, il “compagno” di una mai esplicitata Resistenza si rivelò finalmente al volgo e all’inclita, insomma alla “ggente” nella sua vera natura, scevra, per cura bertinottiana, di ogni fisima di parte, cioè di quella parte. Fu quando il cda venne chiamato dal direttore generale Cappon a pronunciarsi sulla sua richiesta di sbattere fuori dalle palle Agostino Saccà, l’uomo-fiction del Servizio Pubblico che, intercettato mentre leccava i piedi a un Berlusconi in fregola di sistemare le sue cortigiane, si era fatto “scendiletto delle brame più basse del padrone” (Tafanus). Votarono per la cacciata dell’immondo personaggio i consiglieri del centrosinistra, contro, quelli di un’opposizione con gli aculei sullo stomaco. Curzi, il postcomunista, si astenne. E lo salvò. Coronamento di un’onorata carriera.
Voglio chiudere con un po’ di quel “colore” che tanto si è fatto strada nei tg da allora. Sandro Curzi compie 70 anni e lo si festeggia nel loft del Palazzo delle Esposizioni. Siamo invitati in 400. Noialtri ai tavolini nei remoti margini, A cerchi concentrici verso il protagonista in sollucchero l’intera combriccola della paludata malainformazione nazionale. Bonzi e palloni gonfiati, venerandi maestri e pennivendoli in auge. Mentitori di professione. Emissioni impure dalle froge dei licantropi. Ma questo è niente. Colui al quale “il manifesto” titola due paginoni con “Sandro, scomodo, prezioso compagno” aveva organizzato una coreografia che la parata ddl Columbus Day a New York è niente al confronto. Sul palazzone di fronte, a frotte di romani e turisti sbigottiti, veniva proiettata, dal calar del buio a notte e festeggiamenti inoltrati, il colossal della vita e delle imprese di Sandro Curzi. Lo stesso su una dozzina di schermi all’interno. Un Curzi panottico, in cinerama, da consegna, se non all’eternità, ai posteri. D’Annunzio a Fiume, Augusto sul Campidoglio, Gesù in croce e in gloria. Curzi con Togliatti, Curzi con Moro, Curzi con Brezhnev e Gorbaciov, Curzi, scendendo rapidamente, nella dispensa di Bertinotti, Curzi a Praga, Curzi con la mosca al naso e con il naso a Mosca, Curzi a Las Vegas, Curzi in salotto, Curzi sul cavallo della Rai, Curzi in tuta, Curzi in pigiama, Curzi con fiche, Curzi con la consorte, di profilo, a figura intera, nel vento, nella neve, immacolato, smagliante, svettante. La chiusa non avrebbe potuto che essere, e forse lo sarà, Curzi sepolto nel Pantheon.
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venerdì 14 novembre 2008
Obama, ovvero il rossetto sul maiale
La vittoria di Barack Obama. Nessuna illusione
Su Obama mantengo le mie riserve
i consiglieri di Obama discutono la preparazione della guerra all'Iran
La presidenza Obama inizierà con una nuova guerra?
da Gesù a Obama: vince il peggiore, perde il pessimo
Il libro di Rahm: il piano di guerra di Emanuel per i democratici
Obama, la crisi e il nuovo ordine mondiale
La capanna dello zio Barack
Le ultime parole famose
American Leftist: voci critiche sulla presidenza Obama.
Obama e la crisi esistenziale del capitalismo americano 1 e 2
La tentazione cresce
il fragile Obama
Rahm Israel Emanuel: il "loro uomo" alla Casa Bianca
Russia contro Europa: la solita vecchia storia
Obama, un giudizio dall’inferno
Altro che "Altra America"
L'«Obomania» e la sinistra critica
La strategia dell'ultima chance
Obama? Gioire con prudenza, molta.
Obama? Seguite i soldi
Nuove bombe per Obama?
La squadra di Obama e il CFR
Obama: speranza o illusione?
L'agenda di guerra per Obama
Contro la politica di lacrime e sangue della presidenza Obama
il comandante Barack
Obama ha vinto. Bene, però smettiamo di credere alle favole
Soros, Brzezinski e Rohatyn: i manovratori di Obama
Obama presidente: più ambiguità che cambiamento
Wall Street for president
Ma non è una redenzione
Obama, possiamo crederci?
Quanto può fare un presidente
La Rivoluzione Colorata di Obama: nuovo pupo, stessi pupari? e 2
I tifosi di "sinistra" e la transizione di destra di Obama
Guardatevi dall'euforia per Obama
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lunedì 27 ottobre 2008
Se tutto deve rimanere com'è, è necessario che tutto cambi.
Giuseppe Tomasi Di Lampedusa, Il Gattopardo
Il colore dei soldi. La campagna di Barack Obama ha raccolto oltre 600 milioni di dollari, eguagliando quasi i fondi raccolti in donazioni private da tutti i candidati di entrambi i maggiori partiti nel 2004.
Da dovete pensate che venga tutta questa grana?
"Molti di questi grandi donatori vengono dalle industrie con interessi su Washington. E' la scoperta di un'analisi del New York Times sui donatori che hanno firmato assegni di 25.000 dollari o più ai comitati di raccolta fondi. Per esempio, la quota maggiore di denaro per entrambi i candidati è venuta dalle industrie di sicurezza ed investimenti, tra cui i dirigenti di varie aziende coinvolte nella recente crisi finanziaria come Bear Stearns, Lehman Brothers e AIG. (...) Oltre 600 donatori hanno contribuito con 25.000 dollari o più [per Obama] nel solo mese di settembre, circa tre volte il numero di quanti hanno fatto lo stesso per il senatore John McCain".
"Sostegni", o "la grande orgia".
Colin Powell, uno dei peggiori criminali di guerra, con le mani sporche del sangue di milioni di persone innocenti, ha sostenuto Barack Obama, il quale, in cambio, ha favorito il criminale di guerra Powell: lunedì Obama ha detto alla NBC che Powell era il benvenuto nel fare campagna per lui e che potrebbe avere un posto nella sua amministrazione. Powell "avrà un ruolo come mio consigliere" e un posto formale nel governo è "qualcosa di cui dovremo discutere". Lo scambio in cui credere.
Tutti gli uomini del Presidente. Tra i padrini di Barrack Obama ci sono: Warren Buffett, l'uomo più ricco del mondo; George Soros, il Buon Samaritano multimiliardario legato al Council on Foreign Relations, l'International Crisis Group, Human Rights Watch, etc; il diabolico Zbigniew Brzezinski; e il famigerato magnate dei media Rupert Murdoch con il suo nefando impero. La lista potrebbe continuare a lungo.
Non c'è dubbio che si saranno dei vantaggi nell'avere un imperatore liberal. Alan Dershowitz spiega:
"La ragione è che penso sia meglio per Israele avere un sostenitore progressista nella Casa Bianca piuttosto che avere un sostenitore conservatore nell'Ufficio Ovale. Le posizioni di Obama su Israele avranno un maggiore impatto sui giovani, sull'Europa, sui media e su altri che tendono ad identificarsi con la prospettiva di sinistra. Sebbene io creda che la sinistra moderata [centrists liberal] tenda a sostenere Israele, riconosco che il sostengno dalla sinistra sembra indebolirsi, mentre il supporto dalla destra si rafforza. Viaggio tra i campus universitari sia negli Stati Uniti che all'estero, e vedo professori radicali che cercano di presentare Israele come il protetto della destra e un nemico della sinistra. In quanto sostenitore di sinistra di Israele, cerco di combattere questa falsa immagine. Nulla potrebbe aiutare di più in questo importante sforzo per puntellare il supporto progressista ad Israele che l'elezione di un presidente di questo schieramento che sostenga fortemente Israele e sia ammirato dai progressisti in tutto il mondo. E' tra le importanti ragioni per cui sostengo Barack Obama come presidente".
Ovviamente Dershowitz ha perfettamente ragione. Per non parlare del vice-Presidente Joseph "Sono un sionista" Biden, l'uomo in carica per l'implementazione di un vecchio sogno sionista, la frantumazione dell'Iraq, e uno dei massimi consiglieri per la politica estera di Obama, o di Madeleine Bloody Albright, moderna Erode che ha orgogliosamente rivendicato la responsabilità per il massacro di mezzo milione di innocenti neonati iracheni.
Gli imperi non eleggono presidenti, ma scelgono imperatori. L'Establishment dell'Impero ha preso uno sconosciuto politico e ne ha fatto una star per salvare se stesso e controllare le masse con lo show della Democrazia Americana. Ha ingaggiato un uomo di colore bello e fascinoso (sì! l'Establishment ha giocato la carta razziale. Ricordate? Se tutto deve rimanere com'è, è necessario che tutto cambi) per mascherare l'orripilante volte di un Impero sanguinario e spietato, i piani della classe dominante per ricostruire l'illusione di una civiltà rispettabile, la mitologia delle stelle e strisce, l'American way. I media - nelle mani di coloro che controllano il processo politico, la stessa gente che controlla l'economia e le nostre vite - hanno giocato magnificamente la partita e quello che è l'ennesima produzione hollywoodiana sta facendo il lavaggio del cervello ai quattro angoli del pianeta.
Uccidere le speranze. Un Politburo auto-compiaciuto con le sue pubblicazioni e i suoi think tank progressisti ben finanziati ha partecipato di nuovo a questo colossale lavoro di riverniciamento e propaganda. Il re è morto. Lunga vita al Re! Ma non sorprende. La Yugoslavia, l'Iraq e l'Afghanistan hanno mostrato il collasso morale ed intellettuale della sinistra occidentale, un fantasma che continua nella sua lunga mercia verso l'irrilevanza.
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Salvare i popoli, non le banche
Viviamo una crisi strutturale del sistema capitalista. Non è il momento di pensare al suo salvataggio, ma di lavorare alla sua trasformazione. I popoli latinoamericani si sono visti obbligati, più di una volta, a soccorrere i banchieri a prezzo di sofferenze proprie. E' ora di cambiare la storia e non ripetere il recupero dei finanzisti. La nostra priorità sono le necessità popolari.
La crisi economica che deriva da quella finanziaria e che è in corso in questi giorni può prolungarsi per molto tempo. Non è possibile stabilire, seriante, il tempo che essa si manterrà né la forma del suo sviluppo, ma quello che si può dire è che è la più grave e profonda dal 1929/30, e che si propaga a una velocità molto maggiore di quella perché possiede un carattere globale.
C'è inoltre da dire che la crisi economico-finanziaria attuale ha luogo all'interno di un contesto di molte altre crisi, come quella degli alimenti, delle materie prime, dell'energia, dell'ambiente e persino di una crisi militare in cui non si scarta l'uso di armi di distruzione di massa.
L'economia nordamericana, a motivo dei suoi tre debiti (privato, pubblico e con l'estero) si trova a rischio di forte instabilità. La sua egemonia economica è indebolita e messa in discussione. La sua egemonia geostrategica sopravvive, sebbene abbia subito significativi rovesci. Per le stesse ragioni, il momento attuale è particolarmente pericoloso per tutta l'umanità, dato che gli USA non rinunciano alla propria egemonia e al proprio dominio unipolare nei vari campi. Questa nazione cerca addirittura di mantenere la sua egemonia ideologica e culturale, che senza dubbio è stata danneggiata dalle contraddizioni che sorgono dalla stessa crisi, a livello interno e con i suoi alleati
A partire dalla crisi, si acutizzerà la contraddizione antagonistica con il capitalismo su scala globale. Si apre un lungo periodo di convulsioni i cui esiti sono aperti. Le classi domininanti cercheranno di ricostituire il sistema con maggiori livelli di sfruttamento dei lavoratori, che dovranno rafforzare le proprie organizzazioni per affontare questa aggressione. L'America Latina è stata il subcontinente che ha opposto maggior resistenza al neoliberismo, ed è stata scenario di grandi ribellioni popolari. L'esperienza sociale e politica accumulata in alcuni dei nostri paesi può marcare un cammino nell'articolazione di questa necessaria risposta.
I governi neoliberisti e social-liberisti della nostra regione, gli ancor chiamati "progressisti", manterranno la propria fede nella logica del capitale, e il loro intervento cercherà di preservare il funzionamento del mercato capitalista e il dominio delle imprese multinazionali che occupano i nostri territori. Permetteranno il fallimento di questa o quella grande impresa speculativa o produttiva, ma interverranno immediatamente a favore di quelle che possono porre a rischio la logica del capitale nell'ambito della loro nazione. Ciò significa che continueranno a permettere e a promuovere la voracità del profitto, richiesta dai menzionati capitali. La crisi di bilancio dello Stato si approfondirà riducendo l'investimento pubblico, la spesa sociale e i sussidi.
Queste politiche incrementanno ancor più la disoccupazione, la precarietà del lavoro, la riducione di salari e pensioni, col che aumenterà la povertà, la miseria e l'escusione sociale.
Tuttavia, vi sono in America Latina governi che, senza necessariamente proporsi una rottura completa con il sistema del capitale, cercano di trovare politiche capaci di gestire in maniera diversa le inevitabili conseguenze della crisi mondiale nelle loro nazioni.
In qualunque di queste circostanze i lavoratori e i movimenti sociali devono concquistare e preservare la propria indipendenza di fronte agli stati e lottare con decisione contro le politiche antipopolari che cercano di trasferire i costi della crisi dal capitale al lavoro, e dai paesi centrali a quelli periferici.
Per questo abbiamo bisogno di definire un percorso della politica economico-sociale all'interno di una strategia di sopravvivenza e resistenza dei settori popolari, in particolare dei lavoratori, per il difficile periodo che si avvicina, accompagnata da un'offensiva ideologica contro il sistema capitalista che mostra con questa crisi la sua assoluta incapacità di attendere alle necessità dei nostri popoli.
Proponiamo dunque questo insieme di misure di politica economica:
- E' urgente e indispensabile la custodia del sistema bancario privato, che, dipendendo da ogni paese, può attuarsi per controllo, intervento o nazionalizzazione senza indennizzo, secondo il principio di non statalizzare debiti privati né restituire questi attivi a mano private.
- Controllo e blocco dell'uscita dei capitali per evitare la loro fuga.
- Centralizzazione e controllo del cambio attraverso politiche di cambi multipli e differenziati.
- Moratoria e immediata verifica del debito pubblico, liberando risorse per far fronte a necessità sociali.
- Controllo dei prezzi dei prodotti di base.
- Mantenimento e recupero dei salari reali dei lavoratori, associato a una politica di imposizione progressiva che colpisca il capitale e soprattutto la speculazione.
- Politiche di protezione e incentivo al mercato interno e alle attività economiche ad alta generazione di impiego. A questo fine l'investimento pubblico gioca un ruolo fondamentale.
- Indennità di disoccupazione e politiche di protezione sociale dei lavoratori disoccupati e informali.
- Rinazionalizzazione delle imprese strategiche. Nazionalizzazione delle grandi imprese private in processo di fallimento. Recupero del controllo nazionale delle risorse naturali.
- Promozione di una integrazione regionale al servizio dei popoli e non del capitale.
Salvare i popoli, non le banche, è questo l'obiettivo della Società latinoamericana di Economia Politica e Pensiero Critico di fronte alla crisi e alle sue conseguenze sociali.
Buenos Aires, 23 ottobre 2008
Giunta Direttiva della SEPLA
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Veltroni day, a Roma due milioni di persone socialmente pericolose
Lo diciamo subito con amarezza ma anche con chiarezza: la manifestazione di due milioni di persone a Roma, in piazza con il PD, è un giorno molto amaro per la democrazia italiana. Non ci mettiamo a speculare sulle cifre dei partecipanti che ad un riscontro oggettivo, nel calcolo tra dimensioni della piazza e spazio occupato dai manifestanti, dovrebbero essere più basse di quelle lanciate sulle agenzie. Assumiamo invece come reale il dato simbolico di due milioni di persone ieri a Roma con Veltroni.
Questa manifestazione assume quindi il carattere di una spettacolare affermazione di consenso, prodotto in nome della democrazia, ad un leader e a una rete di mandarini che non solo operano in spregio a qualsiasi elementare regola di democrazia, persino nella vita del suo stesso partito, ma che credono fermamente in un ultraliberismo contro il quale la stessa gente di ieri è scesa in piazza. Questo fenomeno, manifestare per un obiettivo dando consenso ad una leadership che pratica l'opposto, non è certo nuovo e fa parte del modo in cui i gruppi dirigenti si legittimano nelle società contemporanee per poter garantire i propri interessi particolari. Risulta però tanto più sconcertante che una classe dirigente come quella del PD carica di sconfitte, di legami clientelari di ogni genere (dalle grandi banche ai peggiori potentati diffusi sul territorio), che ha una tradizione di svendita del patrimonio del paese venga rilegittimata e rimessa in campo da una fiumana di persone bisognose del freddo rito del simulacro della partecipazione democratica. Perchè il problema sociale e politico è questo: la presenza permanente nella società italiana di un fenomemo parareligioso di strati di popolazione desiderosi di freddi riti di massa operati in nome di parole d'ordine di assoggettamento come "legalità", "moralità", "responsabilità", "farsi carico di sacrifici". Questo fenomeno parareligioso, bisogna dirlo, è socialmente pericoloso e proprio per questo va neutralizzato e disgregato. E' parte attiva di quel consenso alle peggiori politiche di questi anni, quelle che hanno permesso al centrosinistra di anticipare o completare le politiche di centrodestra: privatizzazioni, precarizzazione del lavoro, impoverimento delle strutture scolastiche e scientifiche, verticalizzazione della ricchezza.
Intendiamoci, Veltroni è un operoso ed efficace impiegato della tecnica del rovesciamento orwelliano della realtà adattata necessariamente alla subcultura cattolica per il contesto italiano. Ieri sulla scuola è riuscito persino a far capire che la riforma Gelmini si può fare magari solo differendola nel tempo. E' apparso un difensore della scuola. Ha fatto proposte economiche che oltre ad essere neoliberiste, mentre parla ad una platea in piazza perchè falcidiata dal neoliberismo, sono provinciali e superate persino negli Stati Uniti. E' apparso come un coraggioso innovatore mentre al massimo darà più soldi alle imprese che, come ammesso dallo stesso Greenspan, finiscono per alimentare tutto fuorchè l'economia.
E non a caso Repubblica, l'agenzia che ha in appalto la costruzione del consenso per il PD, si è accanita in questi giorni a provare a rompere la catena di trasmissione del sapere generazionale tra questa generazione di studenti e il '68. Il motivo è semplice, con il sapere del '68 le tecniche del rovesciamento orwelliano della realtà vengono smascherate e problema di questi fenomeni parareligiosi di consenso a politiche liberiste emerge collettivamente nella sua chiarezza. Il PD teme che prima o poi la realtà si manifesti. Sarebbe un colpo letale, in effetti.
Un paese di sessanta milioni di persone può tollerare, magari con quel senso di pietà e rispetto dovuto alle
manifestazioni di credulità popolare, l'esistenza due milioni di persone socialmente pericolose. Ma non può tollerare che i virus dell'assoggettamento, dell'immiserimento che questi due milioni di persone naturalmente portano con sè possano espandersi provocando ulteriori danni a questo sinistrato paese.
per Senza Soste, Kenny Dalglish
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Ci attendiamo a questo punto lunghe processioni a Mirafiori "in adorazione di un profitto industriale che Berlusconi non sa apprezzare".
la stampa
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Indignazione e socialismo: la sinistra di fronte alla crisi
Indignazione. Questo è il sentimento, questa è la parola di cui abbiamo bisogno. La stessa che veniva cantata durante la lunga marcia della rivoluzione cinese.
Ci hanno assordato per anni sull'inutilità e sui danni dell'intervento pubblico. La vicenda Alitalia è stata affrontata, con spirito bipartisan, negando la possibilità e l'utilità stessa di un intervento dello Stato per salvarla. Ora, in tutto l'Occidente si spendono, anzi si buttano via, cifre colossali per sostenere con i soldi dei cittadini banche e banchieri. Nasce il socialismo dei ricchi.
A Bruxelles l'industria italiana e quella tedesca chiedono di poter inquinare senza limiti, perché c'è la crisi. In Italia la Confindustria, con la gioiosa complicità di Cisl e Uil, ripropone la sua idea di centralità del lavoro: per andare avanti bisogna ridurre il salario e la contrattazione e accrescere la precarietà e l'orario di lavoro. In fondo, non c'è da stupirsi. Coloro che oggi sfacciatamente eseguono la più trasformista delle giravolte, scoprendo lo stato, le regole, la condanna delle speculazioni e delle cattive intenzioni dei manager, sono gli stessi che ci hanno portato fino a qui. Politici, economisti, imprenditori, giornalisti e intellettuali, tutti appartenenti allo stesso campo del pensiero unico liberista e tutte e tutti ancora lì, nei giornali o in televisione, a sentenziare come sempre.
Come dimostra quel sensibile termometro della realtà degli affari che è la Borsa, la crisi che abbiamo di fronte è strutturale e non sarà certo di facile soluzione. E' inutile disquisire se essa è la crisi estrema del sistema capitalistico o solo quella di una sua fase. La sostanza è che un intero percorso del sistema economico mondiale si è interrotto, e chi governa l'economia e la politica è oggi incapace di farlo riprendere. I paragoni normalmente sono con le due più gravi crisi economiche del secolo scorso. Quella del '29 e quella iniziata negli anni Settanta. In realtà esse furono molto diverse. Quella del '29 veniva al culmine di un'intensa fase di sviluppo capitalistico che si era affermata in Occidente dopo la sconfitta del movimento operaio, che in tutti i paesi industrialmente più avanzati aveva portato la radicalità della rivoluzione russa. Quella degli anni Settanta invece nasceva proprio come risposta all'offensiva dei lavoratori occidentali, dei popoli e dei paesi del terzo mondo, che non accettavano più la quota di ricchezza e di potere che il capitalismo ad essi assegnava. Il liberismo che si affermava progressivamente in tutto il mondo occidentale e poi dilagava ovunque dopo il crollo dell'Urss, era la risposta delle classi dominanti a un'offensiva sociale mondiale. Il capitalismo si liberava dei lacci e lacciuoli che lo vincolavano ai diritti del lavoro e allo stato sociale e da qui rilanciava lo sviluppo. La crisi del '29 invece avveniva ben dopo che gli operai, i movimenti rivoluzionari, erano stati sconfitti. Essa giungeva al culmine di una crescita economica edificata sulle macerie della disfatta operaia. La crisi attuale somiglia pertanto molto di più a quella del '29 che a quella degli anni Settanta. Essa conclude un ciclo iniziato con le presidenze Reagan e Thatcher, con la sconfitta operaia alla Fiat, con l'attacco sistematico ai diritti e ai contratti delle classi operaie occidentali, con il dilagare di quel sistema di super sfruttamento mondiale del lavoro che è stato chiamato globalizzazione.
Il fatto che ci siano voluti trent'anni per la crisi, quando al crollo del '29 si arrivò dopo meno di un decennio di capitalismo selvaggio trionfante, dimostra la solidità e la forza dello sviluppo liberista, alimentate dall'egemonia totale conquistata dall'ideologia del mercato nella politica e nella cultura. Ma anche se ben più solido di quello degli anni Venti, è comunque un intero modello di sviluppo che si sta esaurendo. Per questo tutte le misure finora prese, al di là delle ridicole affermazioni tranquillizzanti dei governanti e di un'informazione in gran parte asservita, hanno la stessa crescente inefficacia. I soldi pubblici che si spendono, le deroghe ambientali, le deroghe contrattuali, le emergenze autoritarie, la xenofobia, l'intolleranza, hanno tutte lo stesso segno. Sono il tentativo disperato di continuare a perpetuare un sistema che è arrivato al suo limite. Si cerca di sostenere la ricchezza accumulata in questi anni con l'ennesima versione della politica dei due tempi, spiegando che se quella ricchezza si salverà, qualcosa toccherà anche a chi non la possiede. Ma proprio qui sta la contraddizione di fondo. Lo scandalo per la leggerezza con cui le banche americane hanno distribuito prestiti è stupido ed ipocrita. In un regime di bassi salari, di riduzione dei diritti e di precarietà del lavoro, l'unico modo per far acquistare l'enorme quantità di merci prodotte dal sistema mondiale, è quello di permettere ai poveri di indebitarsi per comprarle. Si è tentato di trasformare lavoratori, pensionati, disoccupati, in piccoli redditieri a debito, per evitare il crollo della produzione, per impedire quella che Marx avrebbe giustamente chiamato la crisi di sovraproduzione. Oggi è questo meccanismo che va in collasso e tutti i tentativi di restaurarlo non solo non portano a risultati, ma finiscono per sottolineare ancor di più la gravità della situazione. E' falso il presupposto che ci sia una crisi finanziaria che si sta trasferendo nell'economia reale. E' vero l'esatto contrario, e cioè che l'esplosione della bolla finanziaria mondiale nasce da un'economia reale malata, malata di bassi salari, supersfruttamento del lavoro e dell'ambiente, distruzione di risorse e culture pubbliche per favorire il privato. E' questa economia reale malata che ha cercato di sopravvivere gonfiando la bolla speculativa e usandola come una sorta di ammortizzatore sociale mondiale. Ora il crollo della finanza mostra non la salute, ma la malattia profonda del sistema produttivo mondiale.
E' per questo che serve una critica di sistema. Forse serve allo stesso capitalismo, che senza di essa è naturalmente portato all'autodistruzione narcisistica. Oggi molti sostengono che occorra un nuovo compromesso tra stato e mercato, tra politica ed economia, tra capitale e lavoro. Si dimentica però che il compromesso keynesiano travolto dalla reazione degli anni Settanta, non è nato da un progetto costruito a tavolino, né in America, né in Europa, né nel resto del mondo. Esso fu la risultante di lotte e conflitti sociali durissimi, della guerra, della distruzione del fascismo, dei successi, pur tra enormi contraddizioni, del movimento comunista mondiale. Il balbettare attuale delle sinistre di governo, che restano tali anche quando sono all'opposizione, la loro subalternità alle ricette della destra, peraltro anch'esse confuse e inefficaci, è la dimostrazione che non è più tempo di riformismo, ma urge la ricostruzione di un pensiero e di un punto di vista alternativo a quello su cui si fonda il capitalismo. Di fronte al socialismo dei ricchi bisogna prima di tutto ridare legittimità e forza al pensiero e alle rivendicazioni concrete del socialismo dei lavoratori e dei popoli. Anche a questo serve l'indignazione. Con che faccia potranno ancora dirci, quando attaccheranno le pensioni pubbliche, che lo stato non può intervenire e che dobbiamo impegnare le nostre liquidazioni nei fondi pensione privati? Con che faccia ci spiegheranno che sono inevitabili i licenziamenti, la precarietà, il taglio dei salari, i sacrifici, dopo che tutti i conti che ci vengono presentati sono frutto del costo di trent'anni di capitalismo sfrenato e rapace? Con che faccia potranno dirci che la scuola pubblica è inefficiente e che l'istruzione deve diventare ancella dell'impresa, quando è proprio la cultura manageriale che ha governato il mondo a mostrare tutti i suoi limiti di comprensione della realtà e anche di moralità?
Con che faccia potremmo ancora accettare che ci si dica che siamo tutti nella stessa barca? Solo con quella della rassegnazione, solo con la rinuncia a pensare e a lottare. Le riforme e i compromessi verranno, ma solo travolgendo i rapporti di forza, le culture e le classi dirigenti che hanno portato all'attuale disastro.
Quando nel 1989 crollò il muro di Berlino e con esso tutto il sistema sovietico, marcio nelle fondamenta per il dominio sfacciato della burocrazia, Norberto Bobbio lanciò un avviso al capitalismo trionfante. E' vero che la lunga marcia del movimento operaio si era interrotta ma, sottolineava Bobbio, se il capitalismo si fosse fatto di nuovo prendere dalla frenesia di sé stesso, se non fosse stato in grado di limitarsi e criticarsi, la lunga marcia sarebbe ripresa. E' quello che deve accadere.
Liberazione 1
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